Il vento spazzola i capelli, li spettina, niente vale: con le sue dita curiose, cerca una forma, quasi uno stile personale che nessuna lacca o gel riuscirebbe a fissare.
E il sole, laggiú in fondo, dove lo sguardo muore nei miei occhi miopi, accende una luce ansiosa su un paese senza nome per me.
Ma lo disegna, ora, come se fosse nuovo e non costruito nei secoli passati. Per me, continua ad essere un'immagine rinnovata nella luce.
Fa freddo perché il vento prova ad inventare traiettorie nuove per vecchi giochi, sempre quelli.
Sei tu, io, che ogni volta li sente, li sento diversi; che li vive, li vivo come una nuova esperienza.
Sembra infantile vedere giochi nelle corse del vento, ma qui, lontano dalla cittá, ogni cosa che vedo diventa originale e unica, diversa e spirituale.
Sto scrivendo molto, quasi quotidianamente, una storia che, come tutte le altre, ancora non ha titolo. Le altre, le molte giá concluse, rimangono lo stesso anonime come tutto ció che non ha nome.
Chissá se un giorno verrá l'ispirazione magica e riusciró a dare nome agli eventi, che ho vissuto e reinventato per farli diventare storie.
É difficile, complicato, incasellare con un titolo una storia: per me almeno, non é difficile raccontare. Invece sí mettere un punto, come scrivere la parola "Fine" ed incasellare parte della vita in un semplice titolo, che invece semplice non é perché attraverso una semplice traccia d'inchiostro dai una direttiva che servirá a far capire.
Per me che, quando compro un libro mi fisso incantata sul titolo, diventa impossibile trovarne uno alle mie storie.
Ho pensato che potrebbe essere perché non voglio concludere un discorso cominciato. O forse, piú semplicemente, non ho sufficiente potere di sintesi...dev'essere questo...
Intanto ho preparato la vinagrette "primavera" che servirá d'accompagnamento alle cotolette: pomodorini, cetrioli, peperoni tagliati a dadini piccoli. Poi tre parti d'olio e una d'aceto, sale e una sforchettata veloce per emulsionarli insieme, come a sbattere le uova per una frittata ed infine, come una sciarpa colorata, metterli al lato e sopra la cotoletta come a definirne i contorni...cosí mi sentiró un po' a casa, con un sole pallido che non scalda, la nebbia che s'infila negli angoli fin dentro al cuore, grigio il mondo intorno...peró a casa.
Saluti e baci...
lunedì 31 gennaio 2011
venerdì 21 gennaio 2011
Giorno assonnato...
Giorni come oggi, uno spera che nella, settimana o nell'anno, non ce ne siano tanti. Perché? Perché mi sento come spezzata in due: il corpo da una parte e la mente dall'altra come fossero componenti di due oggetti distinti e non di un solo essere che, si presume almeno, dovrebbe usarli all'unisono.
Invece oggi il mio corpo va per conto suo verso strade in salita, stanco, arrancando come una vecchia macchina che sbuffa e sbuffa senza mettersi in moto. É un ferro vecchio che prova e riprova a cercare, da qualche parte, una fonte d'energia che lo spinga dato che da solo non riesce a muovere un passo.
La mente, invece, almeno, non rinuncia al suo status dominante e manda stimoli e suona campanelli... ma il corpo, senza far finta, non li sente.
Non so cosa succeda, a volte mi sento cosí: fragile anche se forte nella volontá.
Stamattina mi sono svegliata e stavo bene. Avevo deciso d'uscire. Il giorno é meraviglioso: c'é un leggero venticello, di quelli di montagna, frizzanti come acqua che zampilla ed il cielo é di quell'azzurro intenso che soltanto la realta naturale puó spennellare. Il sole é una palla che spruzza luce viva e intensa sopra ogni cosa, cinge come una sciarpa fosforescente le montagne in fondo all'orizzonte.
Dovevo uscire, andare a comprare i mandarini e il pane...invece, ad un certo punto mi sono accorta che non ce la facevo, che non avevo voglia di vestirmi ed uscire.
Mi sono guardata allo specchio ed ho visto una faccia bianca e stanca: non era oggi la noia, era stanchezza vera, di quelle che ti paralizzano.
Cosí ho deciso almeno di preparare qualcosa di particolare per il pranzo, ma non so se l'esperimento riuscirá cosí come l'ho pensato: medaglioni di merluzzo con accompagnamento di fettine di patate, gamberi e una salsa di pomodoro in agrodolce. Veramente, sarebbe giá tutto pronto, solo devo montare il piatto e scaldare alcune cosine...chissá...magari domani ve lo racconteró, adesso ho di nuovo voglia di riposare...
Saluti e baci...
Invece oggi il mio corpo va per conto suo verso strade in salita, stanco, arrancando come una vecchia macchina che sbuffa e sbuffa senza mettersi in moto. É un ferro vecchio che prova e riprova a cercare, da qualche parte, una fonte d'energia che lo spinga dato che da solo non riesce a muovere un passo.
La mente, invece, almeno, non rinuncia al suo status dominante e manda stimoli e suona campanelli... ma il corpo, senza far finta, non li sente.
Non so cosa succeda, a volte mi sento cosí: fragile anche se forte nella volontá.
Stamattina mi sono svegliata e stavo bene. Avevo deciso d'uscire. Il giorno é meraviglioso: c'é un leggero venticello, di quelli di montagna, frizzanti come acqua che zampilla ed il cielo é di quell'azzurro intenso che soltanto la realta naturale puó spennellare. Il sole é una palla che spruzza luce viva e intensa sopra ogni cosa, cinge come una sciarpa fosforescente le montagne in fondo all'orizzonte.
Dovevo uscire, andare a comprare i mandarini e il pane...invece, ad un certo punto mi sono accorta che non ce la facevo, che non avevo voglia di vestirmi ed uscire.
Mi sono guardata allo specchio ed ho visto una faccia bianca e stanca: non era oggi la noia, era stanchezza vera, di quelle che ti paralizzano.
Cosí ho deciso almeno di preparare qualcosa di particolare per il pranzo, ma non so se l'esperimento riuscirá cosí come l'ho pensato: medaglioni di merluzzo con accompagnamento di fettine di patate, gamberi e una salsa di pomodoro in agrodolce. Veramente, sarebbe giá tutto pronto, solo devo montare il piatto e scaldare alcune cosine...chissá...magari domani ve lo racconteró, adesso ho di nuovo voglia di riposare...
Saluti e baci...
martedì 18 gennaio 2011
Tra patate lesse e letture...
Si potrebbe dire che la mia mattina é stata fruttuosa, il libro cominciato ieri é quasi finito.
Adesso riposa sul poggia-braccio del divano e il verde del velluto, il bianco della pelle, lasciano libero l'ardore sfumato,giallo e grigio, forse con macchie marroni, della copertina dove si legge, sotto al nome dell'autore, il titolo, "La profecia 2013".
Bel libro, cominciato ieri sul metró che da San Sebastián de los Reyes mi portava a Madrid e quasi finito, ne rimangono una manciata di pagine.
Uno di quei libri che, iniziati, non puoi lasciare, te lo impedisce qualcosa che non é soltanto curiosita di vedere come va a finire: é curiositá d'entrare totalmente nella storia, nel vissuto di quei personaggi fittizi che t'hanno accompagnato come fosse gente incontrata davvero lungo il filo sottile della fantasia reale.
É la voglia di non perdersi il finale, anche ed ovviamente. Di non lasciare l'isola di Patmos dopo errabondi giorni a Samos o in quel paesino dell'Albania dove m'é venuta una gran voglia di riposare, almeno durante un tempo: Saranda, il teatro greco di Butrint...
Strane magie escono sotto forma di parole da questo libro.
Una é sicuramente quella che mi spinge a lasciar tutto da parte e terminarlo; l'altra é la sconvolgente profezia della fine di questo nostro pazzo mondo attraverso le lettere di Jung...insomma, una serie di interessanti vicende che mi hanno e che seguono conquistandomi.
Quando finiró di leggerlo, resterá un altro vuoto, come sempre dopo la pioggia di idee che mi dá incontrarmi con la parola scritta per poi doverla riporre nello scaffale della biblioteca per comincire un altro viaggio verso altre righe.
Ma adesso vado a preparare il pranzo: un'insalata campera che ha per ingrediente base patate lessate, leggermente calde, tiepide, alle quali si unisce la freschezza del cetriolo e dei pomodorini cherries, entrambi tagliati a dadini piccoli. E poi la potenza saporita e odorosa del peperone, rosso e verde, tagliato a striscioline sottili. Poi olive verdi a rondelle per rialzarne il profumo e tonno a tocchetti, non sminuzzato, per favore...
Il tutto condito con una vinagrette, basica: tre parti d'olio e una d'aceto....
Ho fatto il pane. Ancora svolazza per la casa, dalla cucina al salone, senza ritegno, l'amorevole gusto della sua fragranza antica.
Ghiaccio dormicchia e sogna sul tappeto che ricorda un prato verde, erba morbida sotto i piedi.
Ed io, ancora incantata, vado a preparare il pranzo, il cibo che, come ogni giorno, é una promessa d'amore.
Saluti e baci...
Adesso riposa sul poggia-braccio del divano e il verde del velluto, il bianco della pelle, lasciano libero l'ardore sfumato,giallo e grigio, forse con macchie marroni, della copertina dove si legge, sotto al nome dell'autore, il titolo, "La profecia 2013".
Bel libro, cominciato ieri sul metró che da San Sebastián de los Reyes mi portava a Madrid e quasi finito, ne rimangono una manciata di pagine.
Uno di quei libri che, iniziati, non puoi lasciare, te lo impedisce qualcosa che non é soltanto curiosita di vedere come va a finire: é curiositá d'entrare totalmente nella storia, nel vissuto di quei personaggi fittizi che t'hanno accompagnato come fosse gente incontrata davvero lungo il filo sottile della fantasia reale.
É la voglia di non perdersi il finale, anche ed ovviamente. Di non lasciare l'isola di Patmos dopo errabondi giorni a Samos o in quel paesino dell'Albania dove m'é venuta una gran voglia di riposare, almeno durante un tempo: Saranda, il teatro greco di Butrint...
Strane magie escono sotto forma di parole da questo libro.
Una é sicuramente quella che mi spinge a lasciar tutto da parte e terminarlo; l'altra é la sconvolgente profezia della fine di questo nostro pazzo mondo attraverso le lettere di Jung...insomma, una serie di interessanti vicende che mi hanno e che seguono conquistandomi.
Quando finiró di leggerlo, resterá un altro vuoto, come sempre dopo la pioggia di idee che mi dá incontrarmi con la parola scritta per poi doverla riporre nello scaffale della biblioteca per comincire un altro viaggio verso altre righe.
Ma adesso vado a preparare il pranzo: un'insalata campera che ha per ingrediente base patate lessate, leggermente calde, tiepide, alle quali si unisce la freschezza del cetriolo e dei pomodorini cherries, entrambi tagliati a dadini piccoli. E poi la potenza saporita e odorosa del peperone, rosso e verde, tagliato a striscioline sottili. Poi olive verdi a rondelle per rialzarne il profumo e tonno a tocchetti, non sminuzzato, per favore...
Il tutto condito con una vinagrette, basica: tre parti d'olio e una d'aceto....
Ho fatto il pane. Ancora svolazza per la casa, dalla cucina al salone, senza ritegno, l'amorevole gusto della sua fragranza antica.
Ghiaccio dormicchia e sogna sul tappeto che ricorda un prato verde, erba morbida sotto i piedi.
Ed io, ancora incantata, vado a preparare il pranzo, il cibo che, come ogni giorno, é una promessa d'amore.
Saluti e baci...
domenica 16 gennaio 2011
I giardini di gennaio...
La luna, stamattina, sta, come un'altezzosa signora, proprio sopra la piscina: una parte della sua faccia rotonda, ancora, si nasconde dietro i rami dei pioppi che, nonostante l'illusione di primavera proclamata ad alta voce da questo strano mese di gennaio, stanno ancora dormendo il letargo del tempo, come ignari, seguendo il loro ciclo che stranamente non coincide con il tepore che soffia leggero.
Come sbadiglia il silenzio tra le ore sfilacciate del mattino e come è strano per me accorgersi ogni volta che il giorno qui nasce tardi, come se la notte non avesse la capacità d'intendere la luce e si soffermasse un po' di più a raccontare storie che si nascondono nella tenebra vissuta.
A volte, soltanto a volte, mi piacerebbe tornare a casa, quella che per me era la casa, vicino al mare. Ma non qualsiasi mare: la pozza dell'Adriatico, poco profonda e piena di sassi, quando da Rimini scende giú nelle Marche ed arriva poi fino a Numana. Ho nostalgia di quegli scogli e di quell'accento strascicato e confuso, ho nostalgia dei posti, non certo delle persone perchè quelle vivono al Nord, dove il Po si trasforma e comincia a correre verso quella che sará la sua fine, verso il mare.
Invece sto qui ed amo Madrid soprattutto, la città che ammalia i turisti e che li trasforma tutti in esseri notturni votati alla confusione primordiale del ballo e delle risa.
Invece a me di Madrid piacciono i suoi toni di verde, i parchi e i giardini, le fontane e i palazzi così bianchi nel riflesso e nelle ombre che disegnano i raggi del sole quando gli cadono addosso incoscienti.
Mi piacciono le gazze ladre, uccellotti cicciosi, bianchi e neri: ho sempre detto che in un'altra vita sono stata gazza ladra perchè tutto quel che brilla attira irrimediabilmente la mia attenzione...o orso polare, che incredibile dicotomia di sentimenti!
Così, tra gazze e palazzi, ciuffi d'erba e cielo azzurro che si tuffa direttamente negli occhi, passano le ore, seduti su un muretto ad ascoltare sinfonie di e da strada, nelle corde di una chitarra classica spagnola che, sulle dita di uno sconosciuto, intona il "Concierto de Aranjuez" e l'Adagio di Albinoni.
Una magia musicale incontrata per caso aspettando l'ora dell'entrata al Museo.
L'oggi si confonde con ieri nella scrittura, le due cose si fondono in un abbraccio e io, quindi, con passi vellutati me ne vado, aspettando che si faccia giorno.
Saluti e baci...
Come sbadiglia il silenzio tra le ore sfilacciate del mattino e come è strano per me accorgersi ogni volta che il giorno qui nasce tardi, come se la notte non avesse la capacità d'intendere la luce e si soffermasse un po' di più a raccontare storie che si nascondono nella tenebra vissuta.
