Inciampando di nuovo nel filo che lega insieme i miei pensieri, ci riprovo a tenervi compagnia, a sollevare la stanchezza che in questi giorni mi porto addosso.
Non sempre riesco ad essere fedele all’appuntamento con le mie stesse parole, qualche volta mi perdo in altre cose e la mente divaga.
Sono giorni strani, quasi pesanti da portare in giro. Le ossa mi fanno male, il corpo non sempre risponde ai mille e mille stimoli che gli lancio.
Sarà questa nuova stagione che, ancora praticamente lontana, già comincia a marcare il passo dei miei piedi, inizia a proiettare razzi di silenzio bianco in quello che dovrebbe essere il mio spazio quotidiano di colore.
Questo blog mi sta aiutando ad acquistare certezze, non tanto per l’approvazione o disapprovazione di altri, no: è come se mi stessi convincendo di potercela fare, di essere capace, un giorno di questi, di raccogliere in una cartelletta virtuale tutti i racconti e le storie che stanno lì, docili ma intrepidi nel computer, chiedendomi continuamente ”Quando ci lascerai volare via?”.
Pensavo di aver bisogno che altri mi dicessero se valeva o no la pena che quel che scrivo vedesse la luce.
Invece, scrivendo quasi quotidianamente, mi sono resa conto che è solo questo quel che voglio, scrivere.
Non penso quasi più se le mie storie possono essere anche le storie di altri; non soffermo il pensiero sul come far sì che quel che scrivo piaccia perché sarebbe come voler sradicare una pianta dall’angolo privato dove è nata. Sarebbe come se io cercassi di sfuggire ai miei bisogni e necessità per soddisfare quelle di altri.
Quindi, da un po’ scrivo per il piacere di farlo, non misuro le parole che davvero, adesso, escono e volano via senza giustificazioni o atti che cerchino di cambiarle.
Mi è successo, a volte, prima di scrivere, di cercare con ansia le parole che potessero spiegare.
Ora no, lascio che partano da dentro, che prendano questo o quel treno senza direzione prestabilita.
È quello che a molti piacerebbe fare, me compresa: arrivare in un aeroporto, avere abbastanza soldi in tasca e scegliere se non il primo volo, almeno quello che più ispira fantasie, in questo o in quell’altro emisfero, senza nessun’altra ragione che non sia la voglia di andare.
Così succede con le mie parole: vanno e vengono senza frontiere, senza nodi che le tengano unite o costrette in una situazione.
Soltanto sensazioni, attimi che scivolano via lasciando soltanto una scia leggera.
Ogni attimo è un mondo a se stante, con i suoi dati e le sue ragioni, solitario nonostante l’unione con gli altri momenti.
Niente altro da aggiungere. Il giorno, insieme alle parole, nasce e scorre seguendo il suo cammino, l’orizzonte cambia i suoi fantasmi rosa per altri di mille differenti sfumature; la luna ancora vigila nonostante la luce, resiste al desiderio di dormire lasciando che la sua immagine effimera si sfumi nel bagliore della luminosità, naturalmente.
Sono uscita con Ghiaccio, ho percorso i cento passi dentro il bosco, ora accendo candele e incenso per augurarmi, io sola, un buongiorno.
Saluti e baci...
mercoledì 24 novembre 2010
domenica 21 novembre 2010
Sarà che l’infinito è più vicino a volte di quel che possiamo sospettare, sarà che con un dito si riesce persino a toccarlo se la serenità dell’anima coincide e si congiunge con questo cielo…ma oggi la luna è più vicina di quel che ci si potrebbe aspettare.
È una grossa faccia d’acciaio o, come scrivevo stamattina a Marta, un’ancora lucente lasciata in mezzo al mare, così piena ed estrema, gonfia di luce eterna, un faro che avvisa i naviganti.
Le nuvole sono soltanto graffiature iridescenti, bianche nel buio, soltanto lamine di stupore nella notte quasi finita.
La gioia di scrivere, a volte, inciampa nel foglio bianco.
Chi scrive sa che la pagina immacolata risulta essere come un terreno da seminare, zolle di terra che si lasciano spostare ed educare.
Ma, a volte, il campo si copre d’alabastro, irriducibile e inclemente, anche se malleabile: sarebbe bello riuscire sempre a lavorare la roccia piena di sfumature rosa e costruirne vasi destinati a contenere unguenti ed oli profumati per alleviare dolori e ferite. Non sempre si può.
A volte il campo si copre improvvisamente di neve, fiocchi che cadono lenti come molliche di pane danzanti nella furia della tempesta; piccole dita bianche che corrono sulle corde della terra e decidono per te quale musica suonare; gocce di latte che inzuppano le tue parole e le sciolgono come zucchero.
Altre volte il campo si riempie di erbe sleali che aggrediscono ogni cosa, di gramigna maliziosa che lascia dietro di sé il suo fusto strisciante e selvaggio che amalgama ogni idea.
Altre ancora la pioggia lava via le intuizioni, scende retta, lo schieramento di un esercito mascherato e beffardo che cancella i possibili pensieri.
Quando succede, si rimane vuoti in attesa, in attesa di un qualcosa, di un qualcuno che ti dia una mano e timbri i momenti.
Non è facile stare davanti al foglio bianco: in sé trascina il tutto e il niente.
Allora, la mente saggia firma un trattato e si coalizza, promette fiumi d’inchiostro e parole che incuriosiscono la vanità del bianco, lusinga il vuoto vaporizzando speranze.
Il risultato, a volte, è il componimento, più o meno letterario, ma pur sempre una composizione che, attraversando con le parole le idee, riesce a seminare il campo.
Quando invece, nonostante la certezza del volere, il cratere rimane vuoto nella totale assenza di stimoli, il terreno ti guarda provocante e ride, continua a lasciare che cada la neve, che scenda la pioggia, che la gramigna generi figlie figli e s’impossessi dell‘essenziale.
Quindi, ogni linea che avresti potuto tracciare, ogni parola che avrebbe potuto navigare bagnata di inchiostro verso pensieri potenziali, ogni schizzo di idea che avrebbe potuto creare un concetto, rimane lì, chiusa nella punta della penna o inchiodata alla plastica della tastiera non riuscendo a comporre con l’alfabeto vocaboli, frasi… insomma, una fioritura che valga il prezzo a pagare!
Quando succede, provi a discorrere e ragionare col foglio bianco su come sarebbe se stamattina non avessi idee da condividere!
Saluti e baci...
È una grossa faccia d’acciaio o, come scrivevo stamattina a Marta, un’ancora lucente lasciata in mezzo al mare, così piena ed estrema, gonfia di luce eterna, un faro che avvisa i naviganti.
Le nuvole sono soltanto graffiature iridescenti, bianche nel buio, soltanto lamine di stupore nella notte quasi finita.
La gioia di scrivere, a volte, inciampa nel foglio bianco.
Chi scrive sa che la pagina immacolata risulta essere come un terreno da seminare, zolle di terra che si lasciano spostare ed educare.
Ma, a volte, il campo si copre d’alabastro, irriducibile e inclemente, anche se malleabile: sarebbe bello riuscire sempre a lavorare la roccia piena di sfumature rosa e costruirne vasi destinati a contenere unguenti ed oli profumati per alleviare dolori e ferite. Non sempre si può.
A volte il campo si copre improvvisamente di neve, fiocchi che cadono lenti come molliche di pane danzanti nella furia della tempesta; piccole dita bianche che corrono sulle corde della terra e decidono per te quale musica suonare; gocce di latte che inzuppano le tue parole e le sciolgono come zucchero.
Altre volte il campo si riempie di erbe sleali che aggrediscono ogni cosa, di gramigna maliziosa che lascia dietro di sé il suo fusto strisciante e selvaggio che amalgama ogni idea.
Altre ancora la pioggia lava via le intuizioni, scende retta, lo schieramento di un esercito mascherato e beffardo che cancella i possibili pensieri.
Quando succede, si rimane vuoti in attesa, in attesa di un qualcosa, di un qualcuno che ti dia una mano e timbri i momenti.
Non è facile stare davanti al foglio bianco: in sé trascina il tutto e il niente.
