giovedì 30 giugno 2011

Για Σένα...per te...

Il sole danza e danza, fa dei suoi raggi una treccia dorata e spennella il cielo di giallo.
Se profumasse, oggi avrebbe quell'odore dolce di pesche mature, quelle con la buccia vellutata che fanno uno scivolone tra le dita e lasciano scappare, da ogni poro, quel profumo pastoso, saturo d'infanzia, dolce di ricordi, zuccherino come i confettini colorati di quand'ero bambina.
E mentre sto sdraiata nel prato della piscina, tra risa e rumore di tuffi allegri, il sole sfiora come fosse una carezza chi, senza onore e senza gloria, umilmente io, porta nel suo nome quello stesso significato, "sole", in una lingua antica e quasi del tutto dimenticata.
Lingua di filosofi e retori, di drammi e commedie, di acropoli lontane, di matematici e sapienti, di libri di storia e di vecchie e nuove guerre.
Lingua antica della terra di Grecia che ora soffre e si tortura, o meglio, é torturata giá che i potenti hanno in sé sempre quella buona dose di sadismo che lascia senza fiato alla gente che vive tra le vigne e gli oliveti o nel traffico caotico della cittá.
Chi paga i danni, i cocci di un intero servizio di piatti rotto da altre mani, sono sempre gli stessi: donne e uomini che lottano per il pane quotidiano.
Gli altri, chi i piatti li ha rotti davvero e bicchieri e tutto un passato che non sará piú divenire, banche e signori, carnefici crudeli, lasciano scie bianche con i loro yatches puliti e grandi sulle acque verdi e azzurre dell'Egeo, celebrando in calici tintinnanti un'altra morte. La morte della giustizia, del'uguaglianza, di una vita degna e dignitosa.
Ieri, oggi, domani e sempre
Saluti e baci...

venerdì 24 giugno 2011

L'alba...

Un'ora fa, si sentiva soltanto il chiacchierio gutturale delle gazze ladre: come un suono proveniente dal battito di un metallo contro se stesso o contro la barriera posta dal vento che a quell'ora sfiorava l'aria incontaminata delle prime ore del giorno.
Adesso, come in un concierto polifonico, si sono uniti cinguettii sconosciuti, uccelli che da una migrazione lontana sono tornati agli alberi che circondano la piscina.
La luce é scoppiata, leggera e impalpabile, dal niente verso il cielo coprendo forme e contorni, come se di un velo si trattasse, passeggero, armonioso e sfumato
Il cielo, un cartoncino sottile dallo spessore appena accennato, si dipinge da solo di macchie e nuvole sparse qua e la. 
É giorno ormai. Ed io, da sola davanti allo schermo, la tastiera amica sotto le dita, cerco nel silenzio l'elegante e languido fluire delle parole.
É questa l'ora in cui mi sento bene, in pace, tranquilla con me stessa perché, da sola, riesco ancora ad immaginarmi incontaminata. La distanza apparente da me stessa soltanto una nota.
Passeranno le ore e mi sentiró di nuovo impigliata, naufragando ancora dentro me stessa come in un'isola distante e sconosciuta, come se tutto si ripetesse nello stesso ritornello cantato e cantato, monotono e piatto.
Ma adesso, intanto, partecipo del silenzio come un oblío, perdendo il contatto con il disordine e diventando anonima e assente nel mattino
Saluti e baci....

L'acqua...

Le siepi sono state tagliate. Ora sono abiti su misura che vestono la cancellata.
E la piscina, piena di acqua limpida, niente ha da invidiare ad un laghetto di montagna, gelato e pulito, sfumato d'azzurro quando il vento increspa la superficie.
É arrivata l'estate, magari senza rispettare il calendario, qualche ora prima, qualche giorno, che importa?
Stanno terminando di tagliare l'erba e un odore inconfondibile si alza e si spande, dalla terra nell'aria, come un profumo intimo e profondo.
Vorrei incontrare anche dentro di me una coscienza tanto segreta e viva invece della confusione che é rumore e frastuono, una valanga incostante, eppure continua, di turbamento: come se visceralmente ronzasse in me un vespaio che si libra nel turbamento e punge e bisbiglia, un fruscio ripetuto e ricorrente che non mi dá pace.
Vorrei essere chiara come l'acqua e pulita, rinnovata da mulinelli d'energia costante; e limpida, quasi metallica. Vorrei tornare a essere sonora, risonante, tintinnante invece che appannata e nebbiosa e opaca.
Ma "il tempo prende, il tempo dá...", forse non manca tanto alla rinascita...
Saluti e baci...   

lunedì 20 giugno 2011

La siepe di pittosforo....