A volte, soltanto a volte, mi piacerebbe tornare a casa, quella che per me era la casa, vicino al mare. Ma non qualsiasi mare: la pozza dell'Adriatico, poco profonda e piena di sassi, quando da Rimini scende giú nelle Marche ed arriva poi fino a Numana. Ho nostalgia di quegli scogli e di quell'accento strascicato e confuso, ho nostalgia dei posti, non certo delle persone perchè quelle vivono al Nord, dove il Po si trasforma e comincia a correre verso quella che sará la sua fine, verso il mare.
Invece sto qui ed amo Madrid soprattutto, la città che ammalia i turisti e che li trasforma tutti in esseri notturni votati alla confusione primordiale del ballo e delle risa.
Invece a me di Madrid piacciono i suoi toni di verde, i parchi e i giardini, le fontane e i palazzi così bianchi nel riflesso e nelle ombre che disegnano i raggi del sole quando gli cadono addosso incoscienti.
Mi piacciono le gazze ladre, uccellotti cicciosi, bianchi e neri: ho sempre detto che in un'altra vita sono stata gazza ladra perchè tutto quel che brilla attira irrimediabilmente la mia attenzione...o orso polare, che incredibile dicotomia di sentimenti!
Così, tra gazze e palazzi, ciuffi d'erba e cielo azzurro che si tuffa direttamente negli occhi, passano le ore, seduti su un muretto ad ascoltare sinfonie di e da strada, nelle corde di una chitarra classica spagnola che, sulle dita di uno sconosciuto, intona il "Concierto de Aranjuez" e l'Adagio di Albinoni.
Una magia musicale incontrata per caso aspettando l'ora dell'entrata al Museo.
L'oggi si confonde con ieri nella scrittura, le due cose si fondono in un abbraccio e io, quindi, con passi vellutati me ne vado, aspettando che si faccia giorno.
Saluti e baci...
L'intimitá del'impressionismo...
Oggi mi dedico piú tempo perché ne ho bisogno, perché ho voglia di "esprimere impressioni".
Forse la causa o il beneficio, viene dalla visita mattutina al Museo Thyssen nel Paseo de Prado a Madrid: siamo andati a rifarci gli occhi e a colorare il cuore, non si potrebbe spiegare meglio. A vedere la mostra che si intitola "Los jardines de los impresionistas"...che meraviglia! Quanti colori e come si zittisce la voce davanti alle parole non dette di tante macchie di colori che arrivano, come dardi di nuvole rosa, fin dentro l'anima! Rimani a bocca a perta, non ti importa nemmeno spiegare quello che senti, le "impressioni" che si stampano e volano, come in incantesimi usciti da pastelli di cera, direttamente nei tuoi occhi per scendere poi giú, sulle labbra che non sanno piú quel che vorrebbero dire e, magicamente, si trasportano dalla parete al tuo piú nobile silenzio.
Ecco, ci voleva davvero un'immersione nel mondo delle sensazioni, in quel vivere dove le immagini sono macchie di azzurro nelle ombre, sono il rosa dei petali del ciliegio sparsi a caso, ti sembra, sul velluto verde del bosco...e dietro, sembra che un sole immaginato, stia rilucendo e sprizzando malinconici raggi, come una nebbia fine che copre la tela e la fa brillare di pagliuzze, di scintille di luce...Come spiegarlo? Io, la strega dei colori, la strega che fa delle parole il filtro magico nel suo calderone che danza, ribollendo, sulle fiamme di un fatuo fuoco...io senza parole?!? Sí, nemmeno una perchè é la fantasia che scorre su binari immaginati e immaginabili,dove il silenzio é signore e le parole soltanto damigelle che gli fanno compagnia...che bella mattina:il sole che brilla e scalda come fosse giá primavera una cittá che dormicchia e sbadiglia negli immensi occhi delle finestre, mentre i palazzi vestiti a festa offrono il bianco dei loro muri al cielo blu perchè, attraverso la luce, possa usarli da scenario per altre feste, feste mattutine, nella danza dei colori...
Saluti e baci...
Forse la causa o il beneficio, viene dalla visita mattutina al Museo Thyssen nel Paseo de Prado a Madrid: siamo andati a rifarci gli occhi e a colorare il cuore, non si potrebbe spiegare meglio. A vedere la mostra che si intitola "Los jardines de los impresionistas"...che meraviglia! Quanti colori e come si zittisce la voce davanti alle parole non dette di tante macchie di colori che arrivano, come dardi di nuvole rosa, fin dentro l'anima! Rimani a bocca a perta, non ti importa nemmeno spiegare quello che senti, le "impressioni" che si stampano e volano, come in incantesimi usciti da pastelli di cera, direttamente nei tuoi occhi per scendere poi giú, sulle labbra che non sanno piú quel che vorrebbero dire e, magicamente, si trasportano dalla parete al tuo piú nobile silenzio.
Ecco, ci voleva davvero un'immersione nel mondo delle sensazioni, in quel vivere dove le immagini sono macchie di azzurro nelle ombre, sono il rosa dei petali del ciliegio sparsi a caso, ti sembra, sul velluto verde del bosco...e dietro, sembra che un sole immaginato, stia rilucendo e sprizzando malinconici raggi, come una nebbia fine che copre la tela e la fa brillare di pagliuzze, di scintille di luce...Come spiegarlo? Io, la strega dei colori, la strega che fa delle parole il filtro magico nel suo calderone che danza, ribollendo, sulle fiamme di un fatuo fuoco...io senza parole?!? Sí, nemmeno una perchè é la fantasia che scorre su binari immaginati e immaginabili,dove il silenzio é signore e le parole soltanto damigelle che gli fanno compagnia...che bella mattina:il sole che brilla e scalda come fosse giá primavera una cittá che dormicchia e sbadiglia negli immensi occhi delle finestre, mentre i palazzi vestiti a festa offrono il bianco dei loro muri al cielo blu perchè, attraverso la luce, possa usarli da scenario per altre feste, feste mattutine, nella danza dei colori...
Saluti e baci...
sabato 15 gennaio 2011
Cercando Godot...
"É cosí, le anime inquiete non vivono mai in pace e non è che mi piaccia molto, ma in effetti, da sempre, ho dovuto fare i conti con il mio essere così...a volte invidio, sai, quelli che riescono a vivere persino nella monotonia dell'anima, nell'incoscienza dell'esistere perchè, diciamocelo,vivono molto meglio, in pace direi, una pace che,invece che aspettare alla fine dei secoli dei secoli, cominciano a sperimentare qui, appoggiandosi vagamente alle loro certezze, che magari certezze non sono, ma aiutano a non porsi domande...
Chi vive in confusione sempre, come me per esempio, cercando sempre qualcos'altro, non mi dirai che vive bene...perchè non accontentarsi mai, mi dico spesso?
Abbiamo molte più cose di quelle che molta gente potrebbe sognare in tutta la vita...e quel che manca, è talmente irreale che non so nemmeno spiegare come possa mancare...se non c'è, o non esiste, come può mancare?"
Oggi comincio cosí, forse con un po' di disordine mentale, il post, con uno stralcio di mail, una di quelle poche certezze quotidiane, insieme alle telefonate di mia sorella, che mi accompagnano e sulle quali, sempre, so che posso contare. Perchè a volte bastano queste piccole cose, come una telefonata o una mail, per non sentirsi del tutto soli.
Anche questa sensazione di solitudine della quale spesso scrivo e semino concetti, forse è soltanto così personale ed individuale che risulta persino difficile da spiegare ad occhi distratti che non la vedono o a cuori leggeri che non la vivono: eppure, almeno per me, è qualcosa di così concreto che persino le parole, nel cercare di mettere nero su bianco, o rosso su grigio come in questo caso, appaiono quasi inconsistenti, meno reali di quel che per me è la sensazione stessa.
Strano, vero? O quanto meno difficile da intendere pienamente.
Il fatto è che a volte, direi spesso, mi sento completamente isolata dal mondo e nemmeno so spiegare se è una condizione fisica, di distanza dalla vera e propria modernizzazione data la posizione geografica in cui mi trovo, o se invece, al contrario, è davvero soltanto una posizione rarefatta della mia anima che, anche nella confusione totale, continua a sentirsi e ad essere sola.
Mi succede da sempre. Anche quando il mio lavoro era la gente, anche allora vivevo questa stessa, inconcepibile destrezza umana: l'iolamento dal resto della vita, la totale assenza di compagnia, nonostante l'empatia col mondo che sempre mi ha accompagnato.
Quindi, mi dico, sarà che sono così. Sarà che vivo sola la dipendenza da fattori esterni a me. Sarà la mia normalità essere incapace di sentire, intorno, il calore umano estraneo, a parte, come sempre dico, quelle poche persone che, nonostante la difficile essenza del mio essere, continuano, per amore e con amore, a seguire costantemente e docilmente i miei passi che se ne vanno di qua e di là, che non danno modo di fermarsi a riposare.
Quello sì, nonostante le mie corse, do spazio alla contemplazione degli eventi e del mondo, soprattutto di quel mondo naturale che è l'unico, ancora, a darmi qualche allegria emozionale.
E nemmeno so perchè, in questa domenica mattina in cui il cielo è pulito da ogni nube dubbiosa, io stia qui a raccontare la meraviglia delle mie incongruenze umane, la metamorfosi dell'anima che cerca sempre un infinito troppo lontano, troppo distante dalla piccola realtà vitale.
Perchè anche se me ne andassi, se il posto cambiasse, sono sicura che, da qui a un tempo quasi delimitabile, starei di nuovo insoddisfatta.
Se volessi scherzare e continuare a prendermi poco sul serio potrei affermare, ridendo, che il genio della lampada che vive in me, ha sempre bisogno di nuovi stimoli per praticare le sue magie.
Ma dentro di me non c'è nessun genio, magari un folletto insoddisfatto che cerca nelle scintille di nuovi fuochi, un altro tipo di calore...ma sarà un'altra storia...
Saluti e baci...
Y yo renaceré...
http://www.youtube.com/watch?v=xY1m-Dpp3Tg
"Io rinascerò
cervo a primavera
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare
e io rinascerò
amico che mi sai capire
e mi trasformerò in qualcuno
che non può più fallire
una pernice di montagna
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna
e io rinascerò
amico caro amico mio
e mi ritroverò
con penne e piume senza io
senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore...
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito
ah...
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito..."
cervo a primavera
oppure diverrò
gabbiano da scogliera
senza più niente da scordare
senza domande più da fare
con uno spazio da occupare
e io rinascerò
amico che mi sai capire
e mi trasformerò in qualcuno
che non può più fallire
una pernice di montagna
che vola eppur non sogna
in una foglia o una castagna
e io rinascerò
amico caro amico mio
e mi ritroverò
con penne e piume senza io
senza paura di cadere
intento solo a volteggiare
come un eterno migratore...
e io rinascerò
senza complessi e frustrazioni
amico mio ascolterò
le sinfonie delle stagioni
con un mio ruolo definito
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito
ah...
così felice d'esser nato
fra cielo terra e l'infinito..."
Giá...non ce l'ho fatta proprio, ho dovuto scrivere tutte le parole perchè è una sensazione strana quella che riempie oggi i ruscelli che dal cuore corrono verso il mare o, capovolgendosi, corrono verso i sentieri lungimiranti del cielo...
Perchè oggi, sí, nonostante il calendario rifiuti compararsi col clima, oggi sembra proprio primavera...dicono che in Gran Canarias stanno fiorendo mandorli e ciliegi, i fiori sono sbucati dalle gemme sbucciando, contro il tempo, le scorze dure dei rami e sono lí, misteri di ció che sará.
Siamo andati al parco con Ghiaccio che, nonostante i suoi dieci anni, é sempre arzillo come un passerotto caduto dal nido, zampetta e corre.
C'è uno spiazzo, nel parco, con la sabbia: secondo me, anche nella sua memoria, quando siamo lí tornano i ricordi della spiaggia e delle corse che facevamo, lui ed io, come amici per sempre in una vita che, invece, per sempre non é...
Tante volte parlo di lui, di Ghiaccio, che mi fa compagnia nelle lunghe ore silenziose e riesce persino ad interrompere il mio silenzio e i miei pensieri scorrazzando nelle pieghe piú recondite e profonde dei miei stati d'animo: lui non ha tradito, non tradiscee non lo fará mai.
Gli voglio cosí bene...tanto bene come se fosse parte del mio stesso cuore...
E mentre Ghiaccio corre e a modo suo sogna un mare che non c'é, ci siamo promessi un fine settimana a Valencia, se il tempo regge e sfida le furie proclamate dell'inverno...
Cosí il mare sará, non solo nei ricordi; sará acqua tra le dita e sabbia nelle scarpe...finalmente...
Saluti e baci...
venerdì 14 gennaio 2011
"Cantami dei numeri la serie..."
Oggi ho visto giocare, nel cortile della scuola, i bambini: giocavano alle stesse cose di quando anch'io ero una bambina, piccola e cicciottella, con le treccine rosse che sembravano quelle di Pippi Calzelunghe, col naso all'insú cercando sempre d'annusare la vita e cose nuove.
Erano i giochi di sempre, bandiera, castellone, al lupo.
Certo avranno nomi diversi, certe sfumature magari rinnovate, ma il senso e la forza del gioco erano le stesse.
Perchè le cose cambiano per rimanere uguali...non era questo il leitmotiv del "Gattopardo"? E non é la semplice storia della vita?
Lo è, almeno per me che vedo crescere le foglie degli alberi, ogni giorno diverse ed uguali, rispettando le regole delle stagioni che passano e vanno via per poi tornare.
Come dice sempre José quando mi lascio prendere dallo sconforto di dover vivere attimo dopo attimo l'inverno: se non venisse l'inverno, dice sempre, come potrebbe tornare di nuovo l'estate?
Che ragione ha, quella ragione che, quando non voglio ascoltare, mi fa venir persino rabbia...
Intanto, la casa si è riempita di profumo di muffins...ti piacerebbero Katis, sono venuti gonfi e dorati, presagio di morbidezza e di sorrisi quando José li vedrá.
Cos'avranno di tanto speciale i muffins perchè a tutti piacciano tanto?