Allora, la mente saggia firma un trattato e si coalizza, promette fiumi d’inchiostro e parole che incuriosiscono la vanità del bianco, lusinga il vuoto vaporizzando speranze.
Il risultato, a volte, è il componimento, più o meno letterario, ma pur sempre una composizione che, attraversando con le parole le idee, riesce a seminare il campo.
Quando invece, nonostante la certezza del volere, il cratere rimane vuoto nella totale assenza di stimoli, il terreno ti guarda provocante e ride, continua a lasciare che cada la neve, che scenda la pioggia, che la gramigna generi figlie figli e s’impossessi dell‘essenziale.
Quindi, ogni linea che avresti potuto tracciare, ogni parola che avrebbe potuto navigare bagnata di inchiostro verso pensieri potenziali, ogni schizzo di idea che avrebbe potuto creare un concetto, rimane lì, chiusa nella punta della penna o inchiodata alla plastica della tastiera non riuscendo a comporre con l’alfabeto vocaboli, frasi… insomma, una fioritura che valga il prezzo a pagare!
Quando succede, provi a discorrere e ragionare col foglio bianco su come sarebbe se stamattina non avessi idee da condividere!
Saluti e baci...
sabato 20 novembre 2010
Stamattina il cielo appare come un enorme ventaglio di piume di pavone che il vento leggero sembra riuscire a muovere formando onde galleggianti tra il blu della notte e l’azzurro quasi argenteo delle nuvole.
Un anfiteatro di seta fluttuante che mi ricorda la messa in scena de “ La tempesta ” shakespeariana dove le ondine si muovono e correndo spostano il drappo blu che rappresenta il mare.
Il cielo ed il mare, puntualmente, a me sembrano figli di una stessa grandezza e siccome adesso non posso soffermarmi a guardare l’acqua, mi ritrovo spesso col naso all’insù cercando nel cielo quel che normalmente sulla terra non vedo.
Quell’infinita cavità eterea alla quale noi stessi attribuiamo un colore, mi perde, mi assimila in sé quando alzo gli occhi e invento storie che sono o mai saranno.
Ieri il sospetto della nebbia è durato soltanto un soffio di vento, lo stesso che ce l’ha fatta a portarsela via con sé, non so dove, nemmeno me lo chiedo perché volgo il pensiero al cielo azzurro nel quale la nebbia si è dispersa e che ha saputo ricreare in me un’armonia interiore.
È vero che mi perdo, scrivendo, in metafore e pezzi bucolici, rivendico un passato contadino che fino a poco tempo fa soltanto conoscevo nell’incoscienza.
Ma da quando vivo qui, il contatto diretto con gli elementi mi costringe quasi a sentirmi parte di un tutto che per altri non significa niente e che per me, invece, rappresenta l’essenza dei giorni e della vita stessa.
Non riesco a staccare le mie emozioni, le sensazioni ed il vivere, dalla lentezza dei cicli naturali. Sto in perfetta simbiosi con quel che è il ritmo sacro delle stagioni, con il passare del tempo cadenzato dai colori e dagli eventi che, lungi dall’essere soltanto atmosferici, scrivono insieme a me quel che succede o succederà.
Mi sento in equilibrio, come una coralità di suoni e d’azioni che concordano totalmente con il mio esistere e anche le contraddizioni, le dissonanze o stonature, si fondono insieme e non rompono la proporzione musicale, anzi, ne rialzano il movimento.
Non pretendo che tutti lo capiscano, è normale che ognuno di noi viva la propria vita secondo certe andature e modulazioni che gli appartengono: le mie, rispettano i tempi prestabiliti, le alternanze e i cicli e si lasciano frammentare in un ordine che, spesso, si fonde e si confonde con il processo naturale.
Sarà per questo che passo i giorni interrogando cielo e terra, per questo inciampo nell’inconsistenza delle foglie cadute o riesco a sentire il tempo che cambia .Per questo o per altro ancora, non so.
Oggi, insomma, l’assenza quasi totale del dolore, mi avvicina a pensieri ed intuizioni positive.
Non chiedo niente alla vita, quel che ho è quanto mi appartiene, per un attimo o per un tempo infinito.
Anche da me stessa sto imparando a non pretendere più di quanto possa dare e darmi.
In tutti i giorni che ho vissuto, mi sono offerta sempre sforzi sgarbati per cercare nell’azione il senso alle cose: adesso presto ascolto al moto del mio corpo, alla sua intuizione e orientazione anche se, ancora a volte, il cardine prepotente e razionale torna fuori e schiaffeggia i vecchi miti.
Ma, comunque, cerco di mantenermi in equilibrio, ogni giorno è un filo sospeso in alto ed io un funambulo che prova a raggiungere l’altro capo, con le braccia aperte per raddrizzarsi quando un inaspettato soffio di vento lo spinge e può cadere. A volte ci riesco, a volte cado nel niente, ma nessuna caduta, ancora,mi ha impedito di rialzarmi e continuare il gioco.
Dalla finestra guardo la strada deserta, soltanto ombre sotto la luce dei lampioni e un venticello diafano ed elegante che può soltanto spolverare quel che resta della notte.
Oggi, questo giorno ancora infantile ed innocuo, predice un futuro prossimo intellegibile e cristallino, sole e brezza evanescente, come un quadro dipinto ingenuamente coi colori dell’imprevisto.
Ed è, senza dubbio, un giorno nuovo…
Saluti e baci...
Un anfiteatro di seta fluttuante che mi ricorda la messa in scena de “ La tempesta ” shakespeariana dove le ondine si muovono e correndo spostano il drappo blu che rappresenta il mare.
Il cielo ed il mare, puntualmente, a me sembrano figli di una stessa grandezza e siccome adesso non posso soffermarmi a guardare l’acqua, mi ritrovo spesso col naso all’insù cercando nel cielo quel che normalmente sulla terra non vedo.
Quell’infinita cavità eterea alla quale noi stessi attribuiamo un colore, mi perde, mi assimila in sé quando alzo gli occhi e invento storie che sono o mai saranno.
Ieri il sospetto della nebbia è durato soltanto un soffio di vento, lo stesso che ce l’ha fatta a portarsela via con sé, non so dove, nemmeno me lo chiedo perché volgo il pensiero al cielo azzurro nel quale la nebbia si è dispersa e che ha saputo ricreare in me un’armonia interiore.
È vero che mi perdo, scrivendo, in metafore e pezzi bucolici, rivendico un passato contadino che fino a poco tempo fa soltanto conoscevo nell’incoscienza.
Ma da quando vivo qui, il contatto diretto con gli elementi mi costringe quasi a sentirmi parte di un tutto che per altri non significa niente e che per me, invece, rappresenta l’essenza dei giorni e della vita stessa.
Non riesco a staccare le mie emozioni, le sensazioni ed il vivere, dalla lentezza dei cicli naturali. Sto in perfetta simbiosi con quel che è il ritmo sacro delle stagioni, con il passare del tempo cadenzato dai colori e dagli eventi che, lungi dall’essere soltanto atmosferici, scrivono insieme a me quel che succede o succederà.
Mi sento in equilibrio, come una coralità di suoni e d’azioni che concordano totalmente con il mio esistere e anche le contraddizioni, le dissonanze o stonature, si fondono insieme e non rompono la proporzione musicale, anzi, ne rialzano il movimento.
Non pretendo che tutti lo capiscano, è normale che ognuno di noi viva la propria vita secondo certe andature e modulazioni che gli appartengono: le mie, rispettano i tempi prestabiliti, le alternanze e i cicli e si lasciano frammentare in un ordine che, spesso, si fonde e si confonde con il processo naturale.
Sarà per questo che passo i giorni interrogando cielo e terra, per questo inciampo nell’inconsistenza delle foglie cadute o riesco a sentire il tempo che cambia .Per questo o per altro ancora, non so.
Oggi, insomma, l’assenza quasi totale del dolore, mi avvicina a pensieri ed intuizioni positive.
Non chiedo niente alla vita, quel che ho è quanto mi appartiene, per un attimo o per un tempo infinito.
Anche da me stessa sto imparando a non pretendere più di quanto possa dare e darmi.