Il cielo era, quel giorno, come un cassetto pieno di turchesi che sagge e capaci dita avevano infilato, pietra dopo pietra, facendone una collana intorno alla volta infinita e che si stemperavano nell'aria immota come cristalli azzurri.
Il cielo di Madrid che sempre conquista e lascia senza parole, quel giorno era l'anima intatta di dio: un dio finalmente benevolo con le sue creature, esseri instabili e incoerenti che lanciavano promesse e bestemmie verso di lui, ma anche, spesso, preghiere che erano antichi inni, a volte tanto tristi da sembrare quasi naufraghi dentro le proprie lacrime.
Anche le porte dell'estate si erano ormai socchiuse e scintille calde si staccavano direttamente dal sole per cadere incandescenti sulla terra.
L'aria non si muoveva, é vero, ma nella sua staticitá lasciava sfuggire soffi di fiato come sospiri che, all'improvviso, portárono un odore conosciuto.
Come fosse un'onda che, all'andarsene, lascia sempre un ricordo di sé, il profumo la avvolse per un istante e tutte le antenne dei suoi ricordi si volsero e ne raccolsero l'essenza: pittosforo.
Pittosforo a Madrid? Tanto lontano dal mare?
Allora, si accorse che proprio davanti a lei, quasi sfiorando i sensori del suo olfatto, c'era una siepe che copriva una grande cancello, ferro battuto che circondava in un freddo abbraccio una grande casa. Una casa ricca in un quartiere giá alle soglie della cittá, ma col cuore vibrante di mille pulsazioni, pieno di quella forza che solo il potere occulto ed efficace del denaro puó dare. E intanto, centinaia di piccoli fiori bianchi, quasi incollati come ciuffi di crema tra il verde delle foglie, sparsi a casaccio ma con elegante misura, osservavano come fossero piccoli occhi.
Guardavano come si era fermata, sbigottita e incredula, davanti al loro odore, concentrata direttamente sul quel profumo che, senza essere né sobrio né distratto, ma lusinghiero e lussuoso, la stava imbrigliando.
O forse era il ricordo di tempi andati che la incatenava, legandola a sé come fosse filo d'erba cattiva? O edera che s'intreccia e si arrotola, s'avvinghia e preme e cerca spazi tra gli spazi altrui, bevendo di una linfa che non le appartiene?
D'improvviso, veloce e rapido come quel profumo, davanti agli occhi, dal verde scuro e lucido della siepe si stava insinuando la forma lineare dell'orizzonte, lontano. Un orizzonte contro il quale sbattere lo sguardo, inciampare e caderci dentro. Un orizzonte quasi di cristallo, trasparente e sottile, una lastra di vetro nella quale gli occhi avrebbero potuto ferirsi e poi sanguinare gocce d'immenso infinito.
Mancava soltanto l'istante di un sospiro per raggiungherlo e toccarlo davvero: cosa incredibilmente impossibile. Come quando ci avvolge la sensazione di aver giá visto, di aver giá vissuto. Un deja-vu incomprensibile e arcano, manifesto soltanto nelle tortuositá della propria intima essenza.
E la siepe era un mare calmo, bonaccia piatta, totale assenza di vento, tranquillitá riposante e serena.
La strada che a quell'ora sembrava quasi emettere radiazioni luminose tanta era la luce ed il calore, diventata oggetto di un sortilegio, comandata quasi dall'intensitá del profumo, si era trasformata in quel viale che costeggiava il mare, a Fano.
Fano...antica dimora.
Frastagliata di mura ormai rotte qua e lá, vestigia di un nobile passato imperiale, figlia e suddita di Roma, ancora, a rimembrare un passato giá cosí remoto, sfoggiava un arco all'entrata della cittá, la statua di un augusto imperatore e un giardino pubblico, dominio di gatti e uomini randagi, che i Fanesi chiamavano "il Pincio" per far onore alla grande capitale o, chissá, a se stessi.
La Fano romana, la Fano dei Cesari, suddita e alleata, fedele e schiva, continuava a raccontarsi, dopo piú di duemila anni, attraverso la favola di un tempo, divisa tra Roma e il Medioevo, non sapendo, lei stessa, da chi o cosa farsi condizionare.
E costeggiando le mura fiancheggiate ora dai binari della ferrovia, lasciandosi quasi alle spalle la cittá vecchia, si raggiungeva il mare dalla parte del Lido: con i suoi negozi e gelaterie dai nomi variopinti, bazar e locali alla moda, non era diversa da qualsiasi altra cittadina di periferia dove peró la gente si orizzontava cercando il mare.
Il mare era la bussola e la stella polare per uomini e donne avvezzi all' odore acre e pungente di salsedine, abituati alla morte e alla vita, ambedue sorelle di uno stesso destino.
E per lei, figlia della pianura padana, nata da fitte nebbie e umiditá, "...e fiumi che trasformano i padani in marinai non veri...", quel mare era il sogno che avvolge i naviganti pur non essendolo lei, ovviamente.
Lei era un pirata e rubava quel che non le apparteneva: nelle mani callose abituate a tirare le reti o nelle cicatrici profonde sulle facce e nelle vite dei marinai, di nascosto, cercava tracce di storie da poter raccontare, inventando nomi o situazioni, ma lasciando sempre intatto quell'amore per il mare, ancestrale e puro, emotivamente perfetto, come quello dei romanzi d'appendice.
Cosí, anche lei ubriaca si solitudine e di sale, come i vecchi marinai delle osterie del porto, rubava immagini per metterne insieme altre come in una sinfonia di parole perché era l'unica maniera per sentirsi un po' meno sola.
E intanto, tutto il ricordo si spandeva in un unico profumo a migliaia di km dal mare, lontana e distante ormai dal tempo che l'aveva scatenato, quel ricordo, a volte cosí duro da ricordare.
Il pittosforo era quel fiore bianco e delicato che quasi la rappresentava. Prima di tutto perché, proprio come lei, fragile e aggressivo nell'imporre la supremazia del suo profumo, aveva poi dentro di sé, nella stessa timidezza, quella forza che gli permetteva sconfiggere la furia tremenda delle mareggiate. Sopportava, indenne, lunghi mesi di onde, di spruzzi, di bora, vento feroce che soffia impetuoso e impietoso da nord-est capace di strappare le radici dalla terra per scaraventarle nel mare.
Sopportava il caldo afoso dell'estate, una misticanza pesante di umiditá condensata e sudore, quel garbino malevole, vento di libeccio appiccicoso che chiude i pori asfissiando pelle e gola.
E tuttavia resisteva alle stagioni e ai venti, impavido, solenne, per tornare a regalarsi giorni pacifici di una tarda primavera che sempre tornava.
Il lungomare, a Fano, era pieno di pittosforo: siepi tutte uguali, in altezza e spessore, che quando fiorivano riempivano l'aria con quel loro odore dolce, fastidioso a volte, insinuante e pungente, persistente e seduttore, tanto da essere ricordato negli anni e a distanza quasi fosse stato un amante generoso.
In effetti, quel profumo e quelle siepi di pittosforo, non immaginava come fossero cadute lí. Non é esattamente una pianta di cittá come potrebbe esserlo la viola del pensiero, vellutata e romantica nella sua delicatezza; o la margherita, proletaria e disinvolta; o l'ortensia, signorile e superba come la magnolia...
Non ci si riesce ad immaginarlo come un elegante uomo d'affari, giacca e cravatta in tinta, scarpe di vernice e cellulare d'ultima generazione, mostrandosi, altezzoso, per le vie della cittá. No, il pittosforo normalmente costeggia le spiagge come un vecchio lupo di mare, schivo e selvatico, un po' antipatico e senza dubbio tenace; con un berretto di lana blu in testa anche se il termometro promette 40 gradi; barba lunga e, nelle tasche, insieme a un piccolo cavalluccio marino disseccato, odore di mare.
Eppure, stava lí, in uno dei quartieri piú eleganti e residenziali di Madrid, tra il Ramón y Cajal e Plaza de Castilla, a Mirasierra: che giá il nome avrebbe potuto essere un intero programma di vedute da un aereo in volo e panorami di rara bellezza stereotipata.
E cosí, tra edifici di cristallo ed acciaio, giardini delimitati da guardie giurate ed alte siepi, scale di pietra grezza che cercano, invano, di ricreare quell'ambiente bucolico ormai dimenticato, lontano persino dalle sponde del Manzanares, il pittosforo confonde le menti di businessmen maleducati a Mirasierra.
E lei, mentre il ricordo sfumava quanto piú si allontanava dal suo profumo, profanando il potere basico e banale di conti correnti milionari, cominció a salire la scala dai larghi gradini di sasso.
In alto, al secondo piano, a metá strada tra i sogni incerti ed il cielo, l'aspettava un altro colloquio, un altro esame...altro giro, altra corsa...
Saluti e baci... 

giovedì 9 giugno 2011

Il quadro...