Non lo so, perchè, tra parentesi, a me non dicono un gran che...però l'odore sí, l'odore cattura i sensi, almeno i miei, quello olfattivo e tattile: mi piace odorare e toccare le cose, come una bambina piccola...che è quello che sono rimasta in molte cose...perchè, anche in questo, la vita cambia e ti cambia ma, alla fine, ti fa rimanere uguale, vincolata al tuo essere più antico e profondo...come è giusto che sia, un po' di coerenza almeno nel correre dei giorni verso il loro destino...
Saluti e baci...
Erano i giochi di sempre, bandiera, castellone, al lupo.
Certo avranno nomi diversi, certe sfumature magari rinnovate, ma il senso e la forza del gioco erano le stesse.
Perchè le cose cambiano per rimanere uguali...non era questo il leitmotiv del "Gattopardo"? E non é la semplice storia della vita?
Lo è, almeno per me che vedo crescere le foglie degli alberi, ogni giorno diverse ed uguali, rispettando le regole delle stagioni che passano e vanno via per poi tornare.
Come dice sempre José quando mi lascio prendere dallo sconforto di dover vivere attimo dopo attimo l'inverno: se non venisse l'inverno, dice sempre, come potrebbe tornare di nuovo l'estate?
Che ragione ha, quella ragione che, quando non voglio ascoltare, mi fa venir persino rabbia...
Intanto, la casa si è riempita di profumo di muffins...ti piacerebbero Katis, sono venuti gonfi e dorati, presagio di morbidezza e di sorrisi quando José li vedrá.
Cos'avranno di tanto speciale i muffins perchè a tutti piacciano tanto?
Non lo so, perchè, tra parentesi, a me non dicono un gran che...però l'odore sí, l'odore cattura i sensi, almeno i miei, quello olfattivo e tattile: mi piace odorare e toccare le cose, come una bambina piccola...che è quello che sono rimasta in molte cose...perchè, anche in questo, la vita cambia e ti cambia ma, alla fine, ti fa rimanere uguale, vincolata al tuo essere più antico e profondo...come è giusto che sia, un po' di coerenza almeno nel correre dei giorni verso il loro destino...
Saluti e baci...
giovedì 13 gennaio 2011
Le frecce del mattino
Anche oggi, come ogni mattino, sono uscita presto e ancora il giorno e la notte non avevano definito i loro propri confini.
C'é una zona nella pineta dove né la notte né il giorno entrano decisi: come uno spazio privato, un luogo d'oblío dove la luce gioca con le ombre, ma non s'incontrano mai.
Ghiaccio annusava l'aria: ogni tronco d'albero o ciuffo d'erba, diventa sempre per lui un'esperienza nuova, come se li vedesse e scoprisse per la prima volta.
E c'era un silenzio da panico: sentivo soltanto i miei passi, soltanto ascoltavo le mie scarpe muoversi e spostare sassi e zolle di terra ancora bagnata , fresca d'umidità notturna.
In lontananza, il belato di una pecora solitaria, come un lamento gutturale, spettro di un rumore nel silenzio che avvolge ogni cosa.
E il canto di un uccello, un pianto lento e pietoso mai ascoltato prima.
Ho avuto quasi paura perchè i rumori si spargevano come semi tirati da una bisaccia di corda, e tutti arrivavano dal niente e nel niente tornavano a nascondersi.
Però, arrivati in alto, mentre Ghiaccio correva già cercando l'odore di casa, mi sono accorta che passeggiare, il mattino, vale sempre la pena: il cielo scoppiava di colori mentre sfogliava le ultime pagine della notte recitando gli ultimi, vecchi versi.
Da una parte Venere, il mito antico dell'amore, luccicante di passione nel blu più scuro. Dall'altra, una combinazione sfolgorante di giallo che si perde nel rosso e nel rosa, s'aggancia in accostamenti che probabilmente,indossati, non avrebbero lo stesso effetto.
Come sdraiati in fondo al cielo, colori che cambiano all'istante mentre gli occhi ancora spenti e abituati al buio, cercano di sfoderare le scintille che permettono vedere.
In lontananza, poi, il paese sembra una metropoli che si sveglia, le luci finte dei lampioni e delle insegne dei bar s'accendono su ogni cosa che si muove o che resta immota nelle ultime ore di sonno.
Sembra un quadro a metà strada tra quel che è stato e quel che sará, un'aggresione visiva da una parte e, dall'altra, la certezza dell'antico che non ha voce però sì ha potere sulla vita dell'essere umano.
Non cambierei questi momenti per nessun'altra cosa, né queste emozioni per altre perchè...mi sento così piena, come se i colori del mattino tingessero di speranza anche me: non cambierei un'alba per un tramonto, non cambierei il silenzio anche se a volte mi fa sentire addosso il grido della paura.
Non cambierei la mia faccia persa nella luce, quando sento che il sole sta esattamente in quell'angolo nascosto di cielo, quell'angolo che custodisce le sensazioni e i segreti del mondo...no, nessuna di queste cose cambierei, e, in questi momenti precisi, sono persino contenta del posto esatto in cui mi trovo...anche se a volte la fatica della nostalgia mi pesa addosso e non mi fa capire, quasi non mi fa respirare e mi viene voglia di scappare via...
Non si preoccupi chi sa che sto parlando di lei: non scappo di nuovo, qui c'è la mia vita che potrei cambiare soltanto se anche José lo volesse.
Ma lui é diverso: è attaccato alle sue tradizioni, ha paura di doverle sentire e esprimere in un'altra lingua, ha paura di quel che non conosce anche se, a volte, è persino intraprendente e spinto verso quel che non sa.
Qui sta il mio sole, quella Venere che mi aspetta sopra la pineta ogni mattino, quell'uccello strano che nel suo pianto mi saluta, i colori di una tavolozza che ogni volta riesce a conquistarmi e stregarmi...non vado via.
Quindi, buon anno, oggi sono tornata per restare...
Saluti e baci...
C'é una zona nella pineta dove né la notte né il giorno entrano decisi: come uno spazio privato, un luogo d'oblío dove la luce gioca con le ombre, ma non s'incontrano mai.
Ghiaccio annusava l'aria: ogni tronco d'albero o ciuffo d'erba, diventa sempre per lui un'esperienza nuova, come se li vedesse e scoprisse per la prima volta.
E c'era un silenzio da panico: sentivo soltanto i miei passi, soltanto ascoltavo le mie scarpe muoversi e spostare sassi e zolle di terra ancora bagnata , fresca d'umidità notturna.
In lontananza, il belato di una pecora solitaria, come un lamento gutturale, spettro di un rumore nel silenzio che avvolge ogni cosa.
E il canto di un uccello, un pianto lento e pietoso mai ascoltato prima.
Ho avuto quasi paura perchè i rumori si spargevano come semi tirati da una bisaccia di corda, e tutti arrivavano dal niente e nel niente tornavano a nascondersi.
Però, arrivati in alto, mentre Ghiaccio correva già cercando l'odore di casa, mi sono accorta che passeggiare, il mattino, vale sempre la pena: il cielo scoppiava di colori mentre sfogliava le ultime pagine della notte recitando gli ultimi, vecchi versi.
Da una parte Venere, il mito antico dell'amore, luccicante di passione nel blu più scuro. Dall'altra, una combinazione sfolgorante di giallo che si perde nel rosso e nel rosa, s'aggancia in accostamenti che probabilmente,indossati, non avrebbero lo stesso effetto.
Come sdraiati in fondo al cielo, colori che cambiano all'istante mentre gli occhi ancora spenti e abituati al buio, cercano di sfoderare le scintille che permettono vedere.
In lontananza, poi, il paese sembra una metropoli che si sveglia, le luci finte dei lampioni e delle insegne dei bar s'accendono su ogni cosa che si muove o che resta immota nelle ultime ore di sonno.
Sembra un quadro a metà strada tra quel che è stato e quel che sará, un'aggresione visiva da una parte e, dall'altra, la certezza dell'antico che non ha voce però sì ha potere sulla vita dell'essere umano.
Non cambierei questi momenti per nessun'altra cosa, né queste emozioni per altre perchè...mi sento così piena, come se i colori del mattino tingessero di speranza anche me: non cambierei un'alba per un tramonto, non cambierei il silenzio anche se a volte mi fa sentire addosso il grido della paura.
Non cambierei la mia faccia persa nella luce, quando sento che il sole sta esattamente in quell'angolo nascosto di cielo, quell'angolo che custodisce le sensazioni e i segreti del mondo...no, nessuna di queste cose cambierei, e, in questi momenti precisi, sono persino contenta del posto esatto in cui mi trovo...anche se a volte la fatica della nostalgia mi pesa addosso e non mi fa capire, quasi non mi fa respirare e mi viene voglia di scappare via...
Non si preoccupi chi sa che sto parlando di lei: non scappo di nuovo, qui c'è la mia vita che potrei cambiare soltanto se anche José lo volesse.
Ma lui é diverso: è attaccato alle sue tradizioni, ha paura di doverle sentire e esprimere in un'altra lingua, ha paura di quel che non conosce anche se, a volte, è persino intraprendente e spinto verso quel che non sa.
Qui sta il mio sole, quella Venere che mi aspetta sopra la pineta ogni mattino, quell'uccello strano che nel suo pianto mi saluta, i colori di una tavolozza che ogni volta riesce a conquistarmi e stregarmi...non vado via.
Quindi, buon anno, oggi sono tornata per restare...
Saluti e baci...
giovedì 30 dicembre 2010
L'anno che verrà...
È passato un altro anno, la serie dei numeri cantata impercettibilmente da lassù. Quasi una filastrocca che spesso si ripete, un ritornello spesso conosciuto che lascia poco spazio all’immaginazione.
Non so cosa succeda e nemmeno so perché, ma quest’anno le feste sono scivolate e continuano a scivolare nell’inconsistente gioco malinconico dell’incoscienza, un via vai di pensieri sconnessi che si esiliano dalla realtà.
Come in uno specchio, vedo la mia faccia ed il mio corpo muoversi senza necessità di giustificarne l’andatura, un trottare leggero ma indeciso nei lunghi giorni nuovi che verranno.
Come se d’improvviso il mio corpo non mi appartenesse, come se fosse qualcun'altro che muove i fili: eppure, non mi sento un burattino, oggi ancor meno che in altri tempi, ma un’anima libera e vivace, un colore nel grigio dell’inverno.
Invece, tutto sembrerebbe dimostrare il contrario. La mia immagine si riflette in un paesaggio reale quasi sconosciuto che fugge, a volte, verso il mondo isolato delle idee e tutto ciò che sta intorno diventa un sottile contorno del quale si potrebbe fare a meno. Come una nostalgia, malinconia fugace che ha tirato il freno a mano nel veicolo del tempo e si è fermata a curiosare gli eventi senza esserne, quasi, protagonista.
Perché è così che mi sento in questi giorni pieni di luci e alberi di Natale, presepi e Re Magi che hanno già ormai concluso il loro viaggio, da Oriente ad Occidente, dal Nord al Sud, o dal niente al chissà dove: è così che sparo i miei razzi d’incoscienza nel vivere quotidiano, verso atti che nemmeno m’accorgo di gestire. Uno scenario d’irreale e dinamico far niente che conduce alla malinconia. A volte sono qui e lì allo stesso tempo, presente ed assente nei miei giorni, chissà perché…
Le feste, quest’anno, non mi fanno bene, ho tante cose che mi frullano in testa e si trasformano in una mousse d’atteggiamenti e pensieri non voluti, che si formano e vengono a me senza che li abbia chiamati: lo dicevo, come un’incosciente corsa verso l’irrealtà che, probabilmente, mi rende nervosa e inattiva nel concreto.
Senza essere preda dell’ozio naturale e benefattore dopo giorni di andirivieni frenetico, continuo a far cose, cucinare e sistemare, lavare e stendere, andare qui e là, ma ogni atteggiamento pare essere il termometro di una febbre che ha bisogno di sfogare sensazioni e non ci riesce. Come se avessi bisogno di un cambio, di tagliare i rami morti ed invece non avere la forza o lo stimolo per farlo.
Così, nell’inverno che mi segue, canto attimi di ribellione che sono soltanto spiragli inconsapevoli di fuga…bah, quasi inutile spiegare e cercare di capire quel che è probabilmente soltanto un’emozione tra le tante che spennellano i momenti.
Non è il modo migliore di ricominciare una scrittura troncata tempo fa dalla frenesia delle cose da fare: correre quotidianamente a Madrid per studiare o buttarmi a capofitto al Carrefour nel lavoro instabile di promoter, poi a casa dopo lunghe ore in piedi cercando di vendere o convincere le persone che quel che vendi è il migliore tra gli oggetti esposti…non che non mi piaccia, io sono normalmente un camaleonte e mi adatto alle situazioni, le prendo per mano e le conduco nelle mie vie conosciute. Quel che non mi piace è l’instabilità del lavoro, la consapevolezza sempre dell’incerto, di quel che oggi c’è e domani si vedrà, tutte cose che mi lasciano in bilico come questa nebbia affusolata intorno al mondo tra il tutto ed il niente.
Così, tra una cosa e l’altra, mi sono caduti addosso il Natale e le feste comandate, senza nemmeno accorgermene veramente: pronti l’albero e gli addobbi in casa senza troppa convinzione, pronti i regali e le cene…ed io mi chiedo spesso dove sono, se qui o lì o in entrambi i lati vedendo passare i giorni senza partecipare alla festa
Qualcosa sto sbagliando probabilmente, qualcosa non va, ma non so cos’è, non so se è semplice nostalgia, malinconia di cose e persone che non ci sono più: non lo so, semplicemente non lo so.
Allora, nell’incertezza, meglio fare gli auguri perché quest’anno che viene sia un cesto di speranza, una girandola di salute prospera e sincera, un gioco nel quale, anche se non si è vincitori, almeno non si perda tutto e, se si perde, rimanga almeno la promessa di poter vincere qualche volta, con la certezza assoluta che dopo l’inverno torna sempre primavera.
Buon 2011 di cuore!
Saluti e baci…
Non so cosa succeda e nemmeno so perché, ma quest’anno le feste sono scivolate e continuano a scivolare nell’inconsistente gioco malinconico dell’incoscienza, un via vai di pensieri sconnessi che si esiliano dalla realtà.
Come in uno specchio, vedo la mia faccia ed il mio corpo muoversi senza necessità di giustificarne l’andatura, un trottare leggero ma indeciso nei lunghi giorni nuovi che verranno.
Come se d’improvviso il mio corpo non mi appartenesse, come se fosse qualcun'altro che muove i fili: eppure, non mi sento un burattino, oggi ancor meno che in altri tempi, ma un’anima libera e vivace, un colore nel grigio dell’inverno.
