venerdì 27 maggio 2011

Plaza Catalunya, oggi...

Cronaca di una morte annunciata...

Quello che sta succedendo a Barcellona é proprio questo, la cronaca di una morte, o meglio, di un omicidio: "los mozos de escuadra", la polizia autonomica catalana, sta assassinando la voce della gente, la voce insistente di un popolo stanco di bugie, di promesse.
Antefatto: la gente si era riunita nella Plaza de Catalunya dal 15 maggio scorso semplicemente per protestare contro un corpo politico ormai in putrefazione; contro una politica d'interessi che tutto ha rispettato meno gli interessi stessi della gente.
E attraverso le reti sociali, cosí come a Madrid a la Puerta del Sol, la gente aveva cominciato a confluire e creare quella specie di cittá stato che da sempre ci é negata: una biblioteca nata da libri portati in piazza da questo e da quello, una mensa con tavoli e cucine da campo per dar da mangiare a chi lo voglia o ne abbia bisogno, laboratori d'artigianato, asili e punto d'incontro per i bambini con giochi e animazione...insomma, un villaggio vero e proprio che dal virtuale del FaceBook o del Tuenti, era diventato realtá per tanta gente stanca, assonnata e persa nel sopore di una politica che non si riconosce e nemmeno riconosce se stessa....e che si era svegliata
Questa mattina sono arrivati 1300 agenti della polizia autonomica e hanno cominciato a smantellare tutto con la scusa di pulire la piazza. Bugia: gli stessi accampati pulivano e rispettavano le norme di igiene e sicurezza con un loro servizio d'ordine preposto.
Ma bisogna dirlo...domani nella stessa piazza, ci si aspetta la celebrazione per la vittoria del Barça in una delle tante coppe e coppette!
Quindi, mi domando, io e molti altri: molto piú importante o forse redditizio é montare uno spettaccolo sportivo-calcistico?
Sfortunatamente sí. Piú importante della voce della gente che, nonostante le manganellate date a destra e a manca senza ritegno, nonostante le cariche della polizia, non si muove...lo sto vedendo alla tele: botte contro gente disarmata, seduta per terra in protesta pacifica...incredibile...calci contro gente e famiglie intere che in silenzio si negavano ad andarsene, mani alzate in segno di non-violenza...ma che gliene importa?

Los mozos de escuadra hanno rubato computer con notizie e informazione, hanno caricato sui camion tavoli sedie materiale...un vero e proprio abuso di potere!
Dicono che l'azione é stata coordinata dal comune di Barcellona e dal consigliere di sanitá e la ragione data: mantenimento dell'ordine igiene e salubritá della piazza!
La gente filma, dicono che manderanno il risultato della cronaca di quello che sta succedendo ai giornali e televisioni europei.
É questa la democrazia che ci impongono?É arrestare e picchiare violentemente gente disarmata?
La gente é piena di sangue...e la gente intervistata dice "este presente es una mierda..."...e quale ragione hanno!
Mi piacerebbe che si diffondesse, che si sapesse quel che si sta cuocendo nelle piazze spagnole e particolarmente a Barcellona che é una delle cinque cittá di Spagnadove, bisogna dirlo, c'é una giunta di sinistra recentemente vittoriosa...

Che vergogna sento, quasi fossi Spagnola, vergogna che si veda nel mondo l'ipocrisia di questa "autoritá"che dovrebbe avere l'autoritá data dal popolo ed invece contro il popolo agisce!
Ho telefonato a Radio Popolare per chiedere se avevano ricevuto la notizia...m'hanno detto che mi richiamano, ma se non lo fanno non mi importa...io ho le mie parole...
Saluti e baci....

mercoledì 25 maggio 2011

Ciuffi d'erba...

Nell'aria vibra l'odore d'erba tagliata. Come un ballo d'ombre non viste, aleggia respirando per dar passo alla sua imprevesibile e casuale vita.
Un odore vive di se stesso e lo alimenta forse il vento vagando qua e lá e raccogliendo nella sua essenza altri profumi.
Forma una scia inconsistente nella gracile gratuitá dell'istante in cui si forma e si compone.
Ma é a volte piú importante di una architettura visibile, di una sembianza tangibile, di un complesso fisico con linee proprie e silhouette: piú forte ed ossessivo perché appartiene alla memoria, a fatti e gesta giá vissute che si intromettono nei pensieri dell'oggi acutizzando il passato.
E quest'odore d'erba, penetrante e pressante, rende l'ambiente bucolico e impalpabile, come impalpabile é il profumo stesso.
Ma quanta forza porta con sé, quanto ardire sfiorando la stessa aria!
E io, che ormai vivo nel circuito globale limitato dal bosco del ricordo, perdo consistenza in questo odore.
Saluti e baci...

L'isola non trovata...

Forse quello che piú mi fa male é la solitudine, quella sensazione giá ormai fisica di non essere visibile, di non essere percepita dagli altri.
Mi sento ferocemente sola, come il ciuffo d'erba cresciuto tra i sassi, come l'ultima goccia d'acqua caduta quando si annaffiano i fiori, quella lacrima che giá non incontra il suo mare e rimane lí, fossilizzandosi nel sale di se stessa per poi sciogliersi, dimenticata.
Ma sola non sono in realtá, c'é gente che mi cerca e che mi vuole bene: quello che sento é soltanto mio, parte di quell'essere sociale che sono e che non riesce a sfogare la sua vera essenza.
Cosí, tra alberi e foglie immote nell'aria di questa tarda primavera, sotto un cielo cosí azzurro da non osare nemmeno sfiorarlo con gli occhi, tra parole d'altri, scommesse sulla vita, si allarga questa sensazione di assoluto isolamento. Un'isola nei prati verdi, ormai lontana persino dal mare, dall'elemento che ha formato i bastioni del mio sentire.
Lontana da una terra forse soltanto immaginata nell'assenza, ma é la mia terra perché io la sento mia. E nonostante difetti difficoltá e bruttezze, é lí dove vorrei essere: passare giorni ascoltando il linguaggio dell'infanzia, le parolacce austere a volte, non certo colorate come qui.
Ma, ormai, é normale per me uscir di casa e non stupirmi di una lingua straniera.
Come invece sí mi scuote e mi fa tremare, ogni volta che ritorno, ascoltare per la strada le mie parole, il mio accento, quel che non c'é piú.
Mi dicono "Non sembri italiana...": magari pensano di farmi un complimento e, a loro vedere, si stanno congratulando del mio parlare.
Ed io, invece, mi sento male, sento allontanarsi le mie radici, le sento strisciare su di me come fossero ormai soltanto ragnatele e non solide dita aggrappate alla terra.
Com'é strana la vita, no? Ho sognato questa terra fin da bambina...sposeró un torero, dicevo; mi sentivo a casa soltando oltrepassando la frontiera e i Pirenei erano i miei sassi, il mio vento; la Costa Brava o del Sol erano il rifugio anelato...
E adesso? Mi chiedo spesso perché non sto bene in nessun posto, perché questa curiositá non costruisce in me, ma distrugge...chissá...
E torno, quindi,a sentirmi sola, come una nuvola che corre corre e non si incontra mai e che invece si scioglie o s'abbandona all'invito confuso della pioggia...e poi scompare...
Saluti e baci...

lunedì 16 maggio 2011

La fisarmonica...