C'é un quadro nuovo in casa: un salice si specchia nel mare, si disseta alla luce della luna che, qual dama bianca, domina acqua e cielo, cielo e acqua.
Quando lo vidi nella terrazza, non si distingueva la brillantezza dei raggi lunari. Soltanto polvere e sporcizia coprivano il vetro e la cornice come se gli anni avessero lasciato la loro guerra, lo scalpitio di litigate oscene, sulla leggerezza naturale della tela.
Del salice sí potevo vedere le lacrime ossidate nella polvere, raggomitolate su se stesse, quasi diventate spessi ciuffi di fumo nero.
Fumo di apatia che pochi conoscevano, che aveva vissuto i suoi giorni consumandosi lentamente ma lasciando indelebile traccia.
Quando l'ho pulito, la luce della luna é tornata ad essere un bianco riflesso nelle acque scure che potrebbero essere mare, ma anche lago e persino fiume, il salice si piega e finalmente sembra di nuovo ondeggiare nella brezza immaginata.
L'alone di magia manifesta che si sprigiona dalla luna, accende luci come fossero spettri nella notte che danzano tra le idee e formulano, nel ballo, pensieri e parole.
Mi piace il quadro, molto, anche se preferisco il giorno alla notte ed il sole alla luna; mi piace la pace che traspira e respira; mi piace quella sponda inventata, quel colore che sembra vestire la roccia a picco sul mare e che si fonde e confonde terra e radici.
Chissá se un giorno, prima o poi, dipingerá un quadro vedendo i riflessi della realtá che stiamo vivendo insieme, senza ricordi pensati e pesanti, dipingendo soltanto l'oggi.
Saluti e baci...

Quel che resta...

Il balcone sembra un giardinetto prensile, uno di quelli che, nei quartieri ricchi di qualsiasi grande cittá, sta sospeso tra terra e cielo, tra pavimenti di piastrelle raffinate e azzurro limite. Come se il cielo stesso fosse un prolungamento dei rami di piccoli alberi invasati o il turchese dell'infinito fosse una sfumatura anomala dei petali dei fiori.
Cosí, anch'io, nell'almanacco che registra tutti i colori, dal basso all'alto, vedo le tinte soffuse delle rose che mi ricordavo gialle ed invece scopro bianche con leggeri fruscii rosa nei contorni.
E guardo quell'incerto colore delle petunie: rubino o profonda ametista?
E il rosa dell'oleandro i cui fiori, come confetti ripieni di rosolio, si lasciano masticare dal vento.
Sul balcone é primavera ormai, anche se in ritardo. Perché, invece, ancora fa freddo, soprattutto la mattina: in pineta, tra cuculi noiosi e strani uccelli che non riconosco, l'umiditá raccolta dalla terra durante giorni di pioggia incessante, si alza e sbadiglia o dice e racconta mentre, in lontananza, abbaia il solito cane.

Ghiaccio é stanco e nervoso, trascina i piedi senza desiderio né entusiasmo. La terapia con il cortisone é finita e gli ha lasciato quell'agitazione frenetica che anch'io conosco bene: quella che non ti lascia riposare, che ti costringe a tic nervosi e a frenetici movimenti qui e lí senza trovare pace.
Nessuna posizione lo soddisfa, nessun cuscino conosciuto dove addormentarsi...e la zampa che gratta e gratta cercando, chissá, un po' di quiete, un sollievo all'ansia, una riconciliazione con il silenzio del sonno che non viene.
A volte, spesso, penso che é stata una fortuna non avere figli, per me e per quel figlio che non c'é...perché se sono cosí apprensiva con un cane, come avrei potuto esserlo con un figlio?
D'altra parte, inutile ricordare il sentimento di simbiosi sconnessa che ci lega, quotidiano come il pane, spirituale ma effettivo
Adesso mi guarda, gli occhi come mirtilli neri persi in un mare dolce di panna che é il suo muso...ed io non so cosa fare. Gli parlo continuamente, gli dico che passerá. Ma poi mi ricordo di quando lo dicevano a me e di quante volte ho mandato tutto e tutti a quel paese.
Lui, invece, ha la pazienza di milioni di storia, la tolleranza che é molto meglio di un libro di filosofia, la fedeltá tranquilla che non conosce ribellione...
Vedrai che passa davvero Ghiaccio, tutto passa e si scorda...
Saluti e baci...

martedì 31 maggio 2011

L'amico é...

Continua scuro il cielo, sembra essersi dimenticato d'antichi attimi immacolati di luce viva. Nascosti in qualche angolo, oscurati dall'ombra delle nuvole che minacciano, di nuovo, l'entrata del sole.
Vorrei, almeno io, essere piú luminosa nei miei atti, almeno quelli del pensiero: invece Ghiaccio, il fratello che mi accompagna, non sta bene e io ho passato la notte sul divano vegliando in silenzio il suo sonno disturbato da una tosse impossibile.
Mi sento male al solo pensiero di poterlo perdere, che mi possa lasciare davvero sola perché é cosí che, alla fine, mi sentirei quando arriverá quel momento della separazione.
Quante cose ha vissuto con me, quanti giorni e pace, notti e misteri, giorni e dolori, notti e disamori...quante cose insieme, Ghiaccio!
Nessuno, né essere umano né animale, sa di me tutto quel che lui sa perché ha condiviso lacrime e risa e ci siamo cullati e viziati, curati e medicati, l'una all'altro, senza chiedere nient'altro. Basta quel sentimento inconfondibile che sempre ci ha unito, quell'immediato capirsi e comprendersi , quella magia di sguardi obliqui che ci scambiamo anche se spesso nessuno li vede.
Ma lui é forte, passerá la tosse insieme alla mia paura: come sapesse che non mi puó lasciare, mi guarda, mi segue quando scrivo e si appoggia sui miei piedi sotto la scrivania.
Se togliamo dalla lista qualche essere umano, posso dire senza timore che é lui il mio migliore amico: peloso e bianco, quasi bilingue ormai, compulsivo negli affetti e nelle effusioni, simpatico e pauroso, ciccione e goloso di yogurt e gelato. Un bambino capriccioso come me, per questo ci intendiamo cosí bene.
É quel che si dice un legame, quell'anello, ultimo e perduto, di una catena che si é spezzata quando me ne sono andata per non tornare. É quel che mi unisce al mio passato: é l'unico essere che ha vissuto insieme a me la difficoltá del non capire, é quel che mi rimane di un capitolo giá letto, di una storia scritta su pagine che posso, ormai, soltanto sfogliare per ricordare.
Saluti e baci

lunedì 30 maggio 2011

E si fece buio su tutta la terra...