Invece, tutto sembrerebbe dimostrare il contrario. La mia immagine si riflette in un paesaggio reale quasi sconosciuto che fugge, a volte, verso il mondo isolato delle idee e tutto ciò che sta intorno diventa un sottile contorno del quale si potrebbe fare a meno. Come una nostalgia, malinconia fugace che ha tirato il freno a mano nel veicolo del tempo e si è fermata a curiosare gli eventi senza esserne, quasi, protagonista.
Perché è così che mi sento in questi giorni pieni di luci e alberi di Natale, presepi e Re Magi che hanno già ormai concluso il loro viaggio, da Oriente ad Occidente, dal Nord al Sud, o dal niente al chissà dove: è così che sparo i miei razzi d’incoscienza nel vivere quotidiano, verso atti che nemmeno m’accorgo di gestire. Uno scenario d’irreale e dinamico far niente che conduce alla malinconia. A volte sono qui e lì allo stesso tempo, presente ed assente nei miei giorni, chissà perché…
Le feste, quest’anno, non mi fanno bene, ho tante cose che mi frullano in testa e si trasformano in una mousse d’atteggiamenti e pensieri non voluti, che si formano e vengono a me senza che li abbia chiamati: lo dicevo, come un’incosciente corsa verso l’irrealtà che, probabilmente, mi rende nervosa e inattiva nel concreto.
Senza essere preda dell’ozio naturale e benefattore dopo giorni di andirivieni frenetico, continuo a far cose, cucinare e sistemare, lavare e stendere, andare qui e là, ma ogni atteggiamento pare essere il termometro di una febbre che ha bisogno di sfogare sensazioni e non ci riesce. Come se avessi bisogno di un cambio, di tagliare i rami morti ed invece non avere la forza o lo stimolo per farlo.
Così, nell’inverno che mi segue, canto attimi di ribellione che sono soltanto spiragli inconsapevoli di fuga…bah, quasi inutile spiegare e cercare di capire quel che è probabilmente soltanto un’emozione tra le tante che spennellano i momenti.
Non è il modo migliore di ricominciare una scrittura troncata tempo fa dalla frenesia delle cose da fare: correre quotidianamente a Madrid per studiare o buttarmi a capofitto al Carrefour nel lavoro instabile di promoter, poi a casa dopo lunghe ore in piedi cercando di vendere o convincere le persone che quel che vendi è il migliore tra gli oggetti esposti…non che non mi piaccia, io sono normalmente un camaleonte e mi adatto alle situazioni, le prendo per mano e le conduco nelle mie vie conosciute. Quel che non mi piace è l’instabilità del lavoro, la consapevolezza sempre dell’incerto, di quel che oggi c’è e domani si vedrà, tutte cose che mi lasciano in bilico come questa nebbia affusolata intorno al mondo tra il tutto ed il niente.
Così, tra una cosa e l’altra, mi sono caduti addosso il Natale e le feste comandate, senza nemmeno accorgermene veramente: pronti l’albero e gli addobbi in casa senza troppa convinzione, pronti i regali e le cene…ed io mi chiedo spesso dove sono, se qui o lì o in entrambi i lati vedendo passare i giorni senza partecipare alla festa
Qualcosa sto sbagliando probabilmente, qualcosa non va, ma non so cos’è, non so se è semplice nostalgia, malinconia di cose e persone che non ci sono più: non lo so, semplicemente non lo so.
Allora, nell’incertezza, meglio fare gli auguri perché quest’anno che viene sia un cesto di speranza, una girandola di salute prospera e sincera, un gioco nel quale, anche se non si è vincitori, almeno non si perda tutto e, se si perde, rimanga almeno la promessa di poter vincere qualche volta, con la certezza assoluta che dopo l’inverno torna sempre primavera.
Buon 2011 di cuore!
Saluti e baci…
venerdì 3 dicembre 2010
Le "Frittelle della Fiera"
Anche oggi, guardando da questo angolo privilegiato la strada, aprendo gli occhi sulla finestra che spia e spettegola le cose del mondo, si vede una striscia di brillantezza, quasi una lastra che potrebbe essere di vetro: invece è ghiaccio, irregolare e birbone.
È di forma irregolare, fa quasi dei disegni astratti sull’asfalto e la luce dei lampioni si riflette sulla sua faccia lucida riempiendo di colore, arancio metallizzato, l’arabesco sottile.
Anche oggi sembra si siano “dimenticati” di gettare il sale e a me sembra incomprensibile l’atteggiamento superficiale di questa gente, amministratori-delegati-sindaci-consiglieri, che sapeva sarebbe successo.
Ieri vedevo la gente camminare quasi in equilibrio sui suoi piedi, quasi zampettando cercando di non cadere. Ma è la prassi della stupidità, non certo da parte delle persone che devono sempre cercare di sopravvivere nelle regole ingiuste ed imposte, no, non è colpa della gente della strada: la colpa è di chi, dall’alto, sembra volerti spiegare le regole del gioco nel quale sei costretto a puntare d’azzardo senza, spesso, aver diritto di replica.
Ma la mia giornata di ieri è stata predominata dalla gioia, nostalgica se vogliamo, perché sono riuscita, dopo tanto cercare, a trovare la ricetta delle”Frittelle della fiera”, così le chiamo io ricordando.
Dove sono nata, a Seregno, nel cuore della Pianura Padana, verso la fine di aprile si celebra ogni anno la Fiera di Santa Valeria che trascina con sé, nella mia testa già disordinata dai ricordi, un senso d’infanzia ed adolescenza che rimane impigliata non solo nella mente, ma anche e soprattutto nel cuore.
Si andava alla fiera in pompa magna, c’era tutto un rituale che la precedeva e poi accompagnava: si doveva aspettare la zia, vestite a festa mia sorella ed io, e poi insieme a mamma, nonna e cugino, ci si incamminava, bambini davanti e adulti dietro, come in un corteo.
Ci si fermava in chiesa, perché la festa originariamente aveva quell’odore d’incenso e di benedizione che, nonostante il passare degli anni, rimaneva negli atti, quasi inconsapevolmente, anche se si univa sempre più il sacro al profano.
A me sinceramente quello che interessava era arrivare alle bancarelle e poi al luna-park, ma la tappa era più che altro un omaggio alla tradizione, lavarsi l’anima e mettersi in pace con la Madonna e con se stessi prima di concedersi delizie corporali.
Ricordo perfettamente come se quei giorni non fossero mai passati, la massa di gente lungo le vie strette del quartiere, l’odore di croccanti e mandorle tostate…e poi, come d’incanto, cominciava a stuzzicare il naso quel profumo conosciuto, le frittelle della fiera!
C’era una bancarella specifica, sempre quella, dove ogni anno mia madre si fermava, scherzava e rideva con il proprietario che io, bambina, guardavo incantata: vestiva di bianco e stava davanti ad un immenso calderone pieno d’olio dove, con una maestria che a me suonava a magico, metteva e toglieva frittelle da quel liquido bollente che borbottava odori più che parole, e poi le buttava da una parte sul banco e qualcun altro le prendeva, così calde e profumate e le cospargeva di granelli di zucchero che cadevano come neve su quella terra soffice di lievito e farina.
Mi ricordo che guardavo estasiata le bolle d’aria che si formavano nella frittella quando lui buttava l’impasto nell’olio: era un brontolio odoroso, un discorso di sensazioni che a me faceva sempre inghiottire la saliva, l’acquolina mi divorava ancor prima di mettere sotto i denti quello che mi sembrava il dolce degli dei.
Ci si accontentava di piccole cose da bambini, la fiera era una festa e le frittelle un dono invitante e del quale ringraziare, ogni volta, quasi con timidezza e pudore.
E proprio ieri, sbirciando qua e là come faccio spesso nei siti di cucina, non so bene come, le ho trovate e si chiamavano proprio così, ”Le Frittelle della Fiera” !
Così, scommettendo di nuovo con me stessa, perché per me ogni nuova ricetta è una scommessa con la quale mi metto alla prova, ho deciso di provarci.
Ho messo il lievito di birra nel latte tiepido aspettando che si compiesse la magia e cominciasse a produrre bollicine da se stesso
Intanto, ho preparato la farina in un’altra terrina, ho aggiunto zucchero, un pizzico di sale e la scorza di limone grattugiata e poi ho versato il liquido incantato.
Ho mescolato insieme ed ho aggiunto, per ultimo, il burro a pezzettini.
Poi ho cominciato ad impastare, lentamente, con le mani appiccicose all’inizio e poi l’impasto, sempre più elastico, ha cominciato a staccarsi dalle dita e, come sempre, mi ha detto dice che era pronto, che potevo smettere di maltrattarlo con le mani…allora, l’ho messo in stand-by, come dicono gli illuminati!, a riposare.
Questo dell’impastare è un altro atto di magia, non so nemmeno spiegare quanto mi piace mettere le mani nella farina e muovere le dita trasformando la massa informe in una palla morbida e profumata; la farina, l’acqua e il lievito insieme, hanno un odore irriproducibile, tanto meno a parole…proverei se fossi in voi, perché, a me almeno, dà una serenità infinita!
Devono passare almeno due ore, ci vuole tempo e pazienza in questo tipo di lavori, perché l’impasto deve poter crescere e lievitare lentamente, senza fretta urbana.
Impastare ed aspettare richiede tempi antichi, segnati dalla tolleranza e dall’attesa che ormai non sono più sinonimi di niente in questo mondo che corre in un bisogno inconsistente di continue emozioni veloci.
Poi ho ripreso l’impasto tra le mani e ne ho fatto un filoncino lungo dal quale ho staccato delle piccole parti che ho trasformato in palline e di nuovo le ho coperte e le ho lasciate riposare.
Quest’ultima fase non dura più di una ventina di minuti.
Ho ripreso le palline, ho messo l’olio a scaldare e con le mani le ho schiacciate fino a renderle quasi trasparenti nel centro e più cicciottelle sui bordi.
Poi, una ad una, le ho messe nell’olio, caldo ma non bollente altrimenti si bruciano e non da tempo all’impasto compiere l’ultimo tratto di lievitazione…ecco fatto, le Frittelle della Fiera, come per magia, quasi quarant’anni dopo, in un piatto nella mia cucina, una sopra l’altra, spolverate di zucchero come allora e con il ricordo di chi non c’è più ma che continua a vivere ogni volta che tra le mani si rinnova la tradizione, suggestione seducente del passato che non muore nel presente.
Saluti e baci...
È di forma irregolare, fa quasi dei disegni astratti sull’asfalto e la luce dei lampioni si riflette sulla sua faccia lucida riempiendo di colore, arancio metallizzato, l’arabesco sottile.
Anche oggi sembra si siano “dimenticati” di gettare il sale e a me sembra incomprensibile l’atteggiamento superficiale di questa gente, amministratori-delegati-sindaci-consiglieri, che sapeva sarebbe successo.
Ieri vedevo la gente camminare quasi in equilibrio sui suoi piedi, quasi zampettando cercando di non cadere. Ma è la prassi della stupidità, non certo da parte delle persone che devono sempre cercare di sopravvivere nelle regole ingiuste ed imposte, no, non è colpa della gente della strada: la colpa è di chi, dall’alto, sembra volerti spiegare le regole del gioco nel quale sei costretto a puntare d’azzardo senza, spesso, aver diritto di replica.
Ma la mia giornata di ieri è stata predominata dalla gioia, nostalgica se vogliamo, perché sono riuscita, dopo tanto cercare, a trovare la ricetta delle”Frittelle della fiera”, così le chiamo io ricordando.
Dove sono nata, a Seregno, nel cuore della Pianura Padana, verso la fine di aprile si celebra ogni anno la Fiera di Santa Valeria che trascina con sé, nella mia testa già disordinata dai ricordi, un senso d’infanzia ed adolescenza che rimane impigliata non solo nella mente, ma anche e soprattutto nel cuore.
Si andava alla fiera in pompa magna, c’era tutto un rituale che la precedeva e poi accompagnava: si doveva aspettare la zia, vestite a festa mia sorella ed io, e poi insieme a mamma, nonna e cugino, ci si incamminava, bambini davanti e adulti dietro, come in un corteo.
Ci si fermava in chiesa, perché la festa originariamente aveva quell’odore d’incenso e di benedizione che, nonostante il passare degli anni, rimaneva negli atti, quasi inconsapevolmente, anche se si univa sempre più il sacro al profano.
A me sinceramente quello che interessava era arrivare alle bancarelle e poi al luna-park, ma la tappa era più che altro un omaggio alla tradizione, lavarsi l’anima e mettersi in pace con la Madonna e con se stessi prima di concedersi delizie corporali.
Ricordo perfettamente come se quei giorni non fossero mai passati, la massa di gente lungo le vie strette del quartiere, l’odore di croccanti e mandorle tostate…e poi, come d’incanto, cominciava a stuzzicare il naso quel profumo conosciuto, le frittelle della fiera!
C’era una bancarella specifica, sempre quella, dove ogni anno mia madre si fermava, scherzava e rideva con il proprietario che io, bambina, guardavo incantata: vestiva di bianco e stava davanti ad un immenso calderone pieno d’olio dove, con una maestria che a me suonava a magico, metteva e toglieva frittelle da quel liquido bollente che borbottava odori più che parole, e poi le buttava da una parte sul banco e qualcun altro le prendeva, così calde e profumate e le cospargeva di granelli di zucchero che cadevano come neve su quella terra soffice di lievito e farina.
Mi ricordo che guardavo estasiata le bolle d’aria che si formavano nella frittella quando lui buttava l’impasto nell’olio: era un brontolio odoroso, un discorso di sensazioni che a me faceva sempre inghiottire la saliva, l’acquolina mi divorava ancor prima di mettere sotto i denti quello che mi sembrava il dolce degli dei.
Ci si accontentava di piccole cose da bambini, la fiera era una festa e le frittelle un dono invitante e del quale ringraziare, ogni volta, quasi con timidezza e pudore.
E proprio ieri, sbirciando qua e là come faccio spesso nei siti di cucina, non so bene come, le ho trovate e si chiamavano proprio così, ”Le Frittelle della Fiera” !
Così, scommettendo di nuovo con me stessa, perché per me ogni nuova ricetta è una scommessa con la quale mi metto alla prova, ho deciso di provarci.