Le lenzuola fanno il gioco del cielo, azzurri piú chiari e poi piú scuri che sfumano in certo tipo di verde che ricorda l'acqua del mare piú che il cielo. Ma non importa.
Poi ci sono gli scacchi della geometria, anch'essi persi nelle stesse tonalitá, magari inseguendo virtualmente le nuvole bianche che si sono fermate, a gregge pasciuto, proprio sopra il tetto.
Perché di solito, invece, le nuvole le vedi correre ed incastrarsi tra di loro disegnando figure, cancellando le precedenti e formandone di nuove, come pennellate nell'aria.Oggi invece no: immota l'aria e le nuvole, nemmeno un soffio di vento. Niente.

Anche oggi, sola nel salone, cerco di ricordare gli istanti, qualsiasi attimo che mi riporti ad un'emozione dato che, ultimamente, piú che di sensazioni ed emozioni potrei parlare di vertigini emotive che mai sono del tutto buone per il cuore.
A quest'ora giá avrei aperto il computer, giá avrei cominciato a lavorare e sudare in quell'antro senz'aria che chiamavano gentilmente ufficio.
Peró, per arrivarci, scendevo alla fermata di Santiago Bernabeu, o "Cuernabeu" come lo chiama normalmente José dato l'odio atavico, e virtuale anch'esso, dei fans dell'Atletico de Madrid verso i Madridisti.
E il Bernabeu, ahimé, é il regno, scettro e corona all'unisono, del Real Madrid...
Ma torniamo a monte, come si diceva negli anni settanta, o almeno diceva chi di politica o di atti socio-economici parlava...
Erano cinquanta minuti di metró, cinquanta minuti di sbadigli invidiosi davanti e accanto a me. Io normalmente no, quando butto i piedi dal letto giá sono sveglia.
Cinquanta minuti di pagine lette e di domande che non affioravano o, se lo facevano, non trovavano mai risposte chiare.
Cinquanta minuti prima di arrivare.
La linea 10 del metró di Madrid, dall'Hospital Infanta Sofia, mi lasciava esattamente davanti allo stadio e soltanto pochi passi ancora separavano la ragione dall'irrazionale che era quel che suggeriva, almeno a me, quel sedicente lavoro.
Ma prima di salire per strada, appena scesa dal vagone, una musica fatta come di ovatta, risvegliava anche le menti piú assonnate.
Il primo giorno, stupita, camminando m'accorgevo d'avvicinarmi sempre di piú alla fonte delle note, passo dopo passo era come convergere, muovendosi da punti diversi, verso un unico punto d'arrivo.
E in fondo alla scala mobile, o al principio, dipende da dove si guarda, un signore, cinquantacinque sessant'anni, mi sembrava che stesse raccontando al mondo intero la sua solitudine attraverso i tasti e poi le note della sua fisarmonica.
Paso doble, bolero, ballate...tango...
E quello che in un qualsiasi dancing d'altri tempi avrebbe invitato a ballare, in questo momento esatto, a me almeno, faceva cadere lacrime come goccioloni di tristezza infinita.
E all'improvviso, dai ricordi affiorava mia madre, giovane e ballando, con un sorriso immenso che illuminava la sua faccia e accendeva i due smeraldi profondi che aveva negli occhi...e ballava e ballava...ballava...
La fisarmonica era il suo strumento favorito ed é per questo che ogni volta che l'ascolto mi torna in mente con violenza quasi. Si fa breccia tra gli altri pensieri e salta fuori piú bella e viva che mai.
Sará per quello che mi commuove ascoltare qualcuno, chicchessia, suonarla. Sará per quello che, insieme ai tasti, sembra toccare, profondamente, le corde del mio cuore.
Poi salivo su, quasi sempre in fretta per non arrivare tardi: e la magia cadeva a terra frantumandosi.
Non restava altro che il lavoro, quell'ufficio quasi finto, il caldo, i computer, quelle telefonate inutili...e la tristezza, che giá non era malinconia ma vero dolore, ricominciava ad opprimermi il cuore.
Fino alla sera quando riprendevo il metró, altri cinquanta minuti di sonnolenza intorno a me e di dissapori in fondo al mio essere...ma poi c'erano le note, la musica di quella fisarmonica sconosciuta e mia madre con me ad accompagnarmi nei cinquanta minuti che mi separavano da casa. Un altro giorno andato, un passo in piú...
Saluti e baci... 

domenica 15 maggio 2011

"Signor dottore...eccellenza...commendatore"...ma chi sei?!?

Ormai, i pirati, non vanno con grandi velieri solcando le onde come ne facessero parte, come se fossero loro stessi acqua di mare. No.
Adesso, i pirati, vanno in giro con vestiti di marca, camicie immacolate dai tenui colori e cravatte di seta intonate all'abito e al calzino.
Belli, lucenti come brillanti sfaccettati, alcuni sono cosí, quelli che possono permetterselo.
Altri, meno belli, sfoderano sorrisi a denti bianchi, rifatti e cari, simpatia poco cara e fazzoletto al taschino.
Non hanno bisogno d'issare nessuna bandiera con teschio nello sfondo nero, perché lo sfondo nero é la loro anima sporca.
Quel teschio e quelle ossa sono le idee scalcinate di qualche povero illuso caduto nella rete e le ossa, sempre sue, dell'illuso di turno. Di chi crede, ancora, che non ci si inganna tra esseri della stessa specie, come non si ingannano i cani o non si rubano il cielo i passerotti nei loro voli: solo si annusano i cani, si sfiorano gli uccelli tra le nuvole...
Invece, l'umano é quell'essere imperfetto che sfida sua madre, la Madre Terra, che violenta la perfezione del creato.
E non contento, sfida a dadi l'altro essere, quello come lui, quello della sua stessa razza. Ma non per la sopravvivenza,no. E nemmeno lealmente, no.
Bara e gioca sporco soltanto per essere piú grande, per avere di piú, per il gusto d'ingannare, di sottomettere, di schiacciare.
Io che da piccola avevo una banda di malindrini, mi tiro fuori dal gioco, non ci gioco a carte se il mazzo é truccato. Non sono un pirata, di questo sono sicura.
Il vento continua ad agitare la mia bandiera che é quella bianca non perché mi sia arresa, no. Bianca come i vestiti dell'estate, come quelle nuvole che non portano pioggia. Bianca come la trasparenza, ancora, delle mie idee e del mio agire rispettando sempre l'altro essere che passeggia o corre o si ferma accanto a me...in questo cammino antico e solidale che é per me la vita.

"Ma che ci volete fare...io di risposte non ne ho....é l'istinto che mi fa volare...no, non é una cosa seria, non mettetemi alle strette...che politica che cultura...sono solo canzonetteeee..."
E forse é vero, ha ragione Bennato e tirarsi fuori dalla mischia a volte serve.
Saluti e baci....

lunedì 9 maggio 2011

Leggendo, sul filo del mio tempo...