E all'improvviso, il cielo cade sul mondo, dimentica l'orizzonte, fonde le sue linee con quelle della terra. E apre il suo cuore.
Cambiano i colori: dall'azzurro al celeste, poi al grigio perla e, infine, un grigio acuto e spesso, quasi una nebbia gonfia di acqua, copre quella linea invisibile che ci separa dall'ignoto.
E cade giú, veloce e violento l'indicibile: acqua e fuoco, le scintille dei lampi ed il frastuono dei tuoni, gocce di pioggia dura che quasi faticano a sciogliersi nella terra. Soltanto scivolano quali pattini trasparenti e lasciano scie, rigagnoli gonfi e scuri.
Sull'asfalto, invece, sfrecciano le gocce come fiumi indomabili, si specchiano dentro loro stesse prima di scappare via, spaventate dal cielo che minaccia e corrono, corrono...
Un grande ventaglio copre la terra, un ventaglio d'aria e di vento che una mano gigante, il cielo, muove senza sosta e con tenacia.
Dalla finestra la pioggia si vede distante: si vedono le gocce riunite in file verticali e spostate senza tregua, mosse da quelle dita anonime che grattano sul mondo stesso.
Si vedono come fossero un esercito all'attacco, distante, ma che sta arrivando e vincerá; si vede la forza di cavalli galoppanti che alzano polvere d'acqua al passare.
All'improvviso, il grigio diventa nero e la notte scende placida e assonnata sulla terra quando ancora mancano ore ed ore alla sua ora, quando non c'é riposo ma frenesia spinta dal vento.
Allucinante sogno, un sogno che fa dell'immaginario un tempo reale, che costruisce se stesso tra una goccia e l'altra creandosi un cammino, passaggio verso il chissá dove.
La grandine, poi, comincia a picchiettare maligna sui vetri come chi vorrebbe entrare ed ha perso le chiavi. Bussa, batte i pugni, testarda ed intrepida.
Intanto, l'oleandro si piega per non spezzarsi. I rami gonfi di fiori che stanno per schiudersi, paladini di una tarda primavera, chinano il capo e si proteggono o proteggono i boccioli, come una madre amorosa.
E le petunie, violentate nella loro fragile delicatezza, aprono e chiudono i petali come bocche, come labbra di velluto colore del granato, rosso scuro come sangue.
E Ghiaccio guarda da sotto il tavolo quel che non capisce, quel che sta succedendo: il giorno senza luce, rumore picchiettante sulle finestre, pioggia a scrosci a mano a mano sempre piú costanti e violenti.
Fuori, nel cortiletto sotto la cucina, c'é un tappeto di chicchi ghiacciati, coriandoli irridescenti e pesanti
Ma come é venuta, all'improvviso e senza avviso previo, la notte torna a mescolarsi con la luce e piano piano torna a dormire.
Allora il sole, timido e assorto, ricomincia a pennellare il cielo di un colore azzurrino, quasi un mare di idee frastornate nella tela celestiale.
In lontananza ormai, piccole nuvole bianche galoppano come purosangue lasciando orme impercettibili, forse soltanto il fumo leggero del loro fiato.
E tutto, la terra in simbiosi con il cielo, alimentandosi l'una dell'altro, torna normale: la luce, il giorno, la pace...e va via la paura.
Gli uccelli ricominciano ad intonare chiacchierii sommessi e canti gutturali; persino le cicale sono arrivate, le rane e un corvo, lontano.
La vita, quella che non ci abbandona finché il nostro gioco comanda la partita, soffia incondizionatamente.
Saluti e baci....

venerdì 27 maggio 2011

Plaza Catalunya, oggi...

Cronaca di una morte annunciata...

Quello che sta succedendo a Barcellona é proprio questo, la cronaca di una morte, o meglio, di un omicidio: "los mozos de escuadra", la polizia autonomica catalana, sta assassinando la voce della gente, la voce insistente di un popolo stanco di bugie, di promesse.
Antefatto: la gente si era riunita nella Plaza de Catalunya dal 15 maggio scorso semplicemente per protestare contro un corpo politico ormai in putrefazione; contro una politica d'interessi che tutto ha rispettato meno gli interessi stessi della gente.
E attraverso le reti sociali, cosí come a Madrid a la Puerta del Sol, la gente aveva cominciato a confluire e creare quella specie di cittá stato che da sempre ci é negata: una biblioteca nata da libri portati in piazza da questo e da quello, una mensa con tavoli e cucine da campo per dar da mangiare a chi lo voglia o ne abbia bisogno, laboratori d'artigianato, asili e punto d'incontro per i bambini con giochi e animazione...insomma, un villaggio vero e proprio che dal virtuale del FaceBook o del Tuenti, era diventato realtá per tanta gente stanca, assonnata e persa nel sopore di una politica che non si riconosce e nemmeno riconosce se stessa....e che si era svegliata
Questa mattina sono arrivati 1300 agenti della polizia autonomica e hanno cominciato a smantellare tutto con la scusa di pulire la piazza. Bugia: gli stessi accampati pulivano e rispettavano le norme di igiene e sicurezza con un loro servizio d'ordine preposto.
Ma bisogna dirlo...domani nella stessa piazza, ci si aspetta la celebrazione per la vittoria del Barça in una delle tante coppe e coppette!
Quindi, mi domando, io e molti altri: molto piú importante o forse redditizio é montare uno spettaccolo sportivo-calcistico?
Sfortunatamente sí. Piú importante della voce della gente che, nonostante le manganellate date a destra e a manca senza ritegno, nonostante le cariche della polizia, non si muove...lo sto vedendo alla tele: botte contro gente disarmata, seduta per terra in protesta pacifica...incredibile...calci contro gente e famiglie intere che in silenzio si negavano ad andarsene, mani alzate in segno di non-violenza...ma che gliene importa?

Los mozos de escuadra hanno rubato computer con notizie e informazione, hanno caricato sui camion tavoli sedie materiale...un vero e proprio abuso di potere!
Dicono che l'azione é stata coordinata dal comune di Barcellona e dal consigliere di sanitá e la ragione data: mantenimento dell'ordine igiene e salubritá della piazza!
La gente filma, dicono che manderanno il risultato della cronaca di quello che sta succedendo ai giornali e televisioni europei.
É questa la democrazia che ci impongono?É arrestare e picchiare violentemente gente disarmata?
La gente é piena di sangue...e la gente intervistata dice "este presente es una mierda..."...e quale ragione hanno!
Mi piacerebbe che si diffondesse, che si sapesse quel che si sta cuocendo nelle piazze spagnole e particolarmente a Barcellona che é una delle cinque cittá di Spagnadove, bisogna dirlo, c'é una giunta di sinistra recentemente vittoriosa...

Che vergogna sento, quasi fossi Spagnola, vergogna che si veda nel mondo l'ipocrisia di questa "autoritá"che dovrebbe avere l'autoritá data dal popolo ed invece contro il popolo agisce!
Ho telefonato a Radio Popolare per chiedere se avevano ricevuto la notizia...m'hanno detto che mi richiamano, ma se non lo fanno non mi importa...io ho le mie parole...
Saluti e baci....

mercoledì 25 maggio 2011

Ciuffi d'erba...