Ho messo il lievito di birra nel latte tiepido aspettando che si compiesse la magia e cominciasse a produrre bollicine da se stesso
Intanto, ho preparato la farina in un’altra terrina, ho aggiunto zucchero, un pizzico di sale e la scorza di limone grattugiata e poi ho versato il liquido incantato.
Ho mescolato insieme ed ho aggiunto, per ultimo, il burro a pezzettini.
Poi ho cominciato ad impastare, lentamente, con le mani appiccicose all’inizio e poi l’impasto, sempre più elastico, ha cominciato a staccarsi dalle dita e, come sempre, mi ha detto dice che era pronto, che potevo smettere di maltrattarlo con le mani…allora, l’ho messo in stand-by, come dicono gli illuminati!, a riposare.
Questo dell’impastare è un altro atto di magia, non so nemmeno spiegare quanto mi piace mettere le mani nella farina e muovere le dita trasformando la massa informe in una palla morbida e profumata; la farina, l’acqua e il lievito insieme, hanno un odore irriproducibile, tanto meno a parole…proverei se fossi in voi, perché, a me almeno, dà una serenità infinita!
Devono passare almeno due ore, ci vuole tempo e pazienza in questo tipo di lavori, perché l’impasto deve poter crescere e lievitare lentamente, senza fretta urbana.
Impastare ed aspettare richiede tempi antichi, segnati dalla tolleranza e dall’attesa che ormai non sono più sinonimi di niente in questo mondo che corre in un bisogno inconsistente di continue emozioni veloci.
Poi ho ripreso l’impasto tra le mani e ne ho fatto un filoncino lungo dal quale ho staccato delle piccole parti che ho trasformato in palline e di nuovo le ho coperte e le ho lasciate riposare.
Quest’ultima fase non dura più di una ventina di minuti.
Ho ripreso le palline, ho messo l’olio a scaldare e con le mani le ho schiacciate fino a renderle quasi trasparenti nel centro e più cicciottelle sui bordi.
Poi, una ad una, le ho messe nell’olio, caldo ma non bollente altrimenti si bruciano e non da tempo all’impasto compiere l’ultimo tratto di lievitazione…ecco fatto, le Frittelle della Fiera, come per magia, quasi quarant’anni dopo, in un piatto nella mia cucina, una sopra l’altra, spolverate di zucchero come allora e con il ricordo di chi non c’è più ma che continua a vivere ogni volta che tra le mani si rinnova la tradizione, suggestione seducente del passato che non muore nel presente.
Saluti e baci...
"Fiocca, la neve fiocca..."
http://www.youtube.com/watch?v=KKnjaXFqFDc
Ed eccomi qui...ho tante cose da fare in questi giorni ed altrettante in testa. E quando succede, si crea come una confusione di priorità, non so da dove cominciare e quale tra le cose scegliere come fosse la più importante...
Non è che mi sia dimenticata del blog e di voi che con cautela e affetto seguite le linee che riempiono le pagine...e nelle pagine le parole che raccontano.
Comunque sono qui, fisicamente presente oggi, a dipingere di nuovo, con le idee, le parole.
Ieri sera tornavamo da Madrid, José ed io, e verso San Agustín de Guadalix cominciò a nevicare.
Che sensazione strana, non tanto la neve, ma piuttosto come scendeva. Dalla macchina in movimento, i fiocchi all'inizio sembravano scintille bianche e fosforescenti, si scontravano con i fari della macchina e all'improvviso acquistavano quella fluorescenza che ricorda figure di spettri. Quasi una magia. Un gioco di luci e di trasparenze che sembravano specchiarsi direttamente dai fari ai fiocchi che, scendendo, ballavano nel vento.
C'era il vento ieri sera, sì che soffiava! e faceva mulinelli con la neve che quasi non riusciva neppure a toccare l'asfalto che continuava indenne, senza tracce d'acqua, quasi stesse indossando uno di quegli impermeabili di plastica lucida e nera che mi ricordano sempre films polizieschi degli anni quaranta.
Il soffio del vento prendeva tra le mani la neve e la lanciava in circolo fomentando un balletto silenzioso che cominciava e si spandeva nell'aria mossa, come un'onda nel cielo nero..
I fiocchi giravano e giravano, facevano girotondo uno con l'altro senza riuscire però a toccarsi e poi,concludendo il gioco, il vento li trasportava e spostava in altre direzioni.
Poi, dopo questa prima impressione di danza rituale e senza meta, i fiocchi cominciavano a lanciarsi contro il vetro, come fossero sottili lame di coltelli d'acciaio, quasi d'argento. E facevano rumore colpendolo, come se la morbidezza della neve si fosse trasformata in granelli di metallo.
Non avevo mai visto nevicare così...
Questa strana discesa libera, stamattina, aveva lasciato in regalo lastre di ghiaccio per la strada.
Dalla finestra, ancor prima d'uscire, vedevo un luccichio sull'asfalto, come se nella notte qualcuno avesse lanciato per le strade chili e chili di brillantini, il maquillage del mondo dopo una notte di freddi bagordi.
Ghiaccio dappertutto, sui marciapiedi e in mezzo alla via, sui tetti delle case e sugli alberi...solo gelo e neve secca e rattrappita lungo i bordi della strada a difendersi, lei stessa, dal freddo di quella solitudine: arrampicata quasi ai muri in piccoli mucchietti, stava lì e dava quasi pena...
Dicono che durante il giorno si alzeranno le temperature, l'inverno non è ancora arrivato ed io ne sono già stufa...
Il sole già comincia a sciogliere la neve: ci sono riflessi argentati su ogni cosa che si evidenzia nella luce.
Il sole sul bianco ancora intatto della neve, gioca e scherza costruendo attimi di luminosità estrema. Ogni ritaglio è un bagliore che fa male agli occhi, così brillante, così violento; un bagliore che si spezza in gocce quasi invisibili nelle quali danza un incredibile, minuscolo e tremante arcobaleno.
Come un'altra speranza che cavalca, indisturbata, il giorno...
Saluti e baci...
Ed eccomi qui...ho tante cose da fare in questi giorni ed altrettante in testa. E quando succede, si crea come una confusione di priorità, non so da dove cominciare e quale tra le cose scegliere come fosse la più importante...
Non è che mi sia dimenticata del blog e di voi che con cautela e affetto seguite le linee che riempiono le pagine...e nelle pagine le parole che raccontano.
Comunque sono qui, fisicamente presente oggi, a dipingere di nuovo, con le idee, le parole.
Ieri sera tornavamo da Madrid, José ed io, e verso San Agustín de Guadalix cominciò a nevicare.
Che sensazione strana, non tanto la neve, ma piuttosto come scendeva. Dalla macchina in movimento, i fiocchi all'inizio sembravano scintille bianche e fosforescenti, si scontravano con i fari della macchina e all'improvviso acquistavano quella fluorescenza che ricorda figure di spettri. Quasi una magia. Un gioco di luci e di trasparenze che sembravano specchiarsi direttamente dai fari ai fiocchi che, scendendo, ballavano nel vento.
C'era il vento ieri sera, sì che soffiava! e faceva mulinelli con la neve che quasi non riusciva neppure a toccare l'asfalto che continuava indenne, senza tracce d'acqua, quasi stesse indossando uno di quegli impermeabili di plastica lucida e nera che mi ricordano sempre films polizieschi degli anni quaranta.
Il soffio del vento prendeva tra le mani la neve e la lanciava in circolo fomentando un balletto silenzioso che cominciava e si spandeva nell'aria mossa, come un'onda nel cielo nero..
I fiocchi giravano e giravano, facevano girotondo uno con l'altro senza riuscire però a toccarsi e poi,concludendo il gioco, il vento li trasportava e spostava in altre direzioni.
Poi, dopo questa prima impressione di danza rituale e senza meta, i fiocchi cominciavano a lanciarsi contro il vetro, come fossero sottili lame di coltelli d'acciaio, quasi d'argento. E facevano rumore colpendolo, come se la morbidezza della neve si fosse trasformata in granelli di metallo.
Non avevo mai visto nevicare così...
Questa strana discesa libera, stamattina, aveva lasciato in regalo lastre di ghiaccio per la strada.
Dalla finestra, ancor prima d'uscire, vedevo un luccichio sull'asfalto, come se nella notte qualcuno avesse lanciato per le strade chili e chili di brillantini, il maquillage del mondo dopo una notte di freddi bagordi.
Ghiaccio dappertutto, sui marciapiedi e in mezzo alla via, sui tetti delle case e sugli alberi...solo gelo e neve secca e rattrappita lungo i bordi della strada a difendersi, lei stessa, dal freddo di quella solitudine: arrampicata quasi ai muri in piccoli mucchietti, stava lì e dava quasi pena...
Dicono che durante il giorno si alzeranno le temperature, l'inverno non è ancora arrivato ed io ne sono già stufa...
Il sole già comincia a sciogliere la neve: ci sono riflessi argentati su ogni cosa che si evidenzia nella luce.
Il sole sul bianco ancora intatto della neve, gioca e scherza costruendo attimi di luminosità estrema. Ogni ritaglio è un bagliore che fa male agli occhi, così brillante, così violento; un bagliore che si spezza in gocce quasi invisibili nelle quali danza un incredibile, minuscolo e tremante arcobaleno.
Come un'altra speranza che cavalca, indisturbata, il giorno...
Saluti e baci...
lunedì 29 novembre 2010
La neve e il mandarino
Nevica, quasi impercettibilmente.
Sembra che qualcuno, dall’alto, stia grattugiando cioccolato bianco, una polvere che scende giù come sfrangiata, batuffoli disciolti dai quali soltanto svolazzano minuscoli granelli diffusi, niente più.
Stavo leggendo un libro e ad un tratto mi è venuto in mente che, per accompagnare l’arrosto, avrei potuto fare una salsa al mandarino.
Allora ,come sempre in questi casi in cui un’idea mi salta in testa, ho lasciato il libro e mi sono buttata in cucina.
Ho versato un po’ di Brandy e un po’ di Porto in un pentolino che ha le stesse dimensioni di quelli che usavo quando ancora giocavo con le bambole!
Ho lasciato che si riducessero alla metà. Ho spremuto due mandarini, filtrato il succo e l’ho versato nel pentolino; c’ho aggiunto un paio di cucchiai del sughetto dell’arrosto, due cucchiaini radi di zucchero e ho lasciato che cominciasse a sobbollire un po’.
Quando anche questo si è ridotto, ho aggiunto una noce di burro.
Il burro, sciogliendosi, ha spessito la salsa che adesso è pronta.
Ha una testura e un colore interessante, un arancio caramellizzato...interessante davvero...del resto, è un invenzione, non ho seguito nessuna ricetta, sono andata a naso come faceva mia madre
Nemmeno mi ero accorta della neve d'altra parte quasi invisibile, qualche fiocco qua e là, saltellante in un cielo che sembra cenere sparsa così, a caso.
Il pranzo è pronto…io torno al mio libro.
Saluti e baci...
Sembra che qualcuno, dall’alto, stia grattugiando cioccolato bianco, una polvere che scende giù come sfrangiata, batuffoli disciolti dai quali soltanto svolazzano minuscoli granelli diffusi, niente più.
Stavo leggendo un libro e ad un tratto mi è venuto in mente che, per accompagnare l’arrosto, avrei potuto fare una salsa al mandarino.
Allora ,come sempre in questi casi in cui un’idea mi salta in testa, ho lasciato il libro e mi sono buttata in cucina.
Ho versato un po’ di Brandy e un po’ di Porto in un pentolino che ha le stesse dimensioni di quelli che usavo quando ancora giocavo con le bambole!
Ho lasciato che si riducessero alla metà. Ho spremuto due mandarini, filtrato il succo e l’ho versato nel pentolino; c’ho aggiunto un paio di cucchiai del sughetto dell’arrosto, due cucchiaini radi di zucchero e ho lasciato che cominciasse a sobbollire un po’.
Quando anche questo si è ridotto, ho aggiunto una noce di burro.
Il burro, sciogliendosi, ha spessito la salsa che adesso è pronta.
Ha una testura e un colore interessante, un arancio caramellizzato...interessante davvero...del resto, è un invenzione, non ho seguito nessuna ricetta, sono andata a naso come faceva mia madre
Nemmeno mi ero accorta della neve d'altra parte quasi invisibile, qualche fiocco qua e là, saltellante in un cielo che sembra cenere sparsa così, a caso.
Il pranzo è pronto…io torno al mio libro.
Saluti e baci...
domenica 28 novembre 2010
"Come un'attrice persa sulla scena..."
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C’è profumo di limone in casa.
Mentre fuori zampilla, perseverante, l’odore di neve, qui dentro l’ambiente si è saturato di primavera.
E non so perché, ma all’improvviso mi è tornato in mente Maiori, piccolo paese della costiera Amalfitana, situato nel Golfo di Salerno, sul mare e nel mare dato che anche dal mare può arrivare e partire, la spiaggia è lì e aspetta.
Sarà senz’altro l’odore di limone, così penetrante e aspro che l’ha catapultato alla mia mente.
Quanti giorni e quanta vita lasciata sulla sua spiaggia o nelle piastrelle colorate del lungomare…quanta gente accompagnata e conosciuta, quanti amici incontrati e perduti poi lungo la strada…
Sarà la ”Camminata dei limoni”, quell’istante che mi ha fatto tornare prepotentemente alla mente Maiori: è una specie di passeggiata, da Maiori a Minori o viceversa, una scalinata da percorrere lentamente, a piccoli passi, un sentiero aggrappato alla montagna che fa da cornice al mare.
Si chiama proprio così, la camminata dei limoni, perché in tutto il percorso s’intercalano gli alberi di limone, tanti, fiori bianchi che ti accompagnano quasi per mano.
E in mezzo alle foglie e ai fiori, agli stessi frutti quando la stagione lo permette e lo richiede, un sapore dolciastro di succo di limone ti spruzza letteralmente il cuore.
Perché la gente in mezzo a quei sassi che sono gradini, ancora vive con il sorriso e l’anima tra le mani e quando passi, in gruppo e da sola ,ti salutano e ti invitano a sedere fuori dalle loro case che sembrano grotte comparse dal niente.
E, come le stesse grotte, dal niente si sporgono mani con grandi caraffe piene di limonata, un liquido giallo che si spinge verso il verde con incredibili giochi di sfumature e che, ancor prima d’essere bevuto, ti lancia addosso il suo profumo aspro e dolce, come la terra dalla quale nasce.
Ho ricordi vivissimi di quei luoghi e di quella camminata in particolare.