In tutti i giorni che ho vissuto, mi sono offerta sempre sforzi sgarbati per cercare nell’azione il senso alle cose: adesso presto ascolto al moto del mio corpo, alla sua intuizione e orientazione anche se, ancora a volte, il cardine prepotente e razionale torna fuori e schiaffeggia i vecchi miti.
Ma, comunque, cerco di mantenermi in equilibrio, ogni giorno è un filo sospeso in alto ed io un funambulo che prova a raggiungere l’altro capo, con le braccia aperte per raddrizzarsi quando un inaspettato soffio di vento lo spinge e può cadere. A volte ci riesco, a volte cado nel niente, ma nessuna caduta, ancora,mi ha impedito di rialzarmi e continuare il gioco.
Dalla finestra guardo la strada deserta, soltanto ombre sotto la luce dei lampioni e un venticello diafano ed elegante che può soltanto spolverare quel che resta della notte.
Oggi, questo giorno ancora infantile ed innocuo, predice un futuro prossimo intellegibile e cristallino, sole e brezza evanescente, come un quadro dipinto ingenuamente coi colori dell’imprevisto.
Ed è, senza dubbio, un giorno nuovo…
Saluti e baci...
venerdì 19 novembre 2010
"...C'è come una ragnatela immensa che scende non si sa da dove e appanna e riempie di fili invisibili ogni cosa...di nuovo la nebbia accompagnata da una pioggia sottile, fili di niente che s'incontrano con l'asfalto umido e tessono o lavorano all'uncinetto una trama impossibile da dire...che roba...mi aspettavo per oggi la pioggia, ma non anche la nebbia...mi é venuto in mente un castello perso nella brughera di qualche luogo e la nebbia che lo nasconde all'inquietudine mia o di chissà chi..."
Ecco, questa è la sensazione che mi ha provocato oggi spostare la tenda del salone e guardare fuori, atto quotidiano che accompagna impavido i miei risvegli davanti ad una tazza di caffé che oggi sa di liquirizia..o forse è la mia bocca che ancora mastica il sapore dell'efferalgan che ho preso ieri a mani piene.
Strana convivenza la mia con l'efferalgan, una sorta di partita a carte tra me ed il paracetamolo che, unito agli altri farmaci che mi seguono da anni scandendo, all'ora prestabilita, la mia necessità, diventa un compagno fidato. Sono contenta quando bara giocando perché nel suo inganno, si perde e scivola via il mio dolore e di questo io non posso che essergliene grata.
Ieri c'è stata una specie di ricaduta che mi ha svegliato spaventata e piena di dolore. E proprio al risveglio, quasi nel sonno ancora, mi dicevo " No, di nuovo per la stessa strada no, non ci voglio più passare..."
Poi ho sceso le scale, come ho potuto, aggrappandomi alla ringhiera come ci si affida ad una speranza, e ho cercato di sedermi e di scrivere, ma invano. Appena sono stata capace di scrivere le quattro parole quotidiane a Marta, poi mi ha assalito un senso di disperazione che vive in completa armonia e concubinaggio col dolore -sono fatti l'uno per l'altra!- ed ho dovuto cedere. È rimasta in me soltanto la consapevolezza di star male, di non poter appoggiare a terra la gamba, di cercare qualche modo di star seduta senza sentire, come una fitta al cuore, quella sofferenza che avevo cercato di dimenticare.
Il dolore è quella piovra che ti aggrappa e non ti lascia libera di muoverti, di agire, ma nemmeno di pensare perchè pare che tutto di te sia costretto a dedicarsi a questa certezza fisica e mentale che non si stacca.
È come quando ti ossessiona un'idea e non puoi far altra cosa che dedicarle tempo, anima e sforzo.
Ma il dolore non è un'idea purtroppo, nemmeno con fatica ciclopica puoi scacciarlo da te: domina e ti domina, costringe e ti costringe, assorbe e ti assorbe.
La paura, ieri, era di essere caduta di nuovo e senza capirne il perchè. Di essere tornata all'improvviso indietro dentro un'angoscia che pensavo o speravo non dovessi più condividere con me stessa.
Poi è arrivato lui, il paracetamolo, e mi sono assopita in lui e con lui dentro un altro mondo fatto di dormiveglia, fatto di sbadigli, ma che, almeno per un po', si è portato via il dolore.
Ho pianto e gridato senza urlare perchè volevo che sapesse che avevo già pagato la mia cuota.
Ho pianto sulla paura di dover ricominciare a star male, a non poter di nuovo camminare, scegliere liberamente dove andare senza dover fare i conti, sempre, con quello che puoi o non puoi: il dolore è quello che sceglie per te, che detta le regole del gioco, tu sei soltanto una pedina che aspetta le sue mosse.
Per fortuna, è durato il tempo di un giorno, oggi sono di nuovo io quella che può decidere se andare o stare.
Persino la nebbia che sfiora pallida la luce dei lampioni lasciandosi dietro un mondo tetro e incenerito di fantasmi, non mi pare così brutta. Non che mi piaccia -impossibile!-, ma almeno è un'inconsistenza che si può toccare, non come il dolore che agisce nell'ombra delle sensazioni, ma che, seppur velatamente, inghiotte ogni cosa.
Cosí, ringrazio nel silenzio, imploro che non succeda di nuovo, che ieri sia ieri e oggi un altro giorno...e dicendo di nuovo grazie,vado via...
Saluti e baci...
Ecco, questa è la sensazione che mi ha provocato oggi spostare la tenda del salone e guardare fuori, atto quotidiano che accompagna impavido i miei risvegli davanti ad una tazza di caffé che oggi sa di liquirizia..o forse è la mia bocca che ancora mastica il sapore dell'efferalgan che ho preso ieri a mani piene.
Strana convivenza la mia con l'efferalgan, una sorta di partita a carte tra me ed il paracetamolo che, unito agli altri farmaci che mi seguono da anni scandendo, all'ora prestabilita, la mia necessità, diventa un compagno fidato. Sono contenta quando bara giocando perché nel suo inganno, si perde e scivola via il mio dolore e di questo io non posso che essergliene grata.
Ieri c'è stata una specie di ricaduta che mi ha svegliato spaventata e piena di dolore. E proprio al risveglio, quasi nel sonno ancora, mi dicevo " No, di nuovo per la stessa strada no, non ci voglio più passare..."
Poi ho sceso le scale, come ho potuto, aggrappandomi alla ringhiera come ci si affida ad una speranza, e ho cercato di sedermi e di scrivere, ma invano. Appena sono stata capace di scrivere le quattro parole quotidiane a Marta, poi mi ha assalito un senso di disperazione che vive in completa armonia e concubinaggio col dolore -sono fatti l'uno per l'altra!- ed ho dovuto cedere. È rimasta in me soltanto la consapevolezza di star male, di non poter appoggiare a terra la gamba, di cercare qualche modo di star seduta senza sentire, come una fitta al cuore, quella sofferenza che avevo cercato di dimenticare.
Il dolore è quella piovra che ti aggrappa e non ti lascia libera di muoverti, di agire, ma nemmeno di pensare perchè pare che tutto di te sia costretto a dedicarsi a questa certezza fisica e mentale che non si stacca.
È come quando ti ossessiona un'idea e non puoi far altra cosa che dedicarle tempo, anima e sforzo.
Ma il dolore non è un'idea purtroppo, nemmeno con fatica ciclopica puoi scacciarlo da te: domina e ti domina, costringe e ti costringe, assorbe e ti assorbe.
La paura, ieri, era di essere caduta di nuovo e senza capirne il perchè. Di essere tornata all'improvviso indietro dentro un'angoscia che pensavo o speravo non dovessi più condividere con me stessa.
Poi è arrivato lui, il paracetamolo, e mi sono assopita in lui e con lui dentro un altro mondo fatto di dormiveglia, fatto di sbadigli, ma che, almeno per un po', si è portato via il dolore.
Ho pianto e gridato senza urlare perchè volevo che sapesse che avevo già pagato la mia cuota.
Ho pianto sulla paura di dover ricominciare a star male, a non poter di nuovo camminare, scegliere liberamente dove andare senza dover fare i conti, sempre, con quello che puoi o non puoi: il dolore è quello che sceglie per te, che detta le regole del gioco, tu sei soltanto una pedina che aspetta le sue mosse.