Nell'aria vibra l'odore d'erba tagliata. Come un ballo d'ombre non viste, aleggia respirando per dar passo alla sua imprevesibile e casuale vita.
Un odore vive di se stesso e lo alimenta forse il vento vagando qua e lá e raccogliendo nella sua essenza altri profumi.
Forma una scia inconsistente nella gracile gratuitá dell'istante in cui si forma e si compone.
Ma é a volte piú importante di una architettura visibile, di una sembianza tangibile, di un complesso fisico con linee proprie e silhouette: piú forte ed ossessivo perché appartiene alla memoria, a fatti e gesta giá vissute che si intromettono nei pensieri dell'oggi acutizzando il passato.
E quest'odore d'erba, penetrante e pressante, rende l'ambiente bucolico e impalpabile, come impalpabile é il profumo stesso.
Ma quanta forza porta con sé, quanto ardire sfiorando la stessa aria!
E io, che ormai vivo nel circuito globale limitato dal bosco del ricordo, perdo consistenza in questo odore.
Saluti e baci...

L'isola non trovata...

Forse quello che piú mi fa male é la solitudine, quella sensazione giá ormai fisica di non essere visibile, di non essere percepita dagli altri.
Mi sento ferocemente sola, come il ciuffo d'erba cresciuto tra i sassi, come l'ultima goccia d'acqua caduta quando si annaffiano i fiori, quella lacrima che giá non incontra il suo mare e rimane lí, fossilizzandosi nel sale di se stessa per poi sciogliersi, dimenticata.
Ma sola non sono in realtá, c'é gente che mi cerca e che mi vuole bene: quello che sento é soltanto mio, parte di quell'essere sociale che sono e che non riesce a sfogare la sua vera essenza.
Cosí, tra alberi e foglie immote nell'aria di questa tarda primavera, sotto un cielo cosí azzurro da non osare nemmeno sfiorarlo con gli occhi, tra parole d'altri, scommesse sulla vita, si allarga questa sensazione di assoluto isolamento. Un'isola nei prati verdi, ormai lontana persino dal mare, dall'elemento che ha formato i bastioni del mio sentire.
Lontana da una terra forse soltanto immaginata nell'assenza, ma é la mia terra perché io la sento mia. E nonostante difetti difficoltá e bruttezze, é lí dove vorrei essere: passare giorni ascoltando il linguaggio dell'infanzia, le parolacce austere a volte, non certo colorate come qui.
Ma, ormai, é normale per me uscir di casa e non stupirmi di una lingua straniera.
Come invece sí mi scuote e mi fa tremare, ogni volta che ritorno, ascoltare per la strada le mie parole, il mio accento, quel che non c'é piú.
Mi dicono "Non sembri italiana...": magari pensano di farmi un complimento e, a loro vedere, si stanno congratulando del mio parlare.
Ed io, invece, mi sento male, sento allontanarsi le mie radici, le sento strisciare su di me come fossero ormai soltanto ragnatele e non solide dita aggrappate alla terra.
Com'é strana la vita, no? Ho sognato questa terra fin da bambina...sposeró un torero, dicevo; mi sentivo a casa soltando oltrepassando la frontiera e i Pirenei erano i miei sassi, il mio vento; la Costa Brava o del Sol erano il rifugio anelato...
E adesso? Mi chiedo spesso perché non sto bene in nessun posto, perché questa curiositá non costruisce in me, ma distrugge...chissá...
E torno, quindi,a sentirmi sola, come una nuvola che corre corre e non si incontra mai e che invece si scioglie o s'abbandona all'invito confuso della pioggia...e poi scompare...
Saluti e baci...

lunedì 16 maggio 2011

La fisarmonica...

Le lenzuola fanno il gioco del cielo, azzurri piú chiari e poi piú scuri che sfumano in certo tipo di verde che ricorda l'acqua del mare piú che il cielo. Ma non importa.
Poi ci sono gli scacchi della geometria, anch'essi persi nelle stesse tonalitá, magari inseguendo virtualmente le nuvole bianche che si sono fermate, a gregge pasciuto, proprio sopra il tetto.
Perché di solito, invece, le nuvole le vedi correre ed incastrarsi tra di loro disegnando figure, cancellando le precedenti e formandone di nuove, come pennellate nell'aria.Oggi invece no: immota l'aria e le nuvole, nemmeno un soffio di vento. Niente.

Anche oggi, sola nel salone, cerco di ricordare gli istanti, qualsiasi attimo che mi riporti ad un'emozione dato che, ultimamente, piú che di sensazioni ed emozioni potrei parlare di vertigini emotive che mai sono del tutto buone per il cuore.
A quest'ora giá avrei aperto il computer, giá avrei cominciato a lavorare e sudare in quell'antro senz'aria che chiamavano gentilmente ufficio.
Peró, per arrivarci, scendevo alla fermata di Santiago Bernabeu, o "Cuernabeu" come lo chiama normalmente José dato l'odio atavico, e virtuale anch'esso, dei fans dell'Atletico de Madrid verso i Madridisti.
E il Bernabeu, ahimé, é il regno, scettro e corona all'unisono, del Real Madrid...
Ma torniamo a monte, come si diceva negli anni settanta, o almeno diceva chi di politica o di atti socio-economici parlava...
Erano cinquanta minuti di metró, cinquanta minuti di sbadigli invidiosi davanti e accanto a me. Io normalmente no, quando butto i piedi dal letto giá sono sveglia.
Cinquanta minuti di pagine lette e di domande che non affioravano o, se lo facevano, non trovavano mai risposte chiare.
Cinquanta minuti prima di arrivare.
La linea 10 del metró di Madrid, dall'Hospital Infanta Sofia, mi lasciava esattamente davanti allo stadio e soltanto pochi passi ancora separavano la ragione dall'irrazionale che era quel che suggeriva, almeno a me, quel sedicente lavoro.
Ma prima di salire per strada, appena scesa dal vagone, una musica fatta come di ovatta, risvegliava anche le menti piú assonnate.
Il primo giorno, stupita, camminando m'accorgevo d'avvicinarmi sempre di piú alla fonte delle note, passo dopo passo era come convergere, muovendosi da punti diversi, verso un unico punto d'arrivo.
E in fondo alla scala mobile, o al principio, dipende da dove si guarda, un signore, cinquantacinque sessant'anni, mi sembrava che stesse raccontando al mondo intero la sua solitudine attraverso i tasti e poi le note della sua fisarmonica.
Paso doble, bolero, ballate...tango...
E quello che in un qualsiasi dancing d'altri tempi avrebbe invitato a ballare, in questo momento esatto, a me almeno, faceva cadere lacrime come goccioloni di tristezza infinita.
E all'improvviso, dai ricordi affiorava mia madre, giovane e ballando, con un sorriso immenso che illuminava la sua faccia e accendeva i due smeraldi profondi che aveva negli occhi...e ballava e ballava...ballava...
La fisarmonica era il suo strumento favorito ed é per questo che ogni volta che l'ascolto mi torna in mente con violenza quasi. Si fa breccia tra gli altri pensieri e salta fuori piú bella e viva che mai.
Sará per quello che mi commuove ascoltare qualcuno, chicchessia, suonarla. Sará per quello che, insieme ai tasti, sembra toccare, profondamente, le corde del mio cuore.
Poi salivo su, quasi sempre in fretta per non arrivare tardi: e la magia cadeva a terra frantumandosi.
Non restava altro che il lavoro, quell'ufficio quasi finto, il caldo, i computer, quelle telefonate inutili...e la tristezza, che giá non era malinconia ma vero dolore, ricominciava ad opprimermi il cuore.
Fino alla sera quando riprendevo il metró, altri cinquanta minuti di sonnolenza intorno a me e di dissapori in fondo al mio essere...ma poi c'erano le note, la musica di quella fisarmonica sconosciuta e mia madre con me ad accompagnarmi nei cinquanta minuti che mi separavano da casa. Un altro giorno andato, un passo in piú...
Saluti e baci... 