Per anni ho accompagnato gruppi in Costiera Amalfitana, due quattro, anche più volte all’anno ed ogni volta era per me un rapporto d’amore rinnovato con quella terra e con la sua gente.
Mi ricordo di Francesco, il cameriere dell’Hotel Garden.
Non era bello Francesco: piccolo, magro, denti sporgenti e una massa di riccioli neri, neri come i suoi occhi che, quelli sì, erano belli perché da quel nero carbone usciva fuori, quasi scintilla nel silenzio, tutto il suo grido alla vita.
Si era innamorato di me Francesco o al meno così gli sembrava.
Ma io non di lui. Io che ho sempre giocato con l’amore, mi ero lasciata intenerire da quel ragazzo cresciuto che mi cantava sempre una canzone di Vecchioni, sempre la stessa “...che non è più vicina né lontana, come un'attrice persa sulla scena..."
E mi diceva sempre, in macchina, correndo sulla panoramica verso Praiano e verso quella discoteca dove sotto i piedi c’era l’acqua del mare e ti dava persino le vertigini guardare in basso, mi diceva -quella sei tu, che giochi con me a fare l’attrice e mi prendi in giro…
Ed io che cercavo di spiegargli che non lo stavo prendendo in giro, ma che soltanto non c’era amore in me né per lui né per nessuno, che le cose andavano bene così, che non era momento per altre cose,che non s’innamorasse di me.
Quante volte gliel’avrò detto e ripetuto: non t’innamorare di me che ti puoi far male
Ma lui insisteva in quell’idea d’amore ed io premevo perché quell’ipotesi sfumasse.
Erano giorni belli, giorni vissuti nella consapevolezza del niente perché “ a vent’anni si è stupidi davvero…”, ma si ha vent’anni e il mondo e la vita integra tra le mani.
Me lo ritrovavo sempre dietro Francesco: quando col gruppo andavo ad Amalfi, sulla scalinata del Duomo che ha gradini alti che sembra che non arrivi mai in cima e quando sei su, guardando la piazza, ti senti come se tutto l’intorno fosse tuo.
Dalla porta della Chiesa lo vedevo, la sigaretta in bocca come un Humphrey Bogart di periferia, appoggiato al muro davanti al negozietto di spezie, guardava su facendo finta di guardare il cielo e poi con la mano mi chiamava.
O la sera, fuori dall’Hotel o in quella che sembrava la piccola Rambla del centro e che visto così, di notte, quasi da lontano, non sembrava neppure un paese sul mare, e mi diceva: “ Iliás -strascicando la esse e cambiando accento al mio nome- stamme a ssentí, sei come ‘navventura, Maronna mia…la tua vita e come ‘nu teatro, la maggior parte delle cose che dici nun le posso ‘ntènnere, parli difficile, pare ‘na filosofia pero…nun posso ‘sta luntano ‘e te”
Io ridevo perchè sembrava che stesse recitando le strofe di una canzone e lui s’arrabbiava. “ Me sfotti ” mi diceva.
Francesco è un nome tra tanti che sono un ricordo che si può raccontare o pensare di tanto in tanto e nonostante, lui come altri, non l’abbia mai creduto fino infondo, non ho mai preso in giro nessuno.
Altra cosa potrei dire della gente che con me a giocato a dadi, con me e con i miei bisogni di affetto, non di amore.
Adesso, cresciuta e con i cinquant’anni che suonano alla porta, mi rendo conto che le immagini di quel che uno proietta della sua vita, a volte altro non sono che i ritagli di un film inventato, spezzoni di poesia che si recita da soli e, inconsapevolmente ,si crede che intorno ci sia un coro a sorreggere le battute sbagliate, le virgole scordate nella lettura.
Lo rivedevo sempre Francesco quando tornavo a Maiori, la gente dei gruppi che accompagnavo era diversa ogni volta e, chissà, forse anch’io ero diversa ogni volta.
Un bel giorno decise di far finta di non riconoscermi e da quel giorno ci si incontrava come anime che si erano sfiorate per sbaglio e per correttezza, poi, avevano deciso che non si erano mai incontrate.
Quante necessità ci sono nell’animo umano, quanta incertezza e quanta paura forse e soprattutto dell’amore.
Io so soltanto che anche Francesco, come tanti e tante, mi hanno accompagnato per brevi, brevissimi tratti: poi, come spettri che non si è mai visto, se ne sono andati, sottovoce e in punta di piedi, così ,nello stesso modo in cui erano venuti, ognuno al suo delirio, ognuno cercando di ricordare il copione della propria vita.
Sono tutti spiragli, crepe nel muro che ti costruisci addosso giorno dopo giorno cercando di fabbricare su te stessa la tua casa, il rifugio al quale tornare quando le sere si fanno fredde e scure, quando s’accendono le luci dei lampioni e anche tu, come tutti ,hai bisogno di un cuscino dove lasciar cadere i tuoi sogni.
Saluti e baci...
venerdì 26 novembre 2010
"Vedi cara è difficile spiegare..."
Guardo il cielo scrivendo, con la paura che diventi tutto bianco e cominci a nevicare.
Non mi piace la neve, l’ho detto e ripetuto:nemmeno guardarla scendere, fiocco a fiocco, lenta, ballerina.
Non mi piace e punto. Io sono per l’estate, la neve mi mette il freddo addosso, mi sembra di sentirlo fin dentro l’anima.
Eppure, nonostante mi distragga da lei un sentimento estivo d’amore e di calore, sento il suo odore nell’aria quando sta per arrivare.
Lo dicevo a Marta stamattina… -per inciso dirò che con Marta il rapporto “epistolar-mail”è quotidiano-.
Ci scriviamo tutti i giorni, rincorrendo il tempo che ognuna di noi vive, raccontandoci le frazioni e gli istanti. A volte soltanto le cose belle, a volte le tristi e le belle, a volte soltanto sensazioni…
Ma tornando alla neve: l’odore della neve è un odore secco che sento nel naso, come una nebbiolina che si lascia annusare e, nonostante la neve sia acqua gelata, a me ha sempre dato l’impressione d’essere asciutta e assetata, un odore di piume che volano o bolle di sapone che se le tocchi ti scoppiano nella mano.
Non so spiegarlo, è vero, lo dicevo anche a Marta, forse è soltanto una sensazione che sento nell’aria.
Perché quando arriva la neve, sembra quasi che il mondo si prepari: il cielo si veste di bianco candido, come un mantello d’ermellino che cerca la sua tana, intorno tutto è silenzio sbiadito, quasi soffice da toccare, una coperta di lana appena comprata, piena di vapore che si sgrana nelle mani come un rosario di preghiere che non si ricordano più.
Anche la terra freme, come in un canto gregoriano, toni cupi in armonia col tempo.
Eppure, non mi piace.
L’andirivieni del silenzio mi fa come paura: è un abisso di suoni annientati, vibrazioni che non escono, andamento lento che si spande e cammina.
E i fiocchi di neve, quando scendono giù, sono come fantasmi, intuizioni illusorie, poeti stanchi che non scrivono versi, ma soltanto caricature degli stessi.
Non è una sensazione che mi fa star bene, al contrario: tutta questa distensione perfetta che sembra prepararsi per l’arrivo della neve, mi solleva in un frastuono disordinato, una confusione ostile che mi occupa e preoccupa.
Da piccola mi piaceva la neve, senza esagerare.
Andando a scuola, la mattina presto, quando tutto era ancora silenzio e perfezione, ricordo che mi toglievo i guanti, all’altezza della Villa De Nova, dopo la Pasticceria Torchiana, e con la mano raccoglievo mucchietti di neve dal muretto e la mangiavo. Che sapore amaro aveva la neve!
Allora non c’erano i problemi ambientali di adesso, la neve era acqua pulita dal cuore gelato e a quell’ora era intatta e integrale, una polvere compressa e totalmente naturale.
Mi ricordo che mi sembrava sempre come una fetta di pan carré ghiacciato, non per il sapore che mi lasciava, invece, nella bocca, un gusto rugginoso, ma per l’aspetto ed il colore, così compatto eppur farinoso…proprio come uscita da un sacco, farina immacolata.
Del resto, mia nonna diceva sempre ”Sotto la neve pane”, onorando le sue origini contadine: la neve copre la terra, mi diceva, come una copertina che protegge i semini del grano che poi cresceranno, forti e gialli, chicchi d’oro puro, l’estate che verrà. E mi diceva anche: se fai una buca e ti copri con la neve, sotto senti come un fuocherello che ti scalda…ma io, sinceramente, non c’ho mai provato.
Ma anche queste parole sono soltanto divagazioni, suggestioni da previsione meteorologica, niente di più perchè il cielo è scuro e blu e non si annusa ancora la neve che viene.
Anche se ogni piccola cosa fa sì che i ricordi corrano a comporsi di nuovo in un puzzle che sempre più si va completando,questo è vero.
Come se fosse un esercizio di memoria, attivo e presente, nell’architettura di quel che verrà.
Saluti e baci...
Non mi piace la neve, l’ho detto e ripetuto:nemmeno guardarla scendere, fiocco a fiocco, lenta, ballerina.
Non mi piace e punto. Io sono per l’estate, la neve mi mette il freddo addosso, mi sembra di sentirlo fin dentro l’anima.
Eppure, nonostante mi distragga da lei un sentimento estivo d’amore e di calore, sento il suo odore nell’aria quando sta per arrivare.
Lo dicevo a Marta stamattina… -per inciso dirò che con Marta il rapporto “epistolar-mail”è quotidiano-.
Ci scriviamo tutti i giorni, rincorrendo il tempo che ognuna di noi vive, raccontandoci le frazioni e gli istanti. A volte soltanto le cose belle, a volte le tristi e le belle, a volte soltanto sensazioni…
Ma tornando alla neve: l’odore della neve è un odore secco che sento nel naso, come una nebbiolina che si lascia annusare e, nonostante la neve sia acqua gelata, a me ha sempre dato l’impressione d’essere asciutta e assetata, un odore di piume che volano o bolle di sapone che se le tocchi ti scoppiano nella mano.
Non so spiegarlo, è vero, lo dicevo anche a Marta, forse è soltanto una sensazione che sento nell’aria.
Perché quando arriva la neve, sembra quasi che il mondo si prepari: il cielo si veste di bianco candido, come un mantello d’ermellino che cerca la sua tana, intorno tutto è silenzio sbiadito, quasi soffice da toccare, una coperta di lana appena comprata, piena di vapore che si sgrana nelle mani come un rosario di preghiere che non si ricordano più.
Anche la terra freme, come in un canto gregoriano, toni cupi in armonia col tempo.
Eppure, non mi piace.
L’andirivieni del silenzio mi fa come paura: è un abisso di suoni annientati, vibrazioni che non escono, andamento lento che si spande e cammina.
E i fiocchi di neve, quando scendono giù, sono come fantasmi, intuizioni illusorie, poeti stanchi che non scrivono versi, ma soltanto caricature degli stessi.
Non è una sensazione che mi fa star bene, al contrario: tutta questa distensione perfetta che sembra prepararsi per l’arrivo della neve, mi solleva in un frastuono disordinato, una confusione ostile che mi occupa e preoccupa.
Da piccola mi piaceva la neve, senza esagerare.
Andando a scuola, la mattina presto, quando tutto era ancora silenzio e perfezione, ricordo che mi toglievo i guanti, all’altezza della Villa De Nova, dopo la Pasticceria Torchiana, e con la mano raccoglievo mucchietti di neve dal muretto e la mangiavo. Che sapore amaro aveva la neve!
Allora non c’erano i problemi ambientali di adesso, la neve era acqua pulita dal cuore gelato e a quell’ora era intatta e integrale, una polvere compressa e totalmente naturale.
Mi ricordo che mi sembrava sempre come una fetta di pan carré ghiacciato, non per il sapore che mi lasciava, invece, nella bocca, un gusto rugginoso, ma per l’aspetto ed il colore, così compatto eppur farinoso…proprio come uscita da un sacco, farina immacolata.
Del resto, mia nonna diceva sempre ”Sotto la neve pane”, onorando le sue origini contadine: la neve copre la terra, mi diceva, come una copertina che protegge i semini del grano che poi cresceranno, forti e gialli, chicchi d’oro puro, l’estate che verrà. E mi diceva anche: se fai una buca e ti copri con la neve, sotto senti come un fuocherello che ti scalda…ma io, sinceramente, non c’ho mai provato.
Ma anche queste parole sono soltanto divagazioni, suggestioni da previsione meteorologica, niente di più perchè il cielo è scuro e blu e non si annusa ancora la neve che viene.
Anche se ogni piccola cosa fa sì che i ricordi corrano a comporsi di nuovo in un puzzle che sempre più si va completando,questo è vero.
Come se fosse un esercizio di memoria, attivo e presente, nell’architettura di quel che verrà.
Saluti e baci...
Katis&ili
Tira un vento freddo oggi, come previsto è arrivata la perturbazione dal nord, dal Polo Nord addirittura, come una rete trasparente di ghiaccio e neve da spargere su ogni cosa.
Oggi Marta, prima di uscire di casa, mi ha detto che cadevano i primi fiocchi su Milano -o Meda, non penso cambi molto- e mi ha preso sinceramente la nostalgia. Non certo perché mi piaccia la neve, no no, non mi piace per niente: io dico sempre che sono nata al nord per puro caso, ma che dentro ho un fuoco solare che brilla al sud, al sud di qualsiasi terra, di qualsiasi continente, di qualsiasi mondo, conosciuto o no.
Però, quasi riuscivo, nella distanza, a vedere quei fiocchi di neve volare e poi cadere depositandosi al suolo.
Mi sono venuti in mente giorni lontani, giorni di questi anni che dopo i venti corrono come frecce impazzite lanciate con rabbia dall’arco della vita: un giorno nel cortile, con mia sorella.
Non sono molti i ricordi della mia infanzia che posso condividere con la Katis, eravamo tanto diverse ed avevamo differenti necessità che forse, queste stesse differenze, facevano sì che ci si incontrasse poco e quando succedeva erano spesso più scontri che incontri.
Però lei, nonostante tutto, è una di quelle persone che c’è sempre stata quando ho avuto bisogno di un abbraccio ,di carezze o di soldi, inutile negarlo!, lei è sempre stata lì, paladino nel tempo e custode-guardiana dei miei errori.
Mi piace pensare che non lo faccia soltanto perché è mia sorella, ma invece perché ama di me la persona, a prescindere dai vincoli familiari e di sangue.