Per fortuna, è durato il tempo di un giorno, oggi sono di nuovo io quella che può decidere se andare o stare.
Persino la nebbia che sfiora pallida la luce dei lampioni lasciandosi dietro un mondo tetro e incenerito di fantasmi, non mi pare così brutta. Non che mi piaccia -impossibile!-, ma almeno è un'inconsistenza che si può toccare, non come il dolore che agisce nell'ombra delle sensazioni, ma che, seppur velatamente, inghiotte ogni cosa.
Cosí, ringrazio nel silenzio, imploro che non succeda di nuovo, che ieri sia ieri e oggi un altro giorno...e dicendo di nuovo grazie,vado via...
Saluti e baci...
mercoledì 17 novembre 2010
Vaniglia,albicocche e altri ingredienti
Ieri ho fatto un pudding alla vaniglia con uno strato di salsa d’albicocche.
Non mi piace normalmente la vaniglia, non la uso quasi mai. Peró, questa unione di frutta e baccelli mi convince abbastanza: da una parte, la base acidula e fresca di questo frutto che ricorda prepotentemente l’estate, e dall’altra il profumo e la consistenza di latte vanigliato, mi sembra un abbinamento da valorizzare o, quantomeno, da sperimentare.
In aggiunta, con quel cielo che sembrava una grande fetta di pane bianco spalmata di burro e zucchero, quasi appiccicoso allo sguardo perché le dita, anche se avessero voluto, non avrebbero potuto toccarlo, mi era venuta voglia di un po’ di colore, di ricordare i mesi appena passati.
Avevo appena guardato dalla finestra la piscina e quel che avevo visto mi aveva ancor di più spinto il cuore in fondo ai piedi, era tornata inevitabilmente presente la stagione in cui siamo, nonostante gli sforzi per contraddire il tempo: quel che era acqua azzurra, trasparente e fredda come un ruscello di montagna, ora aveva l'aspetto di uno stagno, verde, solitario, dimenticato.
Non ci vanno più nemmeno le rane che nelle scorse sere d’estate si riunivano a gruppi, numerose, e montavano quel che per loro avrebbe potuto essere una vera e propria festa: la musica la portavano incorporata nelle loro gole che sputavano senza sosta suoni gutturali, quasi un concerto stridente di violini poco intonati.
A volte, ascoltando il rumore dei tuffi nell’acqua, mi sembrava d’essere di nuovo vicino al mare, il suono era quello delle onde e dell’eterno sciabordio…o forse ero io ad averne voglia e, spesso, quando si desidera intensamente una cosa, sembra che quella stessa diventi reale, almeno nelle intenzioni di chi spera.
Ieri, sinceramente, mi dava pena quella stessa piscina dove avevo passato ore ed ore. L' acqua ferma sembrava un acquitrino dove nemmeno gli alberi riescono più a specchiarsi. Sembrava addirittura pesante, un fardello di foglie cadute e di acqua sporca…mi sono chiesta spesso perché la lasciano così e non trovo risposta.
Allora, in questa malinconia sottile che mi stava prendendo il cuore, mi sono detta ”Facciamo qualcosa di dolce che ci riporti, almeno in bocca, l’estate…”.
E mi sono ricordata che mesi fa avevo fatto questa salsa d’albicocche per una mattonella, un semifreddo al formaggio, e siccome ne avevo fatto in abbondanza, quella rimasta l’avevo congelata…e lì era rimasta, neppure me ne ricordavo più!
Ieri l’ho tirata fuori, ho lasciato che si scongelasse…ed eccola lì, la base del mio pudding alla vaniglia, dolce ma non troppo, un miscuglio di sapori e sensazioni che spero non tradisca le mie aspettative.
Ci sono poche cose che mi rasserenano ormai, cucinare è tra queste perché mi libera dallo stato vegetativo in cui cado spesso non avendo molte cose da fare eccetto le solite faccende quotidiane.
Persino andare a far la spesa, a volte, diventa interessante, uno stimolo ad uscire fuori. Quello che mi delude è non aver la capacità di conoscere nuova gente: qui, spesso o quasi sempre, mi sento osservata. Si conoscono tutti, il paese è piccolo, e pare che non abbiano voglia di rimettersi in gioco e di cercare nuove vie che portino a nuove conoscenze. Per dirla tutta, nemmeno io, ormai, mi sforzo notevolmente.
Ci provo in piscina, per esempio, quando vado a fare la nuotatina che sostiene la mia schiena maltrattata. Ma i risultati ogni volta sono deludenti: saluti, sorridi e ti guardano tutti come se stessi cercando di rubare il loro spazio, d’intrometterti in un ambiente che non è il tuo, non perché tu non lo senta tuo, ma perché fanno in modo, senza parole, con poveri sguardi, che tu non ti senta parte di quel loro ingranaggio.
Pensavo, sinceramente, che nei piccoli paesi la gente fosse maggiormente disposta al contatto umano: niente di più falso. È una piccola comunità che per una cosa o per l’altra ha dovuto allargarsi e dar spazio ai nuovi venuti, una colonia umana di stranieri di molte lingue e colori, tradizioni e modi d’essere totalmente diversi dal loro.
Ma invece di favorire l’innesto e di permettere la crescita di nuove e variopinte specie, hanno optato per l’isolamento, tu da una parte e loro dall’altra.
Sarebbe bello poter fare della diversità la normalità, sarebbe bello e interessante dal punto di vista umano. Invece, il risultato è che ognuno si accoppia e si aggruppa con le persone della sua stessa “ normalità ”, ognuno cerca e trova la sua terra in un’altra terra e i nativi sembra che difendano il loro pezzo di mondo come se qualcuno li stesse minacciando.
E non è così. Non è così, ma troppo spesso non ti danno il tempo di spiegare.
Anche se non si dovrebbe sentirsi in dovere di spiegare niente, a volte sarebbe interessante conversare sui perché, sui motivi per i quali uno sceglie o ha scelto di vivere qui piuttosto che in un’altra fetta di universo che a tutti gli effetti ha il diritto di chiamare la sua casa.
Ma ancora siamo distanti dal considerare uguale chi è diverso per lingua, religione o semplicemente per scelta personale. Le persone non ne hanno la voglia perché il diverso continua ad essere, per la maggioranza, una minaccia e non il modo e la maniera di intercambiare relazioni e vissuti.
Io ho quest’esigenza di rapporto umano, ho bisogno di relazioni costanti con il mondo, anche se, ormai, dovrei cominciare ad usare il passato perché ci si abitua a qualsiasi cosa.
Dico sempre che l’essere umano è un pacchetto di abitudini costanti. Porta nella sua valigia l’abitudine del vivere che risulta essere una sequenza di abiti indossati quotidianamente, abiti che si ripetono nei modelli e nelle taglie, abiti dei quali si conosce il tessuto e la fattura e si sa come dove e quando vanno indossati.
Sarà che il mio viaggiare eterno mi ha portato ad accettare ogni cosa, le diversità né mi spaventano né le considero tali: sono per me soltanto aspetti delle vite di altri con i quali mi è piaciuto sempre e mi piacerebbe ancora entrare in contatto.
Scambiarsi formule e teoremi sulla vita e sull’esistere, è l’essenza stessa del conoscere e dell’imparare, è la base nella condivisione del mondo nel quale, si voglia o no, tutti abbiamo lo stesso ineluttabile diritto a stare.
Se non ci fossero frontiere, se l’essere umano fosse davvero libero di camminare a piedi e in libertà il mondo che vuole percorrere, se le barriere non fossero fatte dalle paure degli stessi uomini, se potessimo rinunciare a questa assurda prepotenza di proprietà, se sapessimo vedere nell’altra persona il riflesso di noi stessi, se la libertà non fosse una parola tra milioni nel dizionario ma una vera presa di coscienza, se le leggi non fossero un intoppo ma un mezzo per essere davvero uomini liberi, se non ci lasciassimo costringere in ruoli imposti…se…
Con i “ Se ” e con i “ Ma ” non si fa la storia, è vero, ma senza di loro non ci sarebbero desideri e genialità espresse, anche il periodo ipotetico ha un senso nella storia dell’uomo.
Saluti e baci...