 

Leggo seduta accanto al vuoto rumoroso di una panchina.
A due passi una fermata di metró, una bocca aperta al sottosuolo di questa grande capitale, Madrid, che riesce ogni volta a stupire gli occhi con la sua elegante, austera bellezza.
In questo quartiere, Serrano, dove la ricchezza si respira nelle facciate delle case, brillanti nella loro antica vita pulita e rinnovata, stucchi bianchi, a tratti, come panna spalmata con dovizia.
Si intravede dalle finestre, alte: vetri come specchi che frantumano irridescenti scintille d'arcobaleno quando il sole sbatte la sua faccia rotonda su di loro, da dove i soffitti spiccano voli leggiadri tra foglie d'oro e piume d'uccelli che mai apriranno le ali al cielo.
E nei negozi si vede quella sottile patina che lascia il denaro, dissipato tra le vetrine come nebbia che si spezza e sfuma.
Vecchie signore, imbellettate, passeggiano la loro etá e i loro cani.
Si muovono tra le pieghe di un altro tempo. Come musei andanti mostrano le loro gioie magari false: quelle autentiche, chissá, nascoste in una cassetta nei caveaux delle banche che, libere sentinelle, si mettono sull'attenti al loro entrare.
Ma poi, all'angolo di una chiesa, sui gradini che salgono al portone di quel palazzo distinto, signorile l'ascensore antico, lucidi i pomelli d'oro delle porte, dentro questo finto mondo ricco, una ragazza. China su se stessa, inginocchiata sul suo corpo, nascondendosi la faccia tra le mani.
E davanti a lei soltanto due parole scritte su un cartone, "Tengo hambre",ho fame.
Fame, magari, di un mondo diverso dove nessuno dovrebbe aver piú fame, quella classica, quella che chiede pane.
Certo, i miei 50 centesimi non cambieranno il suo stare inerme davanti ad un passaggio di gente cieca.
Non cambieranno il nome dei suoi bisogni.
Nemmeno serviranno ad ideare e costruire un mondo equanime dove i giorni sono assolati per tutti e per ciascuno. E le notti non fanno tremare di freddo e paura.
Ma oggi, in Nuñez de Balboa, nella C/Velazquez, mi sento molto piú vicina a quella ragazza china su se stessa con l'eleganza del suo silenzio, che ai palazzi e ai privilegi di poca gente che si scontrano con l'amarezza e la disillusione di troppi.
Saluti e baci....

martedì 1 febbraio 2011

L'eternitá dell'istante...

"...Come un velo di seta che lascia intravedere, ma non vedere, la notte lasciava passo a un giorno che si apriva la strada emergendo all'orizzonte, ancora con una luce debole....
La cittá, assorta in un dormiveglia, quasi un letargo, emanava quell'odore a grandezza antica che si mescolava con la fredda e vistosa modernitá. Appariva scandita da luci al neon, come se fossero nobili pietre che la illuminavano con la loro brillantezza competendo con le stelle, oscurando la sua luce, occultando la loro angusta presenza, millenaria ed arrogante.
Tuttavia, sotto la maschera della tranquillitá quotidiana, tra i clacsons stridenti delle macchine, i rumori dei lavori in corso e le voci umane, mille ombre deambulavano: due forze in opposizione si preparavano alla lotta per il potere.
I signori della notte, che vivono nella morte come ieri, dimenticati dai vivi, si nutrono di nuova saggezza per mettere a punto i loro poteri ancestrali ed accedere al premio definitivo: l'eternitá..." 

Proprio ieri leggevo queste parole, cosí belle e spaventose, questo libro che come tanti letti volge al termine, ritorna alla foce dal quale é partito: la mente e l'idea dell'uomo che l'ha scritto, come se l'idea fosse sogno ed il sogno idea.
Non é abituale per me leggere libri di questo tipo. La veritá é che non pensavo trattasse quest'argomento: normalmente leggo romanzi storici, quelli dove la storia é la base veritiera del narrare, ma s'intrecciano con lei storie ed emozioni mai raccontati nei manuali didattici di storia, quella che ricorda date e guerre dimenticandosi, troppo spesso, della vita dell'uomo.
Nel prologo si parlava di un antico manoscritto, perduto e magicamente ritrovato, della lotta eterna e nuova, sebbene antica, tra il male ed il bene...ma non m'aspettavo certo vampiri!
Peró, la maniera di delineare e descrivere soprattutto la notte, cosí lontana da me e da quel che sono, creatura diurna e imbalsamata nella luce del sole e del giorno, mi affascina, continua a stupirmi ad ogni pagina, mi spaventa e mi commuove.
Perché, nelle parole, c'é la certezza di poter rimediare all'errore e ritornar a vivere l'antica vita, magari senza l'essenza dell'eternitá, ma con la magia unica del vivere mortale che include sentire gli odori, le sensazioni di pace e paura.
Include la tenerezza e l'amore, la sofferenza quando si fa del male...e quello che sembrava monotono e banale diventa il nucleo fatato e esenziale di un'intera vita.
E poi, non ultima, la certezza di appartenere a un luogo, un posto preciso dove, tra sassi e dialetti, sei nato ed é nata la tua gente.
Quel luogo che, attraverso la sua storia, racconta la tua e la lascia scorrere come fiume che corre tra piccoli sassi e ciuffi verdi per arrivare fino al mare, attraversando paesi e cittá, racconti e poesie come un canto, ma partendo dallo stesso punto, sempre e arrivando alla stessameta, sempre. 
Anche quando cerchi di dimenticare, quando dici arrogante "Io non ho radici", dici e ti dici una bugia.
Niente e nessuno ti puó strappare da lí, nonostante i viaggi, le fughe e le cadute e le discese e i pendii percorsi, e le isole ed il mare, e le colline ed i boschi e le cittá...al nord o al sud, ad oriente o occidente: nemmeno sei anni passati come un soffio, scaduti sabato scorso e, senza nemmeno ricordarsi, rinnovati. Niente e nessuno cancella il tuo appartenere a quella terra e forse, proprio attraverso la terra,  puoi raggiungere quell'eternitá che quasi fa paura.

Vi consiglio questo libro: leggero nel racconto, sofferto e infinito, a tratti amaro e malinconico perché cosí é la vita, spesso, nella consapevolezza della morte.
In Spagnolo s'intitola "El conjuro de la sangre (El Protocolo Griego)" di uno scrittore basco, Kendall Maison, non so darvi indicazioni circa il titolo in Italiano.
Non l'ho ancora finito, rimangono ancora un centinaio di pagine ricche di sottili sogni e piccole idee, come se gli uni si fondessero e diventassero reali nelle altre.
Mentre il sole splende, il vento ha frenato il suo incedere danzante...
Saluti e baci...

lunedì 31 gennaio 2011

La cotoletta primavera e non solo...

Il vento spazzola i capelli, li spettina, niente vale: con le sue dita curiose, cerca una forma, quasi uno stile personale che nessuna lacca o gel riuscirebbe a fissare.
E il sole, laggiú in fondo, dove lo sguardo muore nei miei occhi miopi, accende una luce ansiosa su un paese senza nome per me.
Ma lo disegna, ora, come se fosse nuovo e non costruito nei secoli passati. Per me, continua ad essere un'immagine rinnovata nella luce.
Fa freddo perché il vento prova ad inventare traiettorie nuove per vecchi giochi, sempre quelli.
Sei tu, io, che ogni volta li sente, li sento diversi; che li vive, li vivo come una nuova esperienza.
Sembra infantile vedere giochi nelle corse del vento, ma qui, lontano dalla cittá, ogni cosa che vedo diventa originale e unica, diversa e spirituale.