E sono sicura che è così perché lei ha un cuore grande, come un cuscino di piume d’oca dove tutti o tanti si accucciano a dormire. Anch’io.
Di quel giorno -tornando a monte o a valle o dove sia più pratico!-, ricordo i contorni, ricordo il freddo pungente, ricordo guanti rossi di quelli con un solo dito con una stella sopra, mi pare, simile ai fiori di ghiaccio sui vetri delle finestre antiche.
Ricordo bene il cortile, grande, vuoto, pieno di neve, totalmente bianco e immacolato nel suo pallore solo verso il fondo dov’era disabitato praticamente…chi ci viveva? La Pina con la sua famiglia…no, a quei tempi, quando eravamo bambine, le case in fondo al cortile non erano abitate, o forse sì, ma non me ne ricordo…
Sta di fatto che in fondo la neve era alta, intatta, ancora compatta e quasi spumosa: un’immensa distesa di latte condensato, malleabile, come sabbia in una spiaggia smorta, vergine e pura.
Uno spazio pulito, tenero, da coccolare tra le dita e poi armonizzare figure che possono sembrare vive e fragili nella loro immobilità.
Questo era quello che volevamo fare: un pupazzo di neve, con una pancia piena e dura, una faccia divertente e occhi e bocca statici, senza movimento alcuno.
Ricordo che cominciammo a trasportare neve dal fondo verso lo spiazzo dietro casa dove gli oleandri erano carichi e già stanchi di portarsi addosso questo carico d’acqua ghiacciata e le rose, coperte di cellophane, ci guardavano trasudando nel tepore un profumo che già non si spandeva, solo un’orma fugace della stagione passata.
Trascinavamo la neve in una cassetta della frutta e pesava, pesava molto; poi la si rovesciava nel posto che si era scelto…e si tornava al fondo a caricare.
Ovviamente, quando decidemmo che la neve era sufficiente, la trovammo ghiacciata, assiderata dallo stesso freddo che, goccia a goccia, la componeva.
Probabilmente litigammo a quel punto, lanciandoci addosso, l’una all’altra, le colpe: dovevi cominciare a fare il pupazzo…perché non l’hai cominciato te? Perché io sono la maggiore…e a me che me ne frega se sei la maggiore…
Come sempre, ci si arrabbiava e poi arrivava mia madre e ci portava in casa e tutto finiva fino alla prossima volta.
Solo più tardi, più grandicelle, siamo diventate sorelle: allora eravamo due sconosciute che avevano vissuto l‘infanzia separate per questo o quel motivo, due persone che non si conoscevano e che, ripeto, erano tanto diverse tra loro da sembrare semi di diversi sacchi!
Oggi Marta, prima di uscire di casa, mi ha detto che cadevano i primi fiocchi su Milano -o Meda, non penso cambi molto- e mi ha preso sinceramente la nostalgia. Non certo perché mi piaccia la neve, no no, non mi piace per niente: io dico sempre che sono nata al nord per puro caso, ma che dentro ho un fuoco solare che brilla al sud, al sud di qualsiasi terra, di qualsiasi continente, di qualsiasi mondo, conosciuto o no.
Però, quasi riuscivo, nella distanza, a vedere quei fiocchi di neve volare e poi cadere depositandosi al suolo.
Mi sono venuti in mente giorni lontani, giorni di questi anni che dopo i venti corrono come frecce impazzite lanciate con rabbia dall’arco della vita: un giorno nel cortile, con mia sorella.
Non sono molti i ricordi della mia infanzia che posso condividere con la Katis, eravamo tanto diverse ed avevamo differenti necessità che forse, queste stesse differenze, facevano sì che ci si incontrasse poco e quando succedeva erano spesso più scontri che incontri.
Però lei, nonostante tutto, è una di quelle persone che c’è sempre stata quando ho avuto bisogno di un abbraccio ,di carezze o di soldi, inutile negarlo!, lei è sempre stata lì, paladino nel tempo e custode-guardiana dei miei errori.
Mi piace pensare che non lo faccia soltanto perché è mia sorella, ma invece perché ama di me la persona, a prescindere dai vincoli familiari e di sangue.
E sono sicura che è così perché lei ha un cuore grande, come un cuscino di piume d’oca dove tutti o tanti si accucciano a dormire. Anch’io.
Di quel giorno -tornando a monte o a valle o dove sia più pratico!-, ricordo i contorni, ricordo il freddo pungente, ricordo guanti rossi di quelli con un solo dito con una stella sopra, mi pare, simile ai fiori di ghiaccio sui vetri delle finestre antiche.
Ricordo bene il cortile, grande, vuoto, pieno di neve, totalmente bianco e immacolato nel suo pallore solo verso il fondo dov’era disabitato praticamente…chi ci viveva? La Pina con la sua famiglia…no, a quei tempi, quando eravamo bambine, le case in fondo al cortile non erano abitate, o forse sì, ma non me ne ricordo…
Sta di fatto che in fondo la neve era alta, intatta, ancora compatta e quasi spumosa: un’immensa distesa di latte condensato, malleabile, come sabbia in una spiaggia smorta, vergine e pura.
Uno spazio pulito, tenero, da coccolare tra le dita e poi armonizzare figure che possono sembrare vive e fragili nella loro immobilità.
Questo era quello che volevamo fare: un pupazzo di neve, con una pancia piena e dura, una faccia divertente e occhi e bocca statici, senza movimento alcuno.
Ricordo che cominciammo a trasportare neve dal fondo verso lo spiazzo dietro casa dove gli oleandri erano carichi e già stanchi di portarsi addosso questo carico d’acqua ghiacciata e le rose, coperte di cellophane, ci guardavano trasudando nel tepore un profumo che già non si spandeva, solo un’orma fugace della stagione passata.
Trascinavamo la neve in una cassetta della frutta e pesava, pesava molto; poi la si rovesciava nel posto che si era scelto…e si tornava al fondo a caricare.
Ovviamente, quando decidemmo che la neve era sufficiente, la trovammo ghiacciata, assiderata dallo stesso freddo che, goccia a goccia, la componeva.
Probabilmente litigammo a quel punto, lanciandoci addosso, l’una all’altra, le colpe: dovevi cominciare a fare il pupazzo…perché non l’hai cominciato te? Perché io sono la maggiore…e a me che me ne frega se sei la maggiore…
Come sempre, ci si arrabbiava e poi arrivava mia madre e ci portava in casa e tutto finiva fino alla prossima volta.
Solo più tardi, più grandicelle, siamo diventate sorelle: allora eravamo due sconosciute che avevano vissuto l‘infanzia separate per questo o quel motivo, due persone che non si conoscevano e che, ripeto, erano tanto diverse tra loro da sembrare semi di diversi sacchi!
Però, quando ho avuto bisogno di lei, lei, la Katis,c’è stata sempre…ancora adesso, a volte, vorrei chiederle scusa per tutte le volte che le ho tirato le trecce, che le ho detto che era una “molliccia”, che mi faceva perdere quando si giocava a “castellone”…
Vorrei chiederle scusa per tutti gli errori che ha dovuto subire, errori miei, errori di una vita magari troppo disordinata.
Le ho chiesto scusa, ma c’è in me come un pudore: a volte nemmeno m’accorgevo di sbagliare, vivevo in fretta e senza tregua, non frenavo mai, correvo sempre verso questo o quello.
Poi tornavo a casa, a volte sì a volte no, a leccarmi le ferite come un gatto domestico e al tempo stesso selvatico e indomato e lei era sempre lì ad aspettarmi.
Quando ho saputo,giorni fa, che legge il blog, ho pianto. Di felicità perché finalmente, senza pensarci su, posso davvero regalarle il cuore, quel cuore di vetro soffiato che ho dentro il petto e che a volte faccio finta che sia più freddo e polare di quanto in realtà è.
Ma lei lo sa come sono e quel che sono, conosce le mie imperfezioni, ma anche la mia fermezza e resistenza…e mi vuole bene così.
Un’altra volta ancora chiedo scusa, a lei perché spesso le ho fatto del male, consapevolmente o no: la sua risposta è stata sempre una mano tesa e per questo, e per altro ancora, ti voglio tanto bene Katis.
Saluti e baci...
El "Cole", un sogno
Un giorno José mi raccontò un sogno o una favola che poi finisce per avere lo stesso significato.
C’eravamo conosciuti da poco, tutto stava ancora nell’aria, senza consapevolezza, come un’immagine sfumata.
Sono passati già diversi anni, ma ancora me lo ripeto a volte…
Il sogno diceva così:
“ In un luogo lontano, un paradiso forse o la terra di nessuno, là dove il vento curva veloce e senza frenare scompare, dove ci sono nuvole incandescenti e la luce è un gioiello di brillanti e opale, oltre l’universo conosciuto, un po’ più in là insomma…c’è un luogo dove vivono le essenze che ancora non sono donne e uomini, ma soltanto aria e luce che si fonde con l’immenso divenire.
Quel posto che io chiamo il “Cole”, il Collegio, è magico e sospeso nel niente perché il futuro è niente, ma lì, senza percezione, riesci a capire ogni cosa.
E proprio nel Cole vivevamo, tu ed io, senza mai toccarci, senza mai vederci, ma toccandoci e vedendoci continuamente senza separarci mai. Si viveva bene nel Cole, senza paura, senza domani perché il domani era oggi ed era ieri, in un costante stato di benessere…eravamo tanto felici…
Lì ognuno viaggiava, andava e veniva, da un angolo all’altro senza il pesante bagaglio della consistenza umana, senza corpo: soltanto spiriti che s’incontravano, si riconoscevano e si salutavano.
Senza conoscere l’amore, quello umano che a volte fa soffrire, ci si amava perché quello era il sentimento che ci toccava, ad ognuno di noi, senza differenze.
E nemmeno l’odio né la violenza conoscevamo, non ce n'era bisogno.
Niente turbava la pace del Cole perché dentro vivevano solo gli spiriti di coloro che, chissà, magari un giorno, sarebbero arrivati qui, sulla terra, per essere assassini o santi, non so…
Nel Cole, invece, la vita era un istante e un istante era la vita e nessuno pensava di poter o dover un giorno lasciare quella eterna serenità per cambiare il suo stato d’aria, inconsistente e pura, per un corpo che può soffrire, può star male e poi morire, nessuno ci pensava.
Ma un giorno, arrivò nel Cole un’essenza che già era stato uomo sulla terra, più sporca delle altre, meno luminosa perché aveva visto e conosciuto il mondo, quello stesso che noi vedevamo da lassù o da qualche angolo remoto perduto nel niente.
E tu ti allontanasti un momento e mi dicesti con quella voce che sembrava il soffio del vento :
-Vado a vedere cosa succede, poi torno”
Non so dire quanto tempo passò, nel Cole il tempo non lo batte un orologio né una campana, il tempo passa e va e poi ritorna e ricomincia a passare e correre per, poi, tornare senza che io o nessuno potesse rendersi conto di quanto di quel tempo fosse passato.
E tornasti, col fiato sospeso, agitata e felice.
-È stato sulla terra -mi dicesti-, è tornato dalla terra, ci puoi credere? Non avevo mai parlato con qualcuno che ci fosse stato davvero…e dice cose, dice cose bellissime…dice di pozze immense che gli uomini chiamano mare…dice di terre che si alzano dall’orizzonte e che chiamano montagne e poi altre,più piccole, che chiamano colline…dice che ci sono posti dove pezzi scuri di un materiale profumato che chiamano legno, formano alberi, così li chiamano, alti alti che possono quasi toccare il cielo…e poi c‘è una cosa, una persona insomma, che chiamano madre e che sa darti un amore che qui non si conosce, che ti dà la vita mille e mille volte proteggendo la tua…non è meraviglioso? E ci sono tanti uomini che corrono e parlano…persino si toccano e si vedono…”
-Anche noi ci tocchiamo e ci vediamo, non è così?” Ti dissi io,ma tu già non mi ascoltavi.
Passavi il tempo, da quel momento che mi sembrava diventato davvero e all’improvviso tangibile, come qui, niente di diverso, con quell’essere che ancora non so come chiamavo, se essenza impura o uomo o chissà che…allora solo m’importavi tu che passavi il tempo senza tempo con lui e non più con me…e poi tornavi e mi dicevi:
-Devo andare, devo andare sulla terra…non vedi quante cose ci sono lì? Le montagne e il mare, la gente…persino i fiori…sai cosa sono i fiori? -mi chiedevi
E senza aspettare che ti rispondessi cominciavi a raccontarmi cos’erano i fiori e di nuovo cos’era il mare. Cercavi di spiegarmi anche cosa fosse l’amore e io ti domandavo:
-Non ti basta quel che abbiamo qui? Non ti basto io?
E tu mi guardavi, sapevo che mi guardavi anche se non ti potevo vedere, e avevi quell’aria triste di chi deve dire ”No, non mi basta”.
Invece mi rispondevi:
-Non è che non mi basti, ma ho bisogno di vedere, di conoscere, si può viaggiare laggiù e vedere cose nuove e diverse, non come qui…"
S’interrompeva sempre il racconto del sogno quando José arrivava a questo punto, si leggeva come un dolore remoto nell’intonazione del suo parlare.
Ed io mi vedevo bambina, correre e cercare, sempre alla scoperta di qualcosa, incredibilmente curiosa.
E poi più adulta con la stessa voglia d’imparare, di viaggiare, di percorrere a piedi o come fosse il mondo.
Mi ritrovavo nell’immagine che lui dava di quell’essenza pura che, teoricamente, avrei dovuto essere io: la stessa voglia di andare, la stessa smania di conoscere il mondo e la gente e da questa imparare, lo stesso desiderio di viaggiare senza limiti o frontiere, senza nessuno a dirti dove e quando, sempre alla ricerca di un qualcosa, mai stanca di camminare…
E così poi José continuava a raccontare:
“Insomma, un bel giorno -e ti spiego così il tempo perché già neppure mi ricordo cos’era realmente lassù il tempo- arrivasti e con un’espressione seria, senza quel sorriso che da lontano, sempre, mi diceva che stavi arrivando, mi dicesti:
-Ho deciso già, me ne vado, vado sulla terra e quel che dev’essere sarà…
-Non puoi andare perché così hai deciso -ti dissi-, lo sai che devi chiedere un corpo e poi…cosa farai là sulla terra? E cosa farò io quassù?