Non mi piace normalmente la vaniglia, non la uso quasi mai. Peró, questa unione di frutta e baccelli mi convince abbastanza: da una parte, la base acidula e fresca di questo frutto che ricorda prepotentemente l’estate, e dall’altra il profumo e la consistenza di latte vanigliato, mi sembra un abbinamento da valorizzare o, quantomeno, da sperimentare.
In aggiunta, con quel cielo che sembrava una grande fetta di pane bianco spalmata di burro e zucchero, quasi appiccicoso allo sguardo perché le dita, anche se avessero voluto, non avrebbero potuto toccarlo, mi era venuta voglia di un po’ di colore, di ricordare i mesi appena passati.
Avevo appena guardato dalla finestra la piscina e quel che avevo visto mi aveva ancor di più spinto il cuore in fondo ai piedi, era tornata inevitabilmente presente la stagione in cui siamo, nonostante gli sforzi per contraddire il tempo: quel che era acqua azzurra, trasparente e fredda come un ruscello di montagna, ora aveva l'aspetto di uno stagno, verde, solitario, dimenticato.
Non ci vanno più nemmeno le rane che nelle scorse sere d’estate si riunivano a gruppi, numerose, e montavano quel che per loro avrebbe potuto essere una vera e propria festa: la musica la portavano incorporata nelle loro gole che sputavano senza sosta suoni gutturali, quasi un concerto stridente di violini poco intonati.
A volte, ascoltando il rumore dei tuffi nell’acqua, mi sembrava d’essere di nuovo vicino al mare, il suono era quello delle onde e dell’eterno sciabordio…o forse ero io ad averne voglia e, spesso, quando si desidera intensamente una cosa, sembra che quella stessa diventi reale, almeno nelle intenzioni di chi spera.
Ieri, sinceramente, mi dava pena quella stessa piscina dove avevo passato ore ed ore. L' acqua ferma sembrava un acquitrino dove nemmeno gli alberi riescono più a specchiarsi. Sembrava addirittura pesante, un fardello di foglie cadute e di acqua sporca…mi sono chiesta spesso perché la lasciano così e non trovo risposta.
Allora, in questa malinconia sottile che mi stava prendendo il cuore, mi sono detta ”Facciamo qualcosa di dolce che ci riporti, almeno in bocca, l’estate…”.
E mi sono ricordata che mesi fa avevo fatto questa salsa d’albicocche per una mattonella, un semifreddo al formaggio, e siccome ne avevo fatto in abbondanza, quella rimasta l’avevo congelata…e lì era rimasta, neppure me ne ricordavo più!
Ieri l’ho tirata fuori, ho lasciato che si scongelasse…ed eccola lì, la base del mio pudding alla vaniglia, dolce ma non troppo, un miscuglio di sapori e sensazioni che spero non tradisca le mie aspettative.
Ci sono poche cose che mi rasserenano ormai, cucinare è tra queste perché mi libera dallo stato vegetativo in cui cado spesso non avendo molte cose da fare eccetto le solite faccende quotidiane.
Persino andare a far la spesa, a volte, diventa interessante, uno stimolo ad uscire fuori. Quello che mi delude è non aver la capacità di conoscere nuova gente: qui, spesso o quasi sempre, mi sento osservata. Si conoscono tutti, il paese è piccolo, e pare che non abbiano voglia di rimettersi in gioco e di cercare nuove vie che portino a nuove conoscenze. Per dirla tutta, nemmeno io, ormai, mi sforzo notevolmente.
Ci provo in piscina, per esempio, quando vado a fare la nuotatina che sostiene la mia schiena maltrattata. Ma i risultati ogni volta sono deludenti: saluti, sorridi e ti guardano tutti come se stessi cercando di rubare il loro spazio, d’intrometterti in un ambiente che non è il tuo, non perché tu non lo senta tuo, ma perché fanno in modo, senza parole, con poveri sguardi, che tu non ti senta parte di quel loro ingranaggio.
Pensavo, sinceramente, che nei piccoli paesi la gente fosse maggiormente disposta al contatto umano: niente di più falso. È una piccola comunità che per una cosa o per l’altra ha dovuto allargarsi e dar spazio ai nuovi venuti, una colonia umana di stranieri di molte lingue e colori, tradizioni e modi d’essere totalmente diversi dal loro.
Ma invece di favorire l’innesto e di permettere la crescita di nuove e variopinte specie, hanno optato per l’isolamento, tu da una parte e loro dall’altra.
Sarebbe bello poter fare della diversità la normalità, sarebbe bello e interessante dal punto di vista umano. Invece, il risultato è che ognuno si accoppia e si aggruppa con le persone della sua stessa “ normalità ”, ognuno cerca e trova la sua terra in un’altra terra e i nativi sembra che difendano il loro pezzo di mondo come se qualcuno li stesse minacciando.
E non è così. Non è così, ma troppo spesso non ti danno il tempo di spiegare.
Anche se non si dovrebbe sentirsi in dovere di spiegare niente, a volte sarebbe interessante conversare sui perché, sui motivi per i quali uno sceglie o ha scelto di vivere qui piuttosto che in un’altra fetta di universo che a tutti gli effetti ha il diritto di chiamare la sua casa.
Ma ancora siamo distanti dal considerare uguale chi è diverso per lingua, religione o semplicemente per scelta personale. Le persone non ne hanno la voglia perché il diverso continua ad essere, per la maggioranza, una minaccia e non il modo e la maniera di intercambiare relazioni e vissuti.
Io ho quest’esigenza di rapporto umano, ho bisogno di relazioni costanti con il mondo, anche se, ormai, dovrei cominciare ad usare il passato perché ci si abitua a qualsiasi cosa.
Dico sempre che l’essere umano è un pacchetto di abitudini costanti. Porta nella sua valigia l’abitudine del vivere che risulta essere una sequenza di abiti indossati quotidianamente, abiti che si ripetono nei modelli e nelle taglie, abiti dei quali si conosce il tessuto e la fattura e si sa come dove e quando vanno indossati.
Sarà che il mio viaggiare eterno mi ha portato ad accettare ogni cosa, le diversità né mi spaventano né le considero tali: sono per me soltanto aspetti delle vite di altri con i quali mi è piaciuto sempre e mi piacerebbe ancora entrare in contatto.
Scambiarsi formule e teoremi sulla vita e sull’esistere, è l’essenza stessa del conoscere e dell’imparare, è la base nella condivisione del mondo nel quale, si voglia o no, tutti abbiamo lo stesso ineluttabile diritto a stare.
Se non ci fossero frontiere, se l’essere umano fosse davvero libero di camminare a piedi e in libertà il mondo che vuole percorrere, se le barriere non fossero fatte dalle paure degli stessi uomini, se potessimo rinunciare a questa assurda prepotenza di proprietà, se sapessimo vedere nell’altra persona il riflesso di noi stessi, se la libertà non fosse una parola tra milioni nel dizionario ma una vera presa di coscienza, se le leggi non fossero un intoppo ma un mezzo per essere davvero uomini liberi, se non ci lasciassimo costringere in ruoli imposti…se…
Con i “ Se ” e con i “ Ma ” non si fa la storia, è vero, ma senza di loro non ci sarebbero desideri e genialità espresse, anche il periodo ipotetico ha un senso nella storia dell’uomo.
Saluti e baci...
martedì 16 novembre 2010
Esco presto,non sono ancora le otto.
C’è un silenzio gelato intorno a me. Ghiaccio si tira letteralmente all’altro capo della strada verso gli alberi della piscina.
I muratori della casa in costruzione cominciano ad arrivare infagottati dentro giubboni e cappelli di lana grossa.
Io mi guardo intorno e poi alzo gli occhi: oggi il cielo potrebbe essere una conchiglia, bianca, rosa, un’immensa madreperla nella quale, quasi per finta, un aereo traccia senza rumore il suo cammino, il suo volo.
Una conchiglia che racchiude le venature del cielo, mare e cielo di nuovo uniti, come in un omaggio senza frontiere.
Camminiamo senza fretta Ghiaccio ed io: lui si ferma ad annusare il mondo, un secondo e una sosta, due passi e un‘altra sosta, fino alla pineta.
Fa freddo in pineta. Oltre il cancello, il sentiero comincia subito a salire, piano, quasi non te ne accorgi.