Sto scrivendo molto, quasi quotidianamente, una storia che, come tutte le altre, ancora non ha titolo. Le altre, le molte giá concluse, rimangono lo stesso anonime come tutto ció che non ha nome.
Chissá se un giorno verrá l'ispirazione magica e riusciró a dare nome agli eventi, che ho vissuto e reinventato per farli diventare storie.
É difficile, complicato, incasellare con un titolo una storia: per me almeno, non é difficile raccontare. Invece sí mettere un punto, come scrivere la parola "Fine" ed incasellare parte della vita in un semplice titolo, che invece semplice non é perché attraverso una semplice traccia d'inchiostro dai una direttiva che servirá a far capire.
Per me che, quando compro un libro mi fisso incantata sul titolo, diventa impossibile trovarne uno alle mie storie.
Ho pensato che potrebbe essere perché non voglio concludere un discorso cominciato. O forse, piú semplicemente, non ho sufficiente potere di sintesi...dev'essere questo...
Intanto ho preparato la vinagrette "primavera" che servirá d'accompagnamento alle cotolette: pomodorini, cetrioli, peperoni tagliati a dadini piccoli. Poi tre parti d'olio e una d'aceto, sale e una sforchettata veloce per emulsionarli insieme, come a sbattere le uova per una frittata ed infine, come una sciarpa colorata, metterli al lato e sopra la cotoletta come a definirne i contorni...cosí mi sentiró un po' a casa, con un sole pallido che non scalda, la nebbia che s'infila negli angoli fin dentro al cuore, grigio il mondo intorno...peró a casa.
Saluti e baci...

venerdì 21 gennaio 2011

Giorno assonnato...

Giorni come oggi, uno spera che nella, settimana o nell'anno, non ce ne siano tanti. Perché? Perché mi sento come spezzata in due: il corpo da una parte e la mente dall'altra come fossero componenti di due oggetti distinti e non di un solo essere che, si presume almeno, dovrebbe usarli all'unisono.
Invece oggi il mio corpo va per conto suo verso strade in salita, stanco, arrancando come una vecchia macchina che sbuffa e sbuffa senza mettersi in moto. É un ferro vecchio che prova e riprova a cercare, da qualche parte, una fonte d'energia che lo spinga dato che da solo non riesce a muovere un passo.
La mente, invece, almeno, non rinuncia al suo status dominante e manda stimoli e suona campanelli... ma il corpo, senza far finta, non li sente.
Non so cosa succeda, a volte mi sento cosí: fragile anche se forte nella volontá.
Stamattina mi sono svegliata e stavo bene. Avevo deciso d'uscire. Il giorno é meraviglioso: c'é un leggero venticello, di quelli di montagna, frizzanti come acqua che zampilla ed il cielo é di quell'azzurro intenso che soltanto la realta naturale puó spennellare. Il sole é una palla che spruzza luce viva e intensa sopra ogni cosa, cinge come una sciarpa fosforescente le montagne in fondo all'orizzonte.
Dovevo uscire, andare a comprare i mandarini e il pane...invece, ad un certo punto mi sono accorta che non ce la facevo, che non avevo voglia di vestirmi ed uscire.
Mi sono guardata allo specchio ed ho visto una faccia bianca e stanca: non era oggi la noia, era stanchezza vera, di quelle che ti paralizzano.
Cosí ho deciso almeno di preparare qualcosa di particolare per il pranzo, ma non so se l'esperimento riuscirá cosí come l'ho pensato: medaglioni di merluzzo con accompagnamento di fettine di patate, gamberi e una salsa di pomodoro in agrodolce. Veramente, sarebbe giá tutto pronto, solo devo montare il piatto e scaldare alcune cosine...chissá...magari domani ve lo racconteró, adesso ho di nuovo voglia di riposare...
Saluti e baci...

martedì 18 gennaio 2011

Tra patate lesse e letture...

Si potrebbe dire che la mia mattina é stata fruttuosa, il libro cominciato ieri é quasi finito.
Adesso riposa sul poggia-braccio del divano e il verde del velluto, il bianco della pelle, lasciano libero l'ardore sfumato,giallo e grigio, forse con macchie marroni, della copertina dove si legge, sotto al nome dell'autore, il titolo, "La profecia 2013".
Bel libro, cominciato ieri sul metró che da San Sebastián de los Reyes mi portava a Madrid e quasi finito, ne rimangono una manciata di pagine.
Uno di quei libri che, iniziati, non puoi lasciare, te lo impedisce qualcosa che non é soltanto curiosita di vedere come va a finire: é curiositá d'entrare totalmente nella storia, nel vissuto di quei personaggi fittizi che t'hanno accompagnato come fosse gente incontrata davvero lungo il filo sottile della fantasia reale.
É la voglia di non perdersi il finale, anche ed ovviamente. Di non lasciare l'isola di Patmos dopo errabondi giorni a Samos o in quel paesino dell'Albania dove m'é venuta una gran voglia di riposare, almeno durante un tempo: Saranda, il teatro greco di Butrint...
Strane magie escono sotto forma di parole da questo libro.
Una é sicuramente quella che mi spinge a lasciar tutto da parte e terminarlo; l'altra é la sconvolgente profezia della fine di questo nostro pazzo mondo attraverso le lettere di Jung...insomma, una serie di interessanti vicende che mi hanno e che seguono conquistandomi.
Quando finiró di leggerlo, resterá un altro vuoto, come sempre dopo la pioggia di idee che mi dá incontrarmi con la parola scritta per poi doverla riporre nello scaffale della biblioteca per comincire un altro viaggio verso altre righe.

Ma adesso vado a preparare il pranzo: un'insalata campera che ha per ingrediente base patate lessate, leggermente calde, tiepide, alle quali si unisce la freschezza del cetriolo e dei pomodorini cherries, entrambi tagliati a dadini piccoli. E poi la potenza saporita e odorosa del peperone, rosso e verde, tagliato a striscioline sottili. Poi olive verdi a rondelle per rialzarne il profumo e tonno a tocchetti, non sminuzzato, per favore...
Il tutto condito con una vinagrette, basica: tre parti d'olio e una d'aceto....
Ho fatto il pane. Ancora svolazza per la casa, dalla cucina al salone, senza ritegno, l'amorevole gusto della sua fragranza antica.
Ghiaccio dormicchia e sogna sul tappeto che ricorda un prato verde, erba morbida sotto i piedi.
Ed io, ancora incantata, vado a preparare il pranzo, il cibo che, come ogni giorno, é una promessa d'amore.
Saluti e baci... 

domenica 16 gennaio 2011

I giardini di gennaio...

La luna, stamattina, sta, come un'altezzosa signora, proprio sopra la piscina: una parte della sua faccia rotonda, ancora, si nasconde dietro i rami dei pioppi che, nonostante l'illusione di primavera proclamata ad alta voce da questo strano mese di gennaio, stanno ancora dormendo il letargo del tempo, come ignari, seguendo il loro ciclo che stranamente non coincide con il tepore che soffia leggero.
Come sbadiglia il silenzio tra le ore sfilacciate del mattino e come è strano per me accorgersi ogni volta che il giorno qui nasce tardi, come se la notte non avesse la capacità d'intendere la luce e si soffermasse un po' di più a raccontare storie che si nascondono nella tenebra vissuta.
A volte, soltanto a volte, mi piacerebbe tornare a casa, quella che per me era la casa, vicino al mare. Ma non qualsiasi mare: la pozza dell'Adriatico, poco profonda e piena di sassi, quando da Rimini scende giú nelle Marche ed arriva poi fino a Numana. Ho nostalgia di quegli scogli e di quell'accento strascicato e confuso, ho nostalgia dei posti, non certo delle persone perchè quelle vivono al Nord, dove il Po si trasforma e comincia a correre verso quella che sará la sua fine, verso il mare.
Invece sto qui ed amo Madrid soprattutto, la città che ammalia i turisti e che li trasforma tutti in esseri notturni votati alla confusione primordiale del ballo e delle risa.
Invece a me di Madrid piacciono i suoi toni di verde, i parchi e i giardini, le fontane e i palazzi così bianchi nel riflesso e nelle ombre che disegnano i raggi del sole quando gli cadono addosso incoscienti.
Mi piacciono le gazze ladre, uccellotti cicciosi, bianchi e neri: ho sempre detto che in un'altra vita sono stata gazza ladra perchè tutto quel che brilla attira irrimediabilmente la mia attenzione...o orso polare, che incredibile dicotomia di sentimenti!
Così, tra gazze e palazzi, ciuffi d'erba e cielo azzurro che si tuffa direttamente negli occhi, passano le ore, seduti su un muretto ad ascoltare sinfonie di e da strada, nelle corde di una chitarra classica spagnola che, sulle dita di uno sconosciuto, intona il "Concierto de Aranjuez" e l'Adagio di Albinoni.
Una magia musicale incontrata per caso aspettando l'ora dell'entrata al Museo.
L'oggi si confonde con ieri nella scrittura, le due cose si fondono in un abbraccio e io, quindi, con passi vellutati me ne vado, aspettando che si faccia giorno.
Saluti e baci...