domenica 15 maggio 2011

"Signor dottore...eccellenza...commendatore"...ma chi sei?!?

Ormai, i pirati, non vanno con grandi velieri solcando le onde come ne facessero parte, come se fossero loro stessi acqua di mare. No.
Adesso, i pirati, vanno in giro con vestiti di marca, camicie immacolate dai tenui colori e cravatte di seta intonate all'abito e al calzino.
Belli, lucenti come brillanti sfaccettati, alcuni sono cosí, quelli che possono permetterselo.
Altri, meno belli, sfoderano sorrisi a denti bianchi, rifatti e cari, simpatia poco cara e fazzoletto al taschino.
Non hanno bisogno d'issare nessuna bandiera con teschio nello sfondo nero, perché lo sfondo nero é la loro anima sporca.
Quel teschio e quelle ossa sono le idee scalcinate di qualche povero illuso caduto nella rete e le ossa, sempre sue, dell'illuso di turno. Di chi crede, ancora, che non ci si inganna tra esseri della stessa specie, come non si ingannano i cani o non si rubano il cielo i passerotti nei loro voli: solo si annusano i cani, si sfiorano gli uccelli tra le nuvole...
Invece, l'umano é quell'essere imperfetto che sfida sua madre, la Madre Terra, che violenta la perfezione del creato.
E non contento, sfida a dadi l'altro essere, quello come lui, quello della sua stessa razza. Ma non per la sopravvivenza,no. E nemmeno lealmente, no.
Bara e gioca sporco soltanto per essere piú grande, per avere di piú, per il gusto d'ingannare, di sottomettere, di schiacciare.
Io che da piccola avevo una banda di malindrini, mi tiro fuori dal gioco, non ci gioco a carte se il mazzo é truccato. Non sono un pirata, di questo sono sicura.
Il vento continua ad agitare la mia bandiera che é quella bianca non perché mi sia arresa, no. Bianca come i vestiti dell'estate, come quelle nuvole che non portano pioggia. Bianca come la trasparenza, ancora, delle mie idee e del mio agire rispettando sempre l'altro essere che passeggia o corre o si ferma accanto a me...in questo cammino antico e solidale che é per me la vita.

"Ma che ci volete fare...io di risposte non ne ho....é l'istinto che mi fa volare...no, non é una cosa seria, non mettetemi alle strette...che politica che cultura...sono solo canzonetteeee..."
E forse é vero, ha ragione Bennato e tirarsi fuori dalla mischia a volte serve.
Saluti e baci....

lunedì 9 maggio 2011

Leggendo, sul filo del mio tempo...


 

Leggo seduta accanto al vuoto rumoroso di una panchina.
A due passi una fermata di metró, una bocca aperta al sottosuolo di questa grande capitale, Madrid, che riesce ogni volta a stupire gli occhi con la sua elegante, austera bellezza.
In questo quartiere, Serrano, dove la ricchezza si respira nelle facciate delle case, brillanti nella loro antica vita pulita e rinnovata, stucchi bianchi, a tratti, come panna spalmata con dovizia.
Si intravede dalle finestre, alte: vetri come specchi che frantumano irridescenti scintille d'arcobaleno quando il sole sbatte la sua faccia rotonda su di loro, da dove i soffitti spiccano voli leggiadri tra foglie d'oro e piume d'uccelli che mai apriranno le ali al cielo.
E nei negozi si vede quella sottile patina che lascia il denaro, dissipato tra le vetrine come nebbia che si spezza e sfuma.
Vecchie signore, imbellettate, passeggiano la loro etá e i loro cani.
Si muovono tra le pieghe di un altro tempo. Come musei andanti mostrano le loro gioie magari false: quelle autentiche, chissá, nascoste in una cassetta nei caveaux delle banche che, libere sentinelle, si mettono sull'attenti al loro entrare.
Ma poi, all'angolo di una chiesa, sui gradini che salgono al portone di quel palazzo distinto, signorile l'ascensore antico, lucidi i pomelli d'oro delle porte, dentro questo finto mondo ricco, una ragazza. China su se stessa, inginocchiata sul suo corpo, nascondendosi la faccia tra le mani.
E davanti a lei soltanto due parole scritte su un cartone, "Tengo hambre",ho fame.
Fame, magari, di un mondo diverso dove nessuno dovrebbe aver piú fame, quella classica, quella che chiede pane.
Certo, i miei 50 centesimi non cambieranno il suo stare inerme davanti ad un passaggio di gente cieca.
Non cambieranno il nome dei suoi bisogni.
Nemmeno serviranno ad ideare e costruire un mondo equanime dove i giorni sono assolati per tutti e per ciascuno. E le notti non fanno tremare di freddo e paura.
Ma oggi, in Nuñez de Balboa, nella C/Velazquez, mi sento molto piú vicina a quella ragazza china su se stessa con l'eleganza del suo silenzio, che ai palazzi e ai privilegi di poca gente che si scontrano con l'amarezza e la disillusione di troppi.
Saluti e baci....

martedì 1 febbraio 2011

L'eternitá dell'istante...

"...Come un velo di seta che lascia intravedere, ma non vedere, la notte lasciava passo a un giorno che si apriva la strada emergendo all'orizzonte, ancora con una luce debole....
La cittá, assorta in un dormiveglia, quasi un letargo, emanava quell'odore a grandezza antica che si mescolava con la fredda e vistosa modernitá. Appariva scandita da luci al neon, come se fossero nobili pietre che la illuminavano con la loro brillantezza competendo con le stelle, oscurando la sua luce, occultando la loro angusta presenza, millenaria ed arrogante.
Tuttavia, sotto la maschera della tranquillitá quotidiana, tra i clacsons stridenti delle macchine, i rumori dei lavori in corso e le voci umane, mille ombre deambulavano: due forze in opposizione si preparavano alla lotta per il potere.
I signori della notte, che vivono nella morte come ieri, dimenticati dai vivi, si nutrono di nuova saggezza per mettere a punto i loro poteri ancestrali ed accedere al premio definitivo: l'eternitá..." 