Gli aghi di pino e le foglie scricchiolano ad ogni passo, hanno addosso un vestito di brina, ghiacciato e bianco.
Camminiamo tra gli alberi, pioppi e frassini, così alti, quasi fragili, gialli come oro fuso.
In mezzo a loro, in lontananza, si fa breccia il sole. Allunga le sue mani di corallo e il pioppo si riempie di schegge d’oro. Da piccola nespola, il sole diventa un’ arancia crescendo e alzandosi: sulla parete della chiesa, isolata là in alto, custode del tempio e del bosco, i mattoncini rossi s’accendono, le ombre si scaldano e tutto, la chiesa e gli alberi e il cielo, s’illuminano e nella luce cominciano a brillare.
Arrivata in alto, quasi non ce la faccio più: troppe sigarette, il fiato se ne va in fumo,Ghiaccio tira perché vuole tornare “e invece no” -gli dico-, “oggi si arriva fino in alto…che sei un pigrone ciccio e peloso…“...e lui mi segue, sbufferebbe se potesse o mi ci manderebbe volentieri a quel paese...
La “Hermita de San Isidro” non è particolarmente bella, forse perché la storia non si è curata particolarmente di lei: incendi, spogli, l’hanno resa abbastanza spartana, ma è comunque l’occhio che domina la valle. Te la vedi arrivare davanti agli occhi, non sei tu,ma lei che si avvicina, tra campi di cereali e olivi che le fanno da collana, e, in fondo, quasi a disturbare, la larga superstrada e le macchine che da quassù solo si vedono passare, come gli aerei, lasciano soltanto scie senza rumore.
L’autunno sembra essere arrivato allo Zenit, è nel pieno del suo splendore colorato e in questi posti dimenticati dal mondo, ancora si possono vedere le sfumature, ancora le vedi passare, le stagioni, a piccoli passi.
Il paese, le case sparse sul fianco sinistro del colle, come una macchia di vernice sparsa per caso, anche loro si tingono di luce, sbadigliano nel mattino e tornano assenti nelle loro vecchie fondamenta.
Stiamo a più di 800 metri. In un punto, il paese, che segna il principio della Sierra Norte de Madrid, tocca gli 881. Il freddo, quassù, si fa sentire, soprattutto di notte e nelle prime ore del mattino. Non si vergogna della sua forza, alza le braccia forti verso gli alberi ed il cielo e lancia incantesimi di ghiaccio: quel che resta è un fumetto che esce dalla bocca respirando, le mani gelate che cercano ansiosamente il tepore delle tasche, il naso che cola gocce di gelo trasformate in umidità.
Torno a casa, Ghiaccio fa onore al suo nome oggi, saltella e nemmeno sembra accorgersi del freddo pungente.
È uno dei primi giorni di freddo intenso, mi sento intirizzita e briosa.
Sarà vero che il freddo si porta addosso briosità e voglia di fare che poi ti trasmette: almeno muovendosi uno si scalda e non rimane lì paralizzato, come incantato dall’inclemenza degli elementi atmosferici.
Nella casa in costruzione hanno già cominciato a lavorare: sul tetto gli operai sembrano muoversi in bilico come giocolieri, funamboli che vanno in equilibrio sul filo della vita.
Adesso sì c’è rumore di macchine tritasassi,di martelli e macchine cementifere…
Salgo le scale in fretta, Ghiaccio ha voglia di giocare. Una mandata e la porta si apre: dentro è caldo, c’è il tepore di un’umanità che non si è persa ancora, per fortuna.
José sta facendo colazione, mezzo addormentato, con gli occhi dentro il latte e la mano girando e rigirando lo zucchero che già si sarà largamente sciolto.
” Ciao cariño ” -dice
" Ciao Joselin ” -rispondo
E un altro giorno è cominciato.
Saluti e baci
C’è un silenzio gelato intorno a me. Ghiaccio si tira letteralmente all’altro capo della strada verso gli alberi della piscina.
I muratori della casa in costruzione cominciano ad arrivare infagottati dentro giubboni e cappelli di lana grossa.
Io mi guardo intorno e poi alzo gli occhi: oggi il cielo potrebbe essere una conchiglia, bianca, rosa, un’immensa madreperla nella quale, quasi per finta, un aereo traccia senza rumore il suo cammino, il suo volo.
Una conchiglia che racchiude le venature del cielo, mare e cielo di nuovo uniti, come in un omaggio senza frontiere.
Camminiamo senza fretta Ghiaccio ed io: lui si ferma ad annusare il mondo, un secondo e una sosta, due passi e un‘altra sosta, fino alla pineta.
Fa freddo in pineta. Oltre il cancello, il sentiero comincia subito a salire, piano, quasi non te ne accorgi.
Gli aghi di pino e le foglie scricchiolano ad ogni passo, hanno addosso un vestito di brina, ghiacciato e bianco.
Camminiamo tra gli alberi, pioppi e frassini, così alti, quasi fragili, gialli come oro fuso.
In mezzo a loro, in lontananza, si fa breccia il sole. Allunga le sue mani di corallo e il pioppo si riempie di schegge d’oro. Da piccola nespola, il sole diventa un’ arancia crescendo e alzandosi: sulla parete della chiesa, isolata là in alto, custode del tempio e del bosco, i mattoncini rossi s’accendono, le ombre si scaldano e tutto, la chiesa e gli alberi e il cielo, s’illuminano e nella luce cominciano a brillare.
Arrivata in alto, quasi non ce la faccio più: troppe sigarette, il fiato se ne va in fumo,Ghiaccio tira perché vuole tornare “e invece no” -gli dico-, “oggi si arriva fino in alto…che sei un pigrone ciccio e peloso…“...e lui mi segue, sbufferebbe se potesse o mi ci manderebbe volentieri a quel paese...
La “Hermita de San Isidro” non è particolarmente bella, forse perché la storia non si è curata particolarmente di lei: incendi, spogli, l’hanno resa abbastanza spartana, ma è comunque l’occhio che domina la valle. Te la vedi arrivare davanti agli occhi, non sei tu,ma lei che si avvicina, tra campi di cereali e olivi che le fanno da collana, e, in fondo, quasi a disturbare, la larga superstrada e le macchine che da quassù solo si vedono passare, come gli aerei, lasciano soltanto scie senza rumore.
L’autunno sembra essere arrivato allo Zenit, è nel pieno del suo splendore colorato e in questi posti dimenticati dal mondo, ancora si possono vedere le sfumature, ancora le vedi passare, le stagioni, a piccoli passi.
Il paese, le case sparse sul fianco sinistro del colle, come una macchia di vernice sparsa per caso, anche loro si tingono di luce, sbadigliano nel mattino e tornano assenti nelle loro vecchie fondamenta.
Stiamo a più di 800 metri. In un punto, il paese, che segna il principio della Sierra Norte de Madrid, tocca gli 881. Il freddo, quassù, si fa sentire, soprattutto di notte e nelle prime ore del mattino. Non si vergogna della sua forza, alza le braccia forti verso gli alberi ed il cielo e lancia incantesimi di ghiaccio: quel che resta è un fumetto che esce dalla bocca respirando, le mani gelate che cercano ansiosamente il tepore delle tasche, il naso che cola gocce di gelo trasformate in umidità.
Torno a casa, Ghiaccio fa onore al suo nome oggi, saltella e nemmeno sembra accorgersi del freddo pungente.
È uno dei primi giorni di freddo intenso, mi sento intirizzita e briosa.
Sarà vero che il freddo si porta addosso briosità e voglia di fare che poi ti trasmette: almeno muovendosi uno si scalda e non rimane lì paralizzato, come incantato dall’inclemenza degli elementi atmosferici.
Nella casa in costruzione hanno già cominciato a lavorare: sul tetto gli operai sembrano muoversi in bilico come giocolieri, funamboli che vanno in equilibrio sul filo della vita.
Adesso sì c’è rumore di macchine tritasassi,di martelli e macchine cementifere…
Salgo le scale in fretta, Ghiaccio ha voglia di giocare. Una mandata e la porta si apre: dentro è caldo, c’è il tepore di un’umanità che non si è persa ancora, per fortuna.