L'intimitá del'impressionismo...

Oggi mi dedico piú tempo perché ne ho bisogno, perché ho voglia di "esprimere impressioni".
Forse la causa o il beneficio, viene dalla visita mattutina al Museo Thyssen nel Paseo de Prado a Madrid: siamo andati a rifarci gli occhi e a colorare il cuore, non si potrebbe spiegare meglio. A vedere la mostra che si intitola "Los jardines de los impresionistas"...che meraviglia! Quanti colori e come si zittisce la voce davanti alle parole non dette di tante macchie di colori che arrivano, come dardi di nuvole rosa, fin dentro l'anima! Rimani a bocca a perta, non ti importa nemmeno spiegare quello che senti, le "impressioni" che si stampano e volano, come in incantesimi usciti da pastelli di cera, direttamente nei tuoi occhi per scendere poi giú, sulle labbra che non sanno piú quel che vorrebbero dire e, magicamente, si trasportano dalla parete al tuo piú nobile silenzio.

Ecco, ci voleva davvero un'immersione nel mondo delle sensazioni, in quel vivere dove le immagini sono macchie di azzurro nelle ombre, sono il rosa dei petali del ciliegio sparsi a caso, ti sembra, sul velluto verde del bosco...e dietro, sembra che un sole immaginato, stia rilucendo e sprizzando malinconici raggi, come una nebbia fine che copre la tela e la fa brillare di pagliuzze, di scintille di luce...Come spiegarlo? Io, la strega dei colori, la strega che fa delle parole il filtro magico nel suo calderone che danza, ribollendo, sulle fiamme di un fatuo fuoco...io senza parole?!? Sí, nemmeno una perchè é la fantasia che scorre su binari immaginati e immaginabili,dove il silenzio é signore e le parole soltanto damigelle che gli fanno compagnia...che bella mattina:il sole che brilla e scalda come fosse giá primavera una cittá che dormicchia e sbadiglia negli immensi occhi delle finestre, mentre i palazzi vestiti a festa offrono il bianco dei loro muri al cielo blu perchè, attraverso la luce, possa usarli da scenario per altre feste, feste mattutine, nella danza dei colori...
Saluti e baci...

sabato 15 gennaio 2011

Cercando Godot...

"É cosí, le anime inquiete non vivono mai in pace e non è che mi piaccia molto, ma in effetti, da sempre, ho dovuto fare i conti con il mio essere così...a volte invidio, sai, quelli che riescono a vivere persino nella monotonia dell'anima, nell'incoscienza dell'esistere perchè, diciamocelo,vivono molto meglio, in pace direi, una pace che,invece che aspettare alla fine dei secoli dei secoli, cominciano a sperimentare qui, appoggiandosi vagamente alle loro certezze, che magari certezze non sono, ma aiutano a non porsi domande...
Chi vive in confusione sempre, come me per esempio, cercando sempre qualcos'altro, non mi dirai che vive bene...perchè non accontentarsi mai, mi dico spesso?
Abbiamo molte più cose di quelle che molta gente potrebbe sognare in tutta la vita...e quel che manca, è talmente irreale che non so nemmeno spiegare come possa mancare...se non c'è, o non esiste, come può mancare?"
 
Oggi comincio cosí, forse con un po' di disordine mentale, il post, con uno stralcio di mail, una di quelle poche certezze quotidiane, insieme alle telefonate di mia sorella, che mi accompagnano e sulle quali, sempre, so che posso contare. Perchè a volte bastano queste piccole cose, come una telefonata o una mail, per non sentirsi del tutto soli.
Anche questa sensazione di solitudine della quale spesso scrivo e semino concetti, forse è soltanto così personale ed individuale che risulta persino difficile da spiegare ad occhi distratti che non la vedono o a cuori leggeri che non la vivono: eppure, almeno per me, è qualcosa di così concreto che persino le parole, nel cercare di mettere nero su bianco, o rosso su grigio come in questo caso, appaiono quasi inconsistenti, meno reali di quel che per me è la sensazione stessa.
Strano, vero? O quanto meno difficile da intendere pienamente. 
Il fatto è che a volte, direi spesso, mi sento completamente isolata dal mondo e nemmeno so spiegare se è una condizione fisica, di distanza dalla vera e propria modernizzazione data la posizione geografica in cui mi trovo, o se invece, al contrario, è davvero soltanto una posizione rarefatta della mia anima che, anche nella confusione totale, continua a sentirsi e ad essere sola.
Mi succede da sempre. Anche quando il mio lavoro era la gente, anche allora vivevo questa stessa, inconcepibile destrezza umana: l'iolamento dal resto della vita, la totale assenza di compagnia, nonostante l'empatia col mondo che sempre mi ha accompagnato.
Quindi, mi dico, sarà che sono così. Sarà che vivo sola la dipendenza da fattori esterni a me. Sarà la mia normalità essere incapace di sentire, intorno, il calore umano estraneo, a parte, come sempre dico, quelle poche persone che, nonostante la difficile essenza del mio essere, continuano, per amore e con amore, a seguire costantemente e docilmente i miei passi che se ne vanno di qua e di là, che non danno modo di fermarsi a riposare.
Quello sì, nonostante le mie corse, do spazio alla contemplazione degli eventi e del mondo, soprattutto di quel mondo naturale che è l'unico, ancora, a darmi qualche allegria emozionale.
E nemmeno so perchè, in questa domenica mattina in cui il cielo è pulito da ogni nube dubbiosa, io stia qui a raccontare la meraviglia delle mie incongruenze umane, la metamorfosi dell'anima che cerca sempre un infinito troppo lontano, troppo distante dalla piccola realtà vitale.
Perchè anche se me ne andassi, se il posto cambiasse, sono sicura che, da qui a un tempo quasi delimitabile, starei di nuovo insoddisfatta.
Se volessi scherzare e continuare a prendermi poco sul serio potrei affermare, ridendo, che il genio della lampada che vive in me, ha sempre bisogno di nuovi stimoli per praticare le sue magie.
Ma dentro di me non c'è nessun genio, magari un folletto insoddisfatto che cerca nelle scintille di nuovi fuochi, un altro tipo di calore...ma sarà un'altra storia...
Saluti e baci... 

Y yo renaceré...

http://www.youtube.com/watch?v=xY1m-Dpp3Tg        "Io rinascerò
cervo a primavera
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare
e io rinascerò
amico che mi sai capire
e mi trasformerò in qualcuno
che non può più fallire
una pernice di montagna
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna
e io rinascerò
amico caro amico mio
e mi ritroverò
con penne e piume senza io
senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore...
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito
ah...
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito..."
 