-Non lo so -mi rispondesti triste-. So soltanto che lì devo andare…perché non vieni anche tu?
Per un momento pensai che sì, dovevo dirti che sarei andato con te, sulla terra o dove avresti voluto… ma non ne fui capace: lo sai che ancora adesso mi fa paura l’imprevisto, mi piace e mi spaventa allo stesso tempo.
E poi io non ero e non sono curioso, io m’accontento di quel che conosco e dell’amore che sentivo da te e per te.
Così, in un dato momento, senza che io sapessi cosa stessi facendo perché già tu non eri un’essenza, il solo pensare nel corpo fatto di carne ed emozioni, ti aveva trasformato in un essere che io non potevo comprendere come prima, venisti e mi dicesti:
-È tutto fatto, parto domani
-E quand’è domani? -ti chiesi angosciato
-Domani è adesso, sono pronta…mi aspettano, devo andare…
Ti vidi dissolverti ed io, impacciato, era come se non potessi far niente per fermarti. Vidi come una crepa aprirsi e una goccia di sangue cadere giù.
Poi mi spiegarono che era il sangue della tua vita, il parto e il dolore che aspettava là sulla terra.
E ti aspettava una madre, mi dissero, quell’amore che avresti tanto voluto conoscere e che adesso era lì, vicino a te.
A questo punto normalmente ero io quella che interrompeva il racconto.
-Perché non sei venuto con me? -domandavo sempre
E José sempre mi rispondeva quello che già sapevo, che siamo così diversi, così diversi…e che poi ognuno corre verso il proprio destino e non è giusto che nessuno s’intrometta.
E continuava così il sogno:
“Avevo chiesto almeno di guardarti da lassù, ma mi dissero che non era compito mio sorvegliare e guardare il tuo vivere.
Da allora il tempo diventò davvero pesante, non passava mai e quando passava tornava più carico di noia e di tristezza, molto più fastidioso e massiccio da trasportare.
Ero diventato debole e leggero, nessuno mi poteva mai incontrare: cercavo sempre il modo di raggiungerti col pensiero e non potevo e gli sforzi per riuscirci erano così immensi che mi lasciavano sfinito al bordo di quello che era il cammino per la terra.
Allora, decisi di seguirti, chiesi un corpo e me lo concessero.
Però, mi dissero, non sarei stato vicino a te, avrei dovuto cercarti: questo era il compito che m’assegnarono, cercarti e trovarti senza l’aiuto di nessun cielo, non sapendo nemmeno che ti stavo cercando perché, dalla mia caduta sulla terra, di te mi sarei completamente dimenticato.
E tu di me del resto, anche tu già te n’eri dimenticata.
Ti avrei riconosciuto, mi dissero, con la sola forza dell’amore umano, quell’amore che da lassù mi faceva tanta paura…
E anch’io provai l’amore di una madre, alla fine, chissà, è valsa la pena fare quel salto…
Ma ci sono voluti quarantaquattro per ritrovarti e tutti i se, adesso che ti ho trovato, non valgono niente.
Ti ricordi? Quando ci siamo conosciuti ti ho detto che mi sembrava di conoscerti da sempre: è per questo sai, ti conoscevo dal Cole…”
E qui finisce il sogno e comincia la vita.
È vero, José sempre mi ripete ”Nos conocemos desde el Cole” -ci conosciamo dal Collegio- e forse è vero: quell’incredibile che ci unisce e che ci rende quasi sempre uno, un circolo formato dai capi di quel filo che si sono annodati insieme, a volte penso sia frutto dell’eternità, a volte penso che sia soltanto un sogno.
Ma ci sono cose in questo sogno raccontate all’inizio della nostra storia quando lui, José, non poteva sapere che io fossi davvero così, curiosona e pettegola, “…sempre pronta a masticare il mondo…” : sono tutte sfumature che ha imparato a distinguere poi, col tempo. All‘inizio eravamo come corpi che avevano perso la loro ombra e la cercavano.
Comunque, sia verità o sia soltanto un sogno, per me è un regalo grandissimo, nessuno mi aveva mai regalato una storia così pensata per me e su di me...o soltanto mia sorella quando ascoltava le storie del gigante Gelsomino e mi seguiva il gioco…ma, dopotutto, anche quella è una storia d’amore.
Saluti e baci...
C’eravamo conosciuti da poco, tutto stava ancora nell’aria, senza consapevolezza, come un’immagine sfumata.
Sono passati già diversi anni, ma ancora me lo ripeto a volte…
Il sogno diceva così:
“ In un luogo lontano, un paradiso forse o la terra di nessuno, là dove il vento curva veloce e senza frenare scompare, dove ci sono nuvole incandescenti e la luce è un gioiello di brillanti e opale, oltre l’universo conosciuto, un po’ più in là insomma…c’è un luogo dove vivono le essenze che ancora non sono donne e uomini, ma soltanto aria e luce che si fonde con l’immenso divenire.
Quel posto che io chiamo il “Cole”, il Collegio, è magico e sospeso nel niente perché il futuro è niente, ma lì, senza percezione, riesci a capire ogni cosa.
E proprio nel Cole vivevamo, tu ed io, senza mai toccarci, senza mai vederci, ma toccandoci e vedendoci continuamente senza separarci mai. Si viveva bene nel Cole, senza paura, senza domani perché il domani era oggi ed era ieri, in un costante stato di benessere…eravamo tanto felici…
Lì ognuno viaggiava, andava e veniva, da un angolo all’altro senza il pesante bagaglio della consistenza umana, senza corpo: soltanto spiriti che s’incontravano, si riconoscevano e si salutavano.
Senza conoscere l’amore, quello umano che a volte fa soffrire, ci si amava perché quello era il sentimento che ci toccava, ad ognuno di noi, senza differenze.
E nemmeno l’odio né la violenza conoscevamo, non ce n'era bisogno.
Niente turbava la pace del Cole perché dentro vivevano solo gli spiriti di coloro che, chissà, magari un giorno, sarebbero arrivati qui, sulla terra, per essere assassini o santi, non so…
Nel Cole, invece, la vita era un istante e un istante era la vita e nessuno pensava di poter o dover un giorno lasciare quella eterna serenità per cambiare il suo stato d’aria, inconsistente e pura, per un corpo che può soffrire, può star male e poi morire, nessuno ci pensava.
Ma un giorno, arrivò nel Cole un’essenza che già era stato uomo sulla terra, più sporca delle altre, meno luminosa perché aveva visto e conosciuto il mondo, quello stesso che noi vedevamo da lassù o da qualche angolo remoto perduto nel niente.
E tu ti allontanasti un momento e mi dicesti con quella voce che sembrava il soffio del vento :
-Vado a vedere cosa succede, poi torno”
Non so dire quanto tempo passò, nel Cole il tempo non lo batte un orologio né una campana, il tempo passa e va e poi ritorna e ricomincia a passare e correre per, poi, tornare senza che io o nessuno potesse rendersi conto di quanto di quel tempo fosse passato.
E tornasti, col fiato sospeso, agitata e felice.
-È stato sulla terra -mi dicesti-, è tornato dalla terra, ci puoi credere? Non avevo mai parlato con qualcuno che ci fosse stato davvero…e dice cose, dice cose bellissime…dice di pozze immense che gli uomini chiamano mare…dice di terre che si alzano dall’orizzonte e che chiamano montagne e poi altre,più piccole, che chiamano colline…dice che ci sono posti dove pezzi scuri di un materiale profumato che chiamano legno, formano alberi, così li chiamano, alti alti che possono quasi toccare il cielo…e poi c‘è una cosa, una persona insomma, che chiamano madre e che sa darti un amore che qui non si conosce, che ti dà la vita mille e mille volte proteggendo la tua…non è meraviglioso? E ci sono tanti uomini che corrono e parlano…persino si toccano e si vedono…”
-Anche noi ci tocchiamo e ci vediamo, non è così?” Ti dissi io,ma tu già non mi ascoltavi.
Passavi il tempo, da quel momento che mi sembrava diventato davvero e all’improvviso tangibile, come qui, niente di diverso, con quell’essere che ancora non so come chiamavo, se essenza impura o uomo o chissà che…allora solo m’importavi tu che passavi il tempo senza tempo con lui e non più con me…e poi tornavi e mi dicevi:
-Devo andare, devo andare sulla terra…non vedi quante cose ci sono lì? Le montagne e il mare, la gente…persino i fiori…sai cosa sono i fiori? -mi chiedevi
E senza aspettare che ti rispondessi cominciavi a raccontarmi cos’erano i fiori e di nuovo cos’era il mare. Cercavi di spiegarmi anche cosa fosse l’amore e io ti domandavo:
-Non ti basta quel che abbiamo qui? Non ti basto io?
E tu mi guardavi, sapevo che mi guardavi anche se non ti potevo vedere, e avevi quell’aria triste di chi deve dire ”No, non mi basta”.
Invece mi rispondevi:
-Non è che non mi basti, ma ho bisogno di vedere, di conoscere, si può viaggiare laggiù e vedere cose nuove e diverse, non come qui…"
S’interrompeva sempre il racconto del sogno quando José arrivava a questo punto, si leggeva come un dolore remoto nell’intonazione del suo parlare.
Ed io mi vedevo bambina, correre e cercare, sempre alla scoperta di qualcosa, incredibilmente curiosa.
E poi più adulta con la stessa voglia d’imparare, di viaggiare, di percorrere a piedi o come fosse il mondo.
Mi ritrovavo nell’immagine che lui dava di quell’essenza pura che, teoricamente, avrei dovuto essere io: la stessa voglia di andare, la stessa smania di conoscere il mondo e la gente e da questa imparare, lo stesso desiderio di viaggiare senza limiti o frontiere, senza nessuno a dirti dove e quando, sempre alla ricerca di un qualcosa, mai stanca di camminare…
E così poi José continuava a raccontare:
“Insomma, un bel giorno -e ti spiego così il tempo perché già neppure mi ricordo cos’era realmente lassù il tempo- arrivasti e con un’espressione seria, senza quel sorriso che da lontano, sempre, mi diceva che stavi arrivando, mi dicesti:
-Ho deciso già, me ne vado, vado sulla terra e quel che dev’essere sarà…
-Non puoi andare perché così hai deciso -ti dissi-, lo sai che devi chiedere un corpo e poi…cosa farai là sulla terra? E cosa farò io quassù?
-Non lo so -mi rispondesti triste-. So soltanto che lì devo andare…perché non vieni anche tu?
Per un momento pensai che sì, dovevo dirti che sarei andato con te, sulla terra o dove avresti voluto… ma non ne fui capace: lo sai che ancora adesso mi fa paura l’imprevisto, mi piace e mi spaventa allo stesso tempo.
E poi io non ero e non sono curioso, io m’accontento di quel che conosco e dell’amore che sentivo da te e per te.
Così, in un dato momento, senza che io sapessi cosa stessi facendo perché già tu non eri un’essenza, il solo pensare nel corpo fatto di carne ed emozioni, ti aveva trasformato in un essere che io non potevo comprendere come prima, venisti e mi dicesti:
-È tutto fatto, parto domani
-E quand’è domani? -ti chiesi angosciato
-Domani è adesso, sono pronta…mi aspettano, devo andare…
Ti vidi dissolverti ed io, impacciato, era come se non potessi far niente per fermarti. Vidi come una crepa aprirsi e una goccia di sangue cadere giù.
Poi mi spiegarono che era il sangue della tua vita, il parto e il dolore che aspettava là sulla terra.
E ti aspettava una madre, mi dissero, quell’amore che avresti tanto voluto conoscere e che adesso era lì, vicino a te.
A questo punto normalmente ero io quella che interrompeva il racconto.
-Perché non sei venuto con me? -domandavo sempre
E José sempre mi rispondeva quello che già sapevo, che siamo così diversi, così diversi…e che poi ognuno corre verso il proprio destino e non è giusto che nessuno s’intrometta.
E continuava così il sogno:
“Avevo chiesto almeno di guardarti da lassù, ma mi dissero che non era compito mio sorvegliare e guardare il tuo vivere.
Da allora il tempo diventò davvero pesante, non passava mai e quando passava tornava più carico di noia e di tristezza, molto più fastidioso e massiccio da trasportare.
Ero diventato debole e leggero, nessuno mi poteva mai incontrare: cercavo sempre il modo di raggiungerti col pensiero e non potevo e gli sforzi per riuscirci erano così immensi che mi lasciavano sfinito al bordo di quello che era il cammino per la terra.
Allora, decisi di seguirti, chiesi un corpo e me lo concessero.
Però, mi dissero, non sarei stato vicino a te, avrei dovuto cercarti: questo era il compito che m’assegnarono, cercarti e trovarti senza l’aiuto di nessun cielo, non sapendo nemmeno che ti stavo cercando perché, dalla mia caduta sulla terra, di te mi sarei completamente dimenticato.
E tu di me del resto, anche tu già te n’eri dimenticata.
Ti avrei riconosciuto, mi dissero, con la sola forza dell’amore umano, quell’amore che da lassù mi faceva tanta paura…
E anch’io provai l’amore di una madre, alla fine, chissà, è valsa la pena fare quel salto…
Ma ci sono voluti quarantaquattro per ritrovarti e tutti i se, adesso che ti ho trovato, non valgono niente.
Ti ricordi? Quando ci siamo conosciuti ti ho detto che mi sembrava di conoscerti da sempre: è per questo sai, ti conoscevo dal Cole…”
E qui finisce il sogno e comincia la vita.
È vero, José sempre mi ripete ”Nos conocemos desde el Cole” -ci conosciamo dal Collegio- e forse è vero: quell’incredibile che ci unisce e che ci rende quasi sempre uno, un circolo formato dai capi di quel filo che si sono annodati insieme, a volte penso sia frutto dell’eternità, a volte penso che sia soltanto un sogno.
Ma ci sono cose in questo sogno raccontate all’inizio della nostra storia quando lui, José, non poteva sapere che io fossi davvero così, curiosona e pettegola, “…sempre pronta a masticare il mondo…” : sono tutte sfumature che ha imparato a distinguere poi, col tempo. All‘inizio eravamo come corpi che avevano perso la loro ombra e la cercavano.
Comunque, sia verità o sia soltanto un sogno, per me è un regalo grandissimo, nessuno mi aveva mai regalato una storia così pensata per me e su di me...o soltanto mia sorella quando ascoltava le storie del gigante Gelsomino e mi seguiva il gioco…ma, dopotutto, anche quella è una storia d’amore.
Saluti e baci...
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