José sta facendo colazione, mezzo addormentato, con gli occhi dentro il latte e la mano girando e rigirando lo zucchero che già si sarà largamente sciolto.
” Ciao cariño ” -dice
" Ciao Joselin ” -rispondo
E un altro giorno è cominciato.
Saluti e baci
domenica 14 novembre 2010
Lettere dal fronte occidentale
La luce dei lampioni, come fosse un’albicocca di metallo, si riflette nelle poche pozzanghere rimaste, la strada sembra muoversi dovuto ad uno strano fenomeno ottico e l’asfalto mi ricorda quelle scarpe di vernice nera, lucida, di quando ero bambina e con le quali scivolavo spesso.
Guardando dalla finestra, l’idea è la stessa: scivolare sulle ultime gocce d’acqua di un giorno bagnato da un piovigginare lento e quasi incorporeo, ma costante e determinato a non lasciare asciutto nessun angolo tra cielo e terra.
Il cielo si è messo il sole in tasca e lì l’ha dimenticato, come spiccioli che valgono poco o niente. Ogni tanto,s’impiglia, il sole, nei centesimi reali che dormicchiano nel fondo e tintinna e vibra, ma non c’è nessuno che l’ascolti. Quindi, ritorna al suo posto e lascia fare.
Ieri è stato un giorno così, pigro e senza promesse, scivolato via quasi anonimo, uno dei tanti nel calendario che mostra il Partenone, l’Acropoli in una strana luce notturna, affacciata sul mese di novembre, ma ricordando un calore estivo, quello di una città che dorme assorta nella sua antichità.
Un mese sì e uno no, appare nel calendario, come magicamente, la foto di Don Valerio, tra le buganvillee o tra sassi bianchi, tra monumenti o case di pietra, appoggiato a un olivo che cresce nel sole, vestito di bianco.
E nelle altre pagine, sei per l’esattezza, c’è Atene nel suo splendore storico ed antico, classicità che si fonde col moderno, monumenti millenari nello sfondo notturno di questa città afosa e maltrattata.
Don Valerio è sempre stato per me un rifugio dove poter appisolare la mia ansia di sapere o soltanto la calma dopo la tempesta perfetta.
Ricordo che mia madre, quando mi vedeva confusa o preoccupata, mi diceva sempre:” Vai dal tuo Don Valerio ”, perché sapeva bene che poi sarei tornata come in pace con me stessa ed i miei dubbi.
È sempre stato quel padre dal quale avrei voluto carezze e che, invece, non sapeva allungare la sua mano sui miei capelli per addolcire o soltanto rinfrescare i miei timori, le incertezze d’adolescente. Allora c’era lui, il Don, che ci sapeva fare, sapeva trovare le parole o, molto spesso, soltanto ascoltare in silenzio, senza disturbare la mia inquietudine che a volte diventava barriera e non lasciava spazio allo scorrere naturale della vita. Ma proprio nel silenzio parlava, non soltanto al cuore, anche i pensieri diventavano fiumiciattoli sottili che d'improvviso ritrovavano la loro strada verso il mare.
Ricordo perfettamente il chiostro del convento, le colonne di pietra intorno alle quali si allargava il prato, i portici e le lunghe passeggiate contando i passi e girando in tondo;o le api che ronzavano tranquille, sicure di non essere molestate, alla ricerca di fiori e piante nel loro frenetico lavoro quotidiano;o la biblioteca che mi lasciava ogni volta senza parole, il respiro si fermava e la mente stava attenta a quello che dagli antichi manoscritti poteva scaturire.
Mi sono sempre aspettata, lì dentro, che d’improvviso le parole saltassero fuori da quei libri bellissimi e che i pizzi con i quali erano state tracciate, tornassero a ballare intorno a me come quando erano state scritte, da un calamaio e da una piuma vecchi di secoli, e ricominciassero le danze del sapere preciso uscendo, di nuovo, per me, da quelle dita esperte.
Era come volare in mezzo al tempo che lì si era fermato, scoprire segreti e concetti forse già scomparsi nel caos di un passato che non torna, ma che però si faceva spiare, occhieggiare e in un certo senso conoscere.
Poi un bel giorno,sono io che sono partita verso altri tempi, più moderni e dolorosi, e il rapporto si è spezzato inesorabilmente.
Ci siamo ritrovati da poco quando ho ripreso in mano la mia vita che sembrava ormai un libro senza prologo né indice, con una trama ad episodi slacciati, senza quasi legami tra di loro.
Anche nel ritrovarsi non ci sono state parole, soltanto un abbraccio che raccontava gli anni vissuti, silenziosamente. Soltanto lacrime a marcare un tempo che tornava nelle parole non dette, ma che lavavano via anni di solitudini e malumore, anche giorni di allegria e soddisfazione, ma sempre segnati inesorabilmente dal bisogno di una carezza che troppo spesso non veniva.
Don Valerio è, come nelle foto del calendario, un punto fermo, la realtà che va e viene ed anche il bisogno di tornare alla foce dalla quale si è partiti: tornare per ritrovarsi, per non dimenticare, per rinnovare il proprio esistere ed accorgersi, almeno per un attimo che, se si anela al futuro, non si può lasciarsi alla spalle i desideri e le speranze di ieri.
Invece, troppo spesso, pedalo veloce e non vedo passare accanto a me le foto e quel che distingue e sottolinea quel che sono: nella fretta, mi sento come un coriandolo già volato via, invece di pensare che sono un aquilone spinto contro il vento, ma con un filo sottile che mi tiene stretta e mi congiunge a fatti e persone così importanti in quel che è stata la mia vita fino ad oggi.
Ci scriviamo Don Valerio ed io e la cosa strana adesso è che a volte sento che ci siamo scambiati i ruoli: lui è diventato più debole, a volte addirittura penso che ci sia come una piccola crepa nella solidità della sua fede.
Leggo malinconia tra le righe, leggo rimpianti e disillusioni, mentre io, al contrario, sono diventata come una pietra sulla quale sedersi e riprendere fiato, un ciclope che “ guarda il mondo da un oblò ” e non ha più paura di dichiarare le sue debolezze, di firmare trattati di pace con se stessa.
Ma, nonostante, le sue lettere sono sempre una gioia per me perché sono ancora le stesse che ci si scriveva trent’anni fa, anche se il contenuto è per ovvie ragioni differente: però sono scritte a mano, imbustate, con francobollo e destinatario e poi spedite…e tutto suona anacronistico in questo mondo computerizzato, ma così lieve e lento, pausato, nell’indecenza del correre quotidiano.
Il cielo si diverte nella brezza leggera del mattino, si muove aggraziato e evanescente nell’aria, da giravolte passeggere e poi torna sui suoi passi.
Mentre in fondo alla strada, tra il buio e la luce arancio dei lampioni, tra poco, nuvole chiare porteranno a passeggiare la notte nell’altro emisfero che resta il mondo sconosciuto.
Saluti e baci…
Guardando dalla finestra, l’idea è la stessa: scivolare sulle ultime gocce d’acqua di un giorno bagnato da un piovigginare lento e quasi incorporeo, ma costante e determinato a non lasciare asciutto nessun angolo tra cielo e terra.
Il cielo si è messo il sole in tasca e lì l’ha dimenticato, come spiccioli che valgono poco o niente. Ogni tanto,s’impiglia, il sole, nei centesimi reali che dormicchiano nel fondo e tintinna e vibra, ma non c’è nessuno che l’ascolti. Quindi, ritorna al suo posto e lascia fare.
Ieri è stato un giorno così, pigro e senza promesse, scivolato via quasi anonimo, uno dei tanti nel calendario che mostra il Partenone, l’Acropoli in una strana luce notturna, affacciata sul mese di novembre, ma ricordando un calore estivo, quello di una città che dorme assorta nella sua antichità.
Un mese sì e uno no, appare nel calendario, come magicamente, la foto di Don Valerio, tra le buganvillee o tra sassi bianchi, tra monumenti o case di pietra, appoggiato a un olivo che cresce nel sole, vestito di bianco.
E nelle altre pagine, sei per l’esattezza, c’è Atene nel suo splendore storico ed antico, classicità che si fonde col moderno, monumenti millenari nello sfondo notturno di questa città afosa e maltrattata.