Giá...non ce l'ho fatta proprio, ho dovuto scrivere tutte le parole perchè è una sensazione strana quella che riempie oggi i ruscelli che dal cuore corrono verso il mare o, capovolgendosi, corrono verso i sentieri lungimiranti del cielo...
Perchè oggi, sí, nonostante il calendario rifiuti compararsi col clima, oggi sembra proprio primavera...dicono che in Gran Canarias stanno fiorendo mandorli e ciliegi, i fiori sono sbucati dalle gemme sbucciando, contro il tempo, le scorze dure dei rami e sono lí, misteri di ció che sará.
Siamo andati al parco con Ghiaccio che, nonostante i suoi dieci anni, é sempre arzillo come un passerotto caduto dal nido, zampetta e corre.
C'è uno spiazzo, nel parco, con la sabbia: secondo me, anche nella sua memoria, quando siamo lí tornano i ricordi della spiaggia e delle corse che facevamo, lui ed io, come amici per sempre in una vita che, invece, per sempre non é...
Tante volte parlo di lui, di Ghiaccio, che mi fa compagnia nelle lunghe ore silenziose e riesce persino ad interrompere il mio silenzio e i miei pensieri scorrazzando nelle pieghe piú recondite e profonde dei miei stati d'animo: lui non ha tradito, non tradiscee non lo fará mai.
Gli voglio cosí bene...tanto bene come se fosse parte del mio stesso cuore...
E mentre Ghiaccio corre e a modo suo sogna un mare che non c'é, ci siamo promessi un fine settimana a Valencia, se il tempo regge e sfida le furie proclamate dell'inverno...
Cosí il mare sará, non solo nei ricordi; sará acqua tra le dita e sabbia nelle scarpe...finalmente...
Saluti e baci...  

venerdì 14 gennaio 2011

"Cantami dei numeri la serie..."

Oggi ho visto giocare, nel cortile della scuola, i bambini: giocavano alle stesse cose di quando anch'io ero una bambina, piccola e cicciottella, con le treccine rosse che sembravano quelle di Pippi Calzelunghe, col naso all'insú cercando sempre d'annusare la vita e cose nuove.
Erano i giochi di sempre, bandiera, castellone, al lupo.
Certo avranno nomi diversi, certe sfumature magari rinnovate, ma il senso e la forza del gioco erano le stesse.
Perchè le cose cambiano per rimanere uguali...non era questo il leitmotiv del "Gattopardo"? E non é la semplice storia della vita?
Lo è, almeno per me che vedo crescere le foglie degli alberi, ogni giorno diverse ed uguali, rispettando le regole delle stagioni che passano e vanno via per poi tornare.
Come dice sempre José quando mi lascio prendere dallo sconforto di dover vivere attimo dopo attimo l'inverno: se non venisse l'inverno, dice sempre, come potrebbe tornare di nuovo l'estate?
Che ragione ha, quella ragione che, quando non voglio ascoltare, mi fa venir persino rabbia...
Intanto, la casa si è riempita di profumo di muffins...ti piacerebbero Katis, sono venuti gonfi e dorati, presagio di morbidezza e di sorrisi quando José li vedrá.
Cos'avranno di tanto speciale i muffins perchè a tutti piacciano tanto?
Non lo so, perchè, tra parentesi, a me non dicono un gran che...però l'odore sí, l'odore cattura i sensi, almeno i miei, quello olfattivo e tattile: mi piace odorare e toccare le cose, come una bambina piccola...che è quello che sono rimasta in molte cose...perchè, anche in questo, la vita cambia e ti cambia ma, alla fine, ti fa rimanere uguale, vincolata al tuo essere più antico e profondo...come è giusto che sia, un po' di coerenza almeno nel correre dei giorni verso il loro destino...
Saluti e baci...

giovedì 13 gennaio 2011

Le frecce del mattino

Anche oggi, come ogni mattino, sono uscita presto e ancora il giorno e la notte non avevano definito i loro propri confini.
C'é una zona nella pineta dove né la notte né il giorno entrano decisi: come uno spazio privato, un luogo d'oblío dove la luce gioca con le ombre, ma non s'incontrano mai.
Ghiaccio annusava l'aria: ogni tronco d'albero o ciuffo d'erba, diventa sempre per lui un'esperienza nuova, come se li vedesse e scoprisse per la prima volta.
E c'era un silenzio da panico: sentivo soltanto i miei passi, soltanto ascoltavo le mie scarpe muoversi e spostare sassi e zolle di terra ancora bagnata , fresca d'umidità notturna.
In lontananza, il belato di una pecora solitaria, come un lamento gutturale, spettro di un rumore nel silenzio che avvolge ogni cosa.
E il canto di un uccello, un pianto lento e pietoso mai ascoltato prima.
Ho avuto quasi paura perchè i rumori si spargevano come semi tirati da una bisaccia di corda, e tutti arrivavano dal niente e nel niente tornavano a nascondersi.
Però, arrivati in alto, mentre Ghiaccio correva già cercando l'odore di casa, mi sono accorta che passeggiare, il mattino, vale sempre la pena: il cielo scoppiava di colori mentre sfogliava le ultime pagine della notte recitando gli ultimi, vecchi versi.
Da una parte Venere, il mito antico dell'amore, luccicante di passione nel blu più scuro. Dall'altra, una combinazione sfolgorante di giallo che si perde nel rosso e nel rosa, s'aggancia in accostamenti che probabilmente,indossati, non avrebbero lo stesso effetto.
Come sdraiati in fondo al cielo, colori che cambiano all'istante mentre gli occhi ancora spenti e abituati al buio, cercano di sfoderare le scintille che permettono vedere.
In lontananza, poi, il paese sembra una metropoli che si sveglia, le luci finte dei lampioni e delle insegne dei bar s'accendono su ogni cosa che si muove o che resta immota nelle ultime ore di sonno.
Sembra un quadro a metà strada tra quel che è stato e quel che sará, un'aggresione visiva da una parte e, dall'altra, la certezza dell'antico che non ha voce però sì ha potere sulla vita dell'essere umano.
Non cambierei questi momenti per nessun'altra cosa, né queste emozioni per altre perchè...mi sento così piena, come se i colori del mattino tingessero di speranza anche me: non cambierei un'alba per un tramonto, non cambierei il silenzio anche se a volte mi fa sentire addosso il grido della paura.
Non cambierei la mia faccia persa nella luce, quando sento che il sole sta esattamente in quell'angolo nascosto di cielo, quell'angolo che custodisce le sensazioni e i segreti del mondo...no, nessuna di queste cose cambierei, e, in questi momenti precisi, sono persino contenta del posto esatto in cui mi trovo...anche se a volte la fatica della nostalgia mi pesa addosso e non mi fa capire, quasi non mi fa respirare e mi viene voglia di scappare via...
Non si preoccupi chi sa che sto parlando di lei: non scappo di nuovo, qui c'è la mia vita che potrei cambiare soltanto se anche José lo volesse.
Ma lui é diverso: è attaccato alle sue tradizioni, ha paura di doverle sentire e esprimere in un'altra lingua, ha paura di quel che non conosce anche se, a volte, è persino intraprendente e spinto verso quel che non sa.
Qui sta il mio sole, quella Venere che mi aspetta sopra la pineta ogni mattino, quell'uccello strano che nel suo pianto mi saluta, i colori di una tavolozza che ogni volta riesce a conquistarmi e stregarmi...non vado via.
Quindi, buon anno, oggi sono tornata per restare...
Saluti e baci... 

giovedì 30 dicembre 2010

L'anno che verrà...