Proprio ieri leggevo queste parole, cosí belle e spaventose, questo libro che come tanti letti volge al termine, ritorna alla foce dal quale é partito: la mente e l'idea dell'uomo che l'ha scritto, come se l'idea fosse sogno ed il sogno idea.
Non é abituale per me leggere libri di questo tipo. La veritá é che non pensavo trattasse quest'argomento: normalmente leggo romanzi storici, quelli dove la storia é la base veritiera del narrare, ma s'intrecciano con lei storie ed emozioni mai raccontati nei manuali didattici di storia, quella che ricorda date e guerre dimenticandosi, troppo spesso, della vita dell'uomo.
Nel prologo si parlava di un antico manoscritto, perduto e magicamente ritrovato, della lotta eterna e nuova, sebbene antica, tra il male ed il bene...ma non m'aspettavo certo vampiri!
Peró, la maniera di delineare e descrivere soprattutto la notte, cosí lontana da me e da quel che sono, creatura diurna e imbalsamata nella luce del sole e del giorno, mi affascina, continua a stupirmi ad ogni pagina, mi spaventa e mi commuove.
Perché, nelle parole, c'é la certezza di poter rimediare all'errore e ritornar a vivere l'antica vita, magari senza l'essenza dell'eternitá, ma con la magia unica del vivere mortale che include sentire gli odori, le sensazioni di pace e paura.
Include la tenerezza e l'amore, la sofferenza quando si fa del male...e quello che sembrava monotono e banale diventa il nucleo fatato e esenziale di un'intera vita.
E poi, non ultima, la certezza di appartenere a un luogo, un posto preciso dove, tra sassi e dialetti, sei nato ed é nata la tua gente.
Quel luogo che, attraverso la sua storia, racconta la tua e la lascia scorrere come fiume che corre tra piccoli sassi e ciuffi verdi per arrivare fino al mare, attraversando paesi e cittá, racconti e poesie come un canto, ma partendo dallo stesso punto, sempre e arrivando alla stessameta, sempre. 
Anche quando cerchi di dimenticare, quando dici arrogante "Io non ho radici", dici e ti dici una bugia.
Niente e nessuno ti puó strappare da lí, nonostante i viaggi, le fughe e le cadute e le discese e i pendii percorsi, e le isole ed il mare, e le colline ed i boschi e le cittá...al nord o al sud, ad oriente o occidente: nemmeno sei anni passati come un soffio, scaduti sabato scorso e, senza nemmeno ricordarsi, rinnovati. Niente e nessuno cancella il tuo appartenere a quella terra e forse, proprio attraverso la terra,  puoi raggiungere quell'eternitá che quasi fa paura.

Vi consiglio questo libro: leggero nel racconto, sofferto e infinito, a tratti amaro e malinconico perché cosí é la vita, spesso, nella consapevolezza della morte.
In Spagnolo s'intitola "El conjuro de la sangre (El Protocolo Griego)" di uno scrittore basco, Kendall Maison, non so darvi indicazioni circa il titolo in Italiano.
Non l'ho ancora finito, rimangono ancora un centinaio di pagine ricche di sottili sogni e piccole idee, come se gli uni si fondessero e diventassero reali nelle altre.
Mentre il sole splende, il vento ha frenato il suo incedere danzante...
Saluti e baci...

lunedì 31 gennaio 2011

La cotoletta primavera e non solo...

Il vento spazzola i capelli, li spettina, niente vale: con le sue dita curiose, cerca una forma, quasi uno stile personale che nessuna lacca o gel riuscirebbe a fissare.
E il sole, laggiú in fondo, dove lo sguardo muore nei miei occhi miopi, accende una luce ansiosa su un paese senza nome per me.
Ma lo disegna, ora, come se fosse nuovo e non costruito nei secoli passati. Per me, continua ad essere un'immagine rinnovata nella luce.
Fa freddo perché il vento prova ad inventare traiettorie nuove per vecchi giochi, sempre quelli.
Sei tu, io, che ogni volta li sente, li sento diversi; che li vive, li vivo come una nuova esperienza.
Sembra infantile vedere giochi nelle corse del vento, ma qui, lontano dalla cittá, ogni cosa che vedo diventa originale e unica, diversa e spirituale.

Sto scrivendo molto, quasi quotidianamente, una storia che, come tutte le altre, ancora non ha titolo. Le altre, le molte giá concluse, rimangono lo stesso anonime come tutto ció che non ha nome.
Chissá se un giorno verrá l'ispirazione magica e riusciró a dare nome agli eventi, che ho vissuto e reinventato per farli diventare storie.
É difficile, complicato, incasellare con un titolo una storia: per me almeno, non é difficile raccontare. Invece sí mettere un punto, come scrivere la parola "Fine" ed incasellare parte della vita in un semplice titolo, che invece semplice non é perché attraverso una semplice traccia d'inchiostro dai una direttiva che servirá a far capire.
Per me che, quando compro un libro mi fisso incantata sul titolo, diventa impossibile trovarne uno alle mie storie.
Ho pensato che potrebbe essere perché non voglio concludere un discorso cominciato. O forse, piú semplicemente, non ho sufficiente potere di sintesi...dev'essere questo...
Intanto ho preparato la vinagrette "primavera" che servirá d'accompagnamento alle cotolette: pomodorini, cetrioli, peperoni tagliati a dadini piccoli. Poi tre parti d'olio e una d'aceto, sale e una sforchettata veloce per emulsionarli insieme, come a sbattere le uova per una frittata ed infine, come una sciarpa colorata, metterli al lato e sopra la cotoletta come a definirne i contorni...cosí mi sentiró un po' a casa, con un sole pallido che non scalda, la nebbia che s'infila negli angoli fin dentro al cuore, grigio il mondo intorno...peró a casa.
Saluti e baci...

venerdì 21 gennaio 2011

Giorno assonnato...