Don Valerio è sempre stato per me un rifugio dove poter appisolare la mia ansia di sapere o soltanto la calma dopo la tempesta perfetta.
Ricordo che mia madre, quando mi vedeva confusa o preoccupata, mi diceva sempre:” Vai dal tuo Don Valerio ”, perché sapeva bene che poi sarei tornata come in pace con me stessa ed i miei dubbi.
È sempre stato quel padre dal quale avrei voluto carezze e che, invece, non sapeva allungare la sua mano sui miei capelli per addolcire o soltanto rinfrescare i miei timori, le incertezze d’adolescente. Allora c’era lui, il Don, che ci sapeva fare, sapeva trovare le parole o, molto spesso, soltanto ascoltare in silenzio, senza disturbare la mia inquietudine che a volte diventava barriera e non lasciava spazio allo scorrere naturale della vita. Ma proprio nel silenzio parlava, non soltanto al cuore, anche i pensieri diventavano fiumiciattoli sottili che d'improvviso ritrovavano la loro strada verso il mare.
Ricordo perfettamente il chiostro del convento, le colonne di pietra intorno alle quali si allargava il prato, i portici e le lunghe passeggiate contando i passi e girando in tondo;o le api che ronzavano tranquille, sicure di non essere molestate, alla ricerca di fiori e piante nel loro frenetico lavoro quotidiano;o la biblioteca che mi lasciava ogni volta senza parole, il respiro si fermava e la mente stava attenta a quello che dagli antichi manoscritti poteva scaturire.
Mi sono sempre aspettata, lì dentro, che d’improvviso le parole saltassero fuori da quei libri bellissimi e che i pizzi con i quali erano state tracciate, tornassero a ballare intorno a me come quando erano state scritte, da un calamaio e da una piuma vecchi di secoli, e ricominciassero le danze del sapere preciso uscendo, di nuovo, per me, da quelle dita esperte.
Era come volare in mezzo al tempo che lì si era fermato, scoprire segreti e concetti forse già scomparsi nel caos di un passato che non torna, ma che però si faceva spiare, occhieggiare e in un certo senso conoscere.
Poi un bel giorno,sono io che sono partita verso altri tempi, più moderni e dolorosi, e il rapporto si è spezzato inesorabilmente.
Ci siamo ritrovati da poco quando ho ripreso in mano la mia vita che sembrava ormai un libro senza prologo né indice, con una trama ad episodi slacciati, senza quasi legami tra di loro.
Anche nel ritrovarsi non ci sono state parole, soltanto un abbraccio che raccontava gli anni vissuti, silenziosamente. Soltanto lacrime a marcare un tempo che tornava nelle parole non dette, ma che lavavano via anni di solitudini e malumore, anche giorni di allegria e soddisfazione, ma sempre segnati inesorabilmente dal bisogno di una carezza che troppo spesso non veniva.
Don Valerio è, come nelle foto del calendario, un punto fermo, la realtà che va e viene ed anche il bisogno di tornare alla foce dalla quale si è partiti: tornare per ritrovarsi, per non dimenticare, per rinnovare il proprio esistere ed accorgersi, almeno per un attimo che, se si anela al futuro, non si può lasciarsi alla spalle i desideri e le speranze di ieri.
Invece, troppo spesso, pedalo veloce e non vedo passare accanto a me le foto e quel che distingue e sottolinea quel che sono: nella fretta, mi sento come un coriandolo già volato via, invece di pensare che sono un aquilone spinto contro il vento, ma con un filo sottile che mi tiene stretta e mi congiunge a fatti e persone così importanti in quel che è stata la mia vita fino ad oggi.
Ci scriviamo Don Valerio ed io e la cosa strana adesso è che a volte sento che ci siamo scambiati i ruoli: lui è diventato più debole, a volte addirittura penso che ci sia come una piccola crepa nella solidità della sua fede.
Leggo malinconia tra le righe, leggo rimpianti e disillusioni, mentre io, al contrario, sono diventata come una pietra sulla quale sedersi e riprendere fiato, un ciclope che “ guarda il mondo da un oblò ” e non ha più paura di dichiarare le sue debolezze, di firmare trattati di pace con se stessa.
Ma, nonostante, le sue lettere sono sempre una gioia per me perché sono ancora le stesse che ci si scriveva trent’anni fa, anche se il contenuto è per ovvie ragioni differente: però sono scritte a mano, imbustate, con francobollo e destinatario e poi spedite…e tutto suona anacronistico in questo mondo computerizzato, ma così lieve e lento, pausato, nell’indecenza del correre quotidiano.
Il cielo si diverte nella brezza leggera del mattino, si muove aggraziato e evanescente nell’aria, da giravolte passeggere e poi torna sui suoi passi.
Mentre in fondo alla strada, tra il buio e la luce arancio dei lampioni, tra poco, nuvole chiare porteranno a passeggiare la notte nell’altro emisfero che resta il mondo sconosciuto.
Saluti e baci…
sabato 13 novembre 2010
" La nebbia agli irti colli... "
Oggi sento piovermi addosso strane idee.
Il tempo è sornione e malinconico quassù tra le montagne,la nebbia si posa come un gatto grigio,si sdraia sulle case, ronfa in perfetta armonia con se stessa,batte ritmicamente, con le fusa, i minuti che passano,lenti,sfuocati,ma senza disturbare quasi volesse rispettare l’armonia del silenzio.
Dorme ancora il mondo in questo sabato umido.Nostalgia e desideri vagano solitari,s’inzuppano di nebbia e,nella confusione dei pensieri,si mettono anche loro sul divano,aspettando.
Non mi piace questa sensazione di sconforto che mi prende guardando fuori:tutto si vede grigio,senza profili delineati,quasi riflesso nelle gocce che cadono addosso ad ogni cosa.
Sará che non mi piace la nebbia,mi sento addosso un sapore ferroso d’acqua quasi metallica, particelle d’acciaio argentato che non mi fanno respirare.
Eppure,ci sono abituata alla nebbia. Milano,la Pianura Padana dove sono nata,conoscono il suo incedere elegante e misterioso tra le vie di paesi e città,coprendo,quasi annullando i contorni,fondendo terra e cielo,scomponendo i colori e trasformandoli tutti in uno solo.
Cosí,la vivacità delle sfumature diventa monotonia tinta di piombo,imperturbabile e livida.
Sembra quasi che ti cada sulle spalle la pesantezza dell’umidità e quando già sei stanco di trasportarla,te la senti entrare dentro,nelle ossa,che scricchiolano sudando caligine.
Lo so che ti piace la nebbia,Marta,che ti senti bene passeggiando nel vapore acqueo che sembra farti scivolare,che ti nasconde al presente e al futuro,che ti accoglie come braccia morbide di una donna che non ha più età.
Invece,e lo sai,a me dà esattamente la certezza d’essere abbandonata a me stessa,straccia la mia razionalità e la lascia volare a mezz’aria,in un’aria che sa di fumo.
Il cielo sembra fatto di neve liquefatta,sporca,fusa e vischiosa, condensata in una pozzanghera grande quanto dio e,come lui,piena di fatalità.
No,non mi piace proprio la nebbia anche se la conosco e in lei chiamo i vecchi amici per nome; non mi piace proprio ricordare con malinconia,come se stessi pattinando sulle sponde di un lago di cristallo e si specchiasse in lui tutta quanta la mia vita; non mi piace quel suo sapore amaro di latte scaduto,quell’acidità soffusa che ti prende come in una ragnatela. Non mi piace.
Oggi,tra l’altro,non sembra proprio aver voglia di alzarsi:sta lì,sdraiata e pigra,accartocciata su se stessa,impalpabile come un sospiro,ermetica come una conchiglia chiusa,arcana e inutile come un gioco di Tarocchi che svela un passato che già conosci.
Da ore si sono spenti i lampioni che nella nebbia tracciavano ombre spaventate di giganti di fiato,ma la luce rimane fioca,una lampadina da 20 watt accesa su un mondo troppo grande.Un mondo che sembra continui a sognare in questo giorno particolare,giorno che temporeggia,sbadiglia e torna a letto,che non chiede passo alla notte.
Sembra di stare tra i cuscini,a me che non piace sonnecchiare,e di vedere tutto da un angolo di dormiveglia