È passato un altro anno, la serie dei numeri cantata impercettibilmente da lassù. Quasi una filastrocca che spesso si ripete, un ritornello spesso conosciuto che lascia poco spazio all’immaginazione.
Non so cosa succeda e nemmeno so perché, ma quest’anno le feste sono scivolate e continuano a scivolare nell’inconsistente gioco malinconico dell’incoscienza, un via vai di pensieri sconnessi che si esiliano dalla realtà.
Come in uno specchio, vedo la mia faccia ed il mio corpo muoversi senza necessità di giustificarne l’andatura, un trottare leggero ma indeciso nei lunghi giorni nuovi che verranno.
Come se d’improvviso il mio corpo non mi appartenesse, come se fosse qualcun'altro che muove i fili: eppure, non mi sento un burattino, oggi ancor meno che in altri tempi, ma un’anima libera e vivace, un colore nel grigio dell’inverno.
Invece, tutto sembrerebbe dimostrare il contrario. La mia immagine si riflette in un paesaggio reale quasi sconosciuto che fugge, a volte, verso il mondo isolato delle idee e tutto ciò che sta intorno diventa un sottile contorno del quale si potrebbe fare a meno. Come una nostalgia, malinconia fugace che ha tirato il freno a mano nel veicolo del tempo e si è fermata a curiosare gli eventi senza esserne, quasi, protagonista.
Perché è così che mi sento in questi giorni pieni di luci e alberi di Natale, presepi e Re Magi che hanno già ormai concluso il loro viaggio, da Oriente ad Occidente, dal Nord al Sud, o dal niente al chissà dove: è così che sparo i miei razzi d’incoscienza nel vivere quotidiano, verso atti che nemmeno m’accorgo di gestire. Uno scenario d’irreale e dinamico far niente che conduce alla malinconia. A volte sono qui e lì allo stesso tempo, presente ed assente nei miei giorni, chissà perché…

Le feste, quest’anno, non mi fanno bene, ho tante cose che mi frullano in testa e si trasformano in una mousse d’atteggiamenti e pensieri non voluti, che si formano e vengono a me senza che li abbia chiamati: lo dicevo, come un’incosciente corsa verso l’irrealtà che, probabilmente, mi rende nervosa e inattiva nel concreto.
Senza essere preda dell’ozio naturale e benefattore dopo giorni di andirivieni frenetico, continuo a far cose, cucinare e sistemare, lavare e stendere, andare qui e là, ma ogni atteggiamento pare essere il termometro di una febbre che ha bisogno di sfogare sensazioni e non ci riesce. Come se avessi bisogno di un cambio, di tagliare i rami morti ed invece non avere la forza o lo stimolo per farlo.
Così, nell’inverno che mi segue, canto attimi di ribellione che sono soltanto spiragli inconsapevoli di fuga…bah, quasi inutile spiegare e cercare di capire quel che è probabilmente soltanto un’emozione tra le tante che spennellano i momenti.

Non è il modo migliore di ricominciare una scrittura troncata tempo fa dalla frenesia delle cose da fare: correre quotidianamente a Madrid per studiare o buttarmi a capofitto al Carrefour nel lavoro instabile di promoter, poi a casa dopo lunghe ore in piedi cercando di vendere o convincere le persone che quel che vendi è il migliore tra gli oggetti esposti…non che non mi piaccia, io sono normalmente un camaleonte e mi adatto alle situazioni, le prendo per mano e le conduco nelle mie vie conosciute. Quel che non mi piace è l’instabilità del lavoro, la consapevolezza sempre dell’incerto, di quel che oggi c’è e domani si vedrà, tutte cose che mi lasciano in bilico come questa nebbia affusolata intorno al mondo tra il tutto ed il niente.
Così, tra una cosa e l’altra, mi sono caduti addosso il Natale e le feste comandate, senza nemmeno accorgermene veramente: pronti l’albero e gli addobbi in casa senza troppa convinzione, pronti i regali e le cene…ed io mi chiedo spesso dove sono, se qui o lì o in entrambi i lati vedendo passare i giorni senza partecipare alla festa
Qualcosa sto sbagliando probabilmente, qualcosa non va, ma non so cos’è, non so se è semplice nostalgia, malinconia di cose e persone che non ci sono più: non lo so, semplicemente non lo so.

Allora, nell’incertezza, meglio fare gli auguri perché quest’anno che viene sia un cesto di speranza, una girandola di salute prospera e sincera, un gioco nel quale, anche se non si è vincitori, almeno non si perda tutto e, se si perde, rimanga almeno la promessa di poter vincere qualche volta, con la certezza assoluta che dopo l’inverno torna sempre primavera.
Buon 2011 di cuore!
Saluti e baci…

venerdì 3 dicembre 2010

Le "Frittelle della Fiera"

Anche oggi, guardando da questo angolo privilegiato la strada, aprendo gli occhi sulla finestra che spia e spettegola le cose del mondo, si vede una striscia di brillantezza, quasi una lastra che potrebbe essere di vetro: invece è ghiaccio, irregolare e birbone.
È di forma irregolare, fa quasi dei disegni astratti sull’asfalto e la luce dei lampioni si riflette sulla sua faccia lucida riempiendo di colore, arancio metallizzato, l’arabesco sottile.
Anche oggi sembra si siano “dimenticati” di gettare il sale e a me sembra incomprensibile l’atteggiamento superficiale di questa gente, amministratori-delegati-sindaci-consiglieri, che sapeva sarebbe successo.
Ieri vedevo la gente camminare quasi in equilibrio sui suoi piedi, quasi zampettando cercando di non cadere. Ma è la prassi della stupidità, non certo da parte delle persone che devono sempre cercare di sopravvivere nelle regole ingiuste ed imposte, no, non è colpa della gente della strada: la colpa è di chi, dall’alto, sembra volerti spiegare le regole del gioco nel quale sei costretto a puntare d’azzardo senza, spesso, aver diritto di replica.

Ma la mia giornata di ieri è stata predominata dalla gioia, nostalgica se vogliamo, perché sono riuscita, dopo tanto cercare, a trovare la ricetta delle”Frittelle della fiera”, così le chiamo io ricordando.
Dove sono nata, a Seregno, nel cuore della Pianura Padana, verso la fine di aprile si celebra ogni anno la Fiera di Santa Valeria che trascina con sé, nella mia testa già disordinata dai ricordi, un senso d’infanzia ed adolescenza che rimane impigliata non solo nella mente, ma anche e soprattutto nel cuore.
Si andava alla fiera in pompa magna, c’era tutto un rituale che la precedeva e poi accompagnava: si doveva aspettare la zia, vestite a festa mia sorella ed io, e poi insieme a mamma, nonna e cugino, ci si incamminava, bambini davanti e adulti dietro, come in un corteo.
Ci si fermava in chiesa, perché la festa originariamente aveva quell’odore d’incenso e di benedizione che, nonostante il passare degli anni, rimaneva negli atti, quasi inconsapevolmente,  anche se si univa sempre più il sacro al profano.
A me sinceramente quello che interessava era arrivare alle bancarelle e poi al luna-park, ma la tappa era più che altro un omaggio alla tradizione, lavarsi l’anima e mettersi in pace con la Madonna e con se stessi prima di concedersi delizie corporali.
Ricordo perfettamente come se quei giorni non fossero mai passati, la massa di gente lungo le vie strette del quartiere, l’odore di croccanti e mandorle tostate…e poi, come d’incanto, cominciava a stuzzicare il naso quel profumo conosciuto, le frittelle della fiera!
C’era una bancarella specifica, sempre quella, dove ogni anno mia madre si fermava, scherzava e rideva con il proprietario che io, bambina, guardavo incantata: vestiva di bianco e stava davanti ad un immenso calderone pieno d’olio dove, con una maestria che a me suonava a magico, metteva e toglieva frittelle da quel liquido bollente che borbottava odori più che parole, e poi le buttava da una parte sul banco e qualcun altro le prendeva, così calde e profumate e le cospargeva di granelli di zucchero che cadevano come neve su quella terra soffice di lievito e farina.
Mi ricordo che guardavo estasiata le bolle d’aria che si formavano nella frittella quando lui buttava l’impasto nell’olio: era un brontolio odoroso, un discorso di sensazioni che a me faceva sempre inghiottire la saliva, l’acquolina mi divorava ancor prima di mettere sotto i denti quello che mi sembrava il dolce degli dei.
Ci si accontentava di piccole cose da bambini, la fiera era una festa e le frittelle un dono invitante e del quale ringraziare, ogni volta, quasi con timidezza e pudore.