Giorni come oggi, uno spera che nella, settimana o nell'anno, non ce ne siano tanti. Perché? Perché mi sento come spezzata in due: il corpo da una parte e la mente dall'altra come fossero componenti di due oggetti distinti e non di un solo essere che, si presume almeno, dovrebbe usarli all'unisono.
Invece oggi il mio corpo va per conto suo verso strade in salita, stanco, arrancando come una vecchia macchina che sbuffa e sbuffa senza mettersi in moto. É un ferro vecchio che prova e riprova a cercare, da qualche parte, una fonte d'energia che lo spinga dato che da solo non riesce a muovere un passo.
La mente, invece, almeno, non rinuncia al suo status dominante e manda stimoli e suona campanelli... ma il corpo, senza far finta, non li sente.
Non so cosa succeda, a volte mi sento cosí: fragile anche se forte nella volontá.
Stamattina mi sono svegliata e stavo bene. Avevo deciso d'uscire. Il giorno é meraviglioso: c'é un leggero venticello, di quelli di montagna, frizzanti come acqua che zampilla ed il cielo é di quell'azzurro intenso che soltanto la realta naturale puó spennellare. Il sole é una palla che spruzza luce viva e intensa sopra ogni cosa, cinge come una sciarpa fosforescente le montagne in fondo all'orizzonte.
Dovevo uscire, andare a comprare i mandarini e il pane...invece, ad un certo punto mi sono accorta che non ce la facevo, che non avevo voglia di vestirmi ed uscire.
Mi sono guardata allo specchio ed ho visto una faccia bianca e stanca: non era oggi la noia, era stanchezza vera, di quelle che ti paralizzano.
Cosí ho deciso almeno di preparare qualcosa di particolare per il pranzo, ma non so se l'esperimento riuscirá cosí come l'ho pensato: medaglioni di merluzzo con accompagnamento di fettine di patate, gamberi e una salsa di pomodoro in agrodolce. Veramente, sarebbe giá tutto pronto, solo devo montare il piatto e scaldare alcune cosine...chissá...magari domani ve lo racconteró, adesso ho di nuovo voglia di riposare...
Saluti e baci...

martedì 18 gennaio 2011

Tra patate lesse e letture...

Si potrebbe dire che la mia mattina é stata fruttuosa, il libro cominciato ieri é quasi finito.
Adesso riposa sul poggia-braccio del divano e il verde del velluto, il bianco della pelle, lasciano libero l'ardore sfumato,giallo e grigio, forse con macchie marroni, della copertina dove si legge, sotto al nome dell'autore, il titolo, "La profecia 2013".
Bel libro, cominciato ieri sul metró che da San Sebastián de los Reyes mi portava a Madrid e quasi finito, ne rimangono una manciata di pagine.
Uno di quei libri che, iniziati, non puoi lasciare, te lo impedisce qualcosa che non é soltanto curiosita di vedere come va a finire: é curiositá d'entrare totalmente nella storia, nel vissuto di quei personaggi fittizi che t'hanno accompagnato come fosse gente incontrata davvero lungo il filo sottile della fantasia reale.
É la voglia di non perdersi il finale, anche ed ovviamente. Di non lasciare l'isola di Patmos dopo errabondi giorni a Samos o in quel paesino dell'Albania dove m'é venuta una gran voglia di riposare, almeno durante un tempo: Saranda, il teatro greco di Butrint...
Strane magie escono sotto forma di parole da questo libro.
Una é sicuramente quella che mi spinge a lasciar tutto da parte e terminarlo; l'altra é la sconvolgente profezia della fine di questo nostro pazzo mondo attraverso le lettere di Jung...insomma, una serie di interessanti vicende che mi hanno e che seguono conquistandomi.
Quando finiró di leggerlo, resterá un altro vuoto, come sempre dopo la pioggia di idee che mi dá incontrarmi con la parola scritta per poi doverla riporre nello scaffale della biblioteca per comincire un altro viaggio verso altre righe.

Ma adesso vado a preparare il pranzo: un'insalata campera che ha per ingrediente base patate lessate, leggermente calde, tiepide, alle quali si unisce la freschezza del cetriolo e dei pomodorini cherries, entrambi tagliati a dadini piccoli. E poi la potenza saporita e odorosa del peperone, rosso e verde, tagliato a striscioline sottili. Poi olive verdi a rondelle per rialzarne il profumo e tonno a tocchetti, non sminuzzato, per favore...
Il tutto condito con una vinagrette, basica: tre parti d'olio e una d'aceto....
Ho fatto il pane. Ancora svolazza per la casa, dalla cucina al salone, senza ritegno, l'amorevole gusto della sua fragranza antica.
Ghiaccio dormicchia e sogna sul tappeto che ricorda un prato verde, erba morbida sotto i piedi.
Ed io, ancora incantata, vado a preparare il pranzo, il cibo che, come ogni giorno, é una promessa d'amore.
Saluti e baci... 

domenica 16 gennaio 2011

I giardini di gennaio...

La luna, stamattina, sta, come un'altezzosa signora, proprio sopra la piscina: una parte della sua faccia rotonda, ancora, si nasconde dietro i rami dei pioppi che, nonostante l'illusione di primavera proclamata ad alta voce da questo strano mese di gennaio, stanno ancora dormendo il letargo del tempo, come ignari, seguendo il loro ciclo che stranamente non coincide con il tepore che soffia leggero.
Come sbadiglia il silenzio tra le ore sfilacciate del mattino e come è strano per me accorgersi ogni volta che il giorno qui nasce tardi, come se la notte non avesse la capacità d'intendere la luce e si soffermasse un po' di più a raccontare storie che si nascondono nella tenebra vissuta.
A volte, soltanto a volte, mi piacerebbe tornare a casa, quella che per me era la casa, vicino al mare. Ma non qualsiasi mare: la pozza dell'Adriatico, poco profonda e piena di sassi, quando da Rimini scende giú nelle Marche ed arriva poi fino a Numana. Ho nostalgia di quegli scogli e di quell'accento strascicato e confuso, ho nostalgia dei posti, non certo delle persone perchè quelle vivono al Nord, dove il Po si trasforma e comincia a correre verso quella che sará la sua fine, verso il mare.
Invece sto qui ed amo Madrid soprattutto, la città che ammalia i turisti e che li trasforma tutti in esseri notturni votati alla confusione primordiale del ballo e delle risa.
Invece a me di Madrid piacciono i suoi toni di verde, i parchi e i giardini, le fontane e i palazzi così bianchi nel riflesso e nelle ombre che disegnano i raggi del sole quando gli cadono addosso incoscienti.
Mi piacciono le gazze ladre, uccellotti cicciosi, bianchi e neri: ho sempre detto che in un'altra vita sono stata gazza ladra perchè tutto quel che brilla attira irrimediabilmente la mia attenzione...o orso polare, che incredibile dicotomia di sentimenti!
Così, tra gazze e palazzi, ciuffi d'erba e cielo azzurro che si tuffa direttamente negli occhi, passano le ore, seduti su un muretto ad ascoltare sinfonie di e da strada, nelle corde di una chitarra classica spagnola che, sulle dita di uno sconosciuto, intona il "Concierto de Aranjuez" e l'Adagio di Albinoni.
Una magia musicale incontrata per caso aspettando l'ora dell'entrata al Museo.
L'oggi si confonde con ieri nella scrittura, le due cose si fondono in un abbraccio e io, quindi, con passi vellutati me ne vado, aspettando che si faccia giorno.
Saluti e baci...