E proprio ieri, sbirciando qua e là come faccio spesso nei siti di cucina, non so bene come, le ho trovate e si chiamavano proprio così, ”Le Frittelle della Fiera” !
Così, scommettendo di nuovo con me stessa, perché per me ogni nuova ricetta è una scommessa con la quale mi metto alla prova, ho deciso di provarci.
Ho messo il lievito di birra nel latte tiepido aspettando che si compiesse la magia e cominciasse a produrre bollicine da se stesso
Intanto, ho preparato la farina in un’altra terrina, ho aggiunto zucchero, un pizzico di sale e la scorza di limone grattugiata e poi ho versato il liquido incantato.
Ho mescolato insieme ed ho aggiunto, per ultimo, il burro a pezzettini.
Poi ho cominciato ad impastare, lentamente, con le mani appiccicose all’inizio e poi l’impasto, sempre più elastico, ha cominciato a staccarsi dalle dita e, come sempre, mi ha detto dice che era pronto, che potevo smettere di maltrattarlo con le mani…allora, l’ho messo in stand-by, come dicono gli illuminati!, a riposare.

Questo dell’impastare è un altro atto di magia, non so nemmeno spiegare quanto mi piace mettere le mani nella farina e muovere le dita trasformando la massa informe in una palla morbida e profumata; la farina, l’acqua e il lievito insieme, hanno un odore irriproducibile, tanto meno a parole…proverei se fossi in voi, perché, a me almeno, dà una serenità infinita!

Devono passare almeno due ore, ci vuole tempo e pazienza in questo tipo di lavori, perché l’impasto deve poter crescere e lievitare lentamente, senza fretta urbana.
Impastare ed aspettare richiede tempi antichi, segnati dalla tolleranza e dall’attesa che ormai non sono più sinonimi di niente in questo mondo che corre in un bisogno inconsistente di continue emozioni veloci.

Poi ho ripreso l’impasto tra le mani e ne ho fatto un filoncino lungo dal quale ho staccato delle piccole parti che ho trasformato in palline e di nuovo le ho coperte e le ho lasciate riposare.
Quest’ultima fase non dura più di una ventina di minuti.
Ho ripreso le palline, ho messo l’olio a scaldare e con le mani le ho schiacciate fino a renderle quasi trasparenti nel centro e più cicciottelle sui bordi.
Poi, una ad una, le ho messe nell’olio, caldo ma non bollente altrimenti si bruciano e non da tempo all’impasto compiere l’ultimo tratto di lievitazione…ecco fatto, le Frittelle della Fiera, come per magia, quasi quarant’anni dopo, in un piatto nella mia cucina, una sopra l’altra, spolverate di zucchero come allora e con il ricordo di chi non c’è più ma che continua a vivere ogni volta che tra le mani si rinnova la tradizione, suggestione seducente del passato che non muore nel presente.
Saluti e baci... 

"Fiocca, la neve fiocca..."

http://www.youtube.com/watch?v=KKnjaXFqFDc

Ed eccomi qui...ho tante cose da fare in questi giorni ed altrettante in testa. E quando succede, si crea come una confusione di priorità, non so da dove cominciare e quale tra le cose scegliere come fosse la più importante...
Non è che mi sia dimenticata del blog e di voi che con cautela e affetto seguite le linee che riempiono le pagine...e nelle pagine le parole che raccontano.
Comunque sono qui,  fisicamente presente oggi, a dipingere di nuovo, con le idee, le parole.

Ieri sera tornavamo da Madrid, José ed io, e verso San Agustín de Guadalix cominciò a nevicare.
Che sensazione strana, non tanto la neve, ma piuttosto come scendeva. Dalla macchina in movimento, i fiocchi all'inizio sembravano scintille bianche e fosforescenti, si scontravano con i fari della macchina e all'improvviso acquistavano quella fluorescenza che ricorda figure di spettri. Quasi una magia. Un gioco di luci e di trasparenze che sembravano specchiarsi direttamente dai fari ai fiocchi che, scendendo, ballavano nel vento.
C'era il vento ieri sera, sì che soffiava! e faceva mulinelli con la neve che quasi non riusciva neppure a toccare l'asfalto che continuava indenne, senza tracce d'acqua, quasi stesse indossando uno di quegli impermeabili di plastica lucida e nera che mi ricordano sempre films polizieschi degli anni quaranta.
Il soffio del vento prendeva tra le mani la neve e la lanciava in circolo fomentando un balletto silenzioso che cominciava e si spandeva nell'aria mossa, come un'onda nel cielo nero..
I fiocchi giravano e giravano, facevano girotondo uno con l'altro senza riuscire però a toccarsi e poi,concludendo il gioco, il vento li trasportava e spostava in altre direzioni.

Poi, dopo questa prima impressione di danza rituale e senza meta, i fiocchi cominciavano a lanciarsi contro il vetro, come fossero sottili lame di coltelli d'acciaio, quasi d'argento. E facevano rumore colpendolo, come se la morbidezza della neve si fosse trasformata in granelli di metallo.
Non avevo mai visto nevicare così...

Questa strana discesa libera, stamattina, aveva lasciato in regalo lastre di ghiaccio per la strada.
Dalla finestra, ancor prima d'uscire, vedevo un luccichio sull'asfalto, come se nella notte qualcuno avesse lanciato per le strade chili e chili di brillantini, il maquillage del mondo dopo una notte di freddi bagordi.
Ghiaccio dappertutto, sui marciapiedi e in mezzo alla via, sui tetti delle case e sugli alberi...solo gelo e neve secca e rattrappita lungo i bordi della strada a difendersi, lei stessa, dal freddo di quella solitudine: arrampicata quasi ai muri in piccoli mucchietti, stava lì e dava quasi pena...

Dicono che durante il giorno si alzeranno le temperature, l'inverno non è ancora arrivato ed io ne sono già stufa...
Il sole già comincia a sciogliere la neve: ci sono riflessi argentati su ogni cosa che si evidenzia nella luce.
Il sole sul bianco ancora intatto della neve, gioca e scherza costruendo attimi di luminosità estrema. Ogni ritaglio è un bagliore che fa male agli occhi, così brillante, così violento; un bagliore che si spezza in gocce quasi invisibili nelle quali danza un incredibile, minuscolo e tremante arcobaleno.
Come un'altra speranza che cavalca, indisturbata, il giorno...
Saluti e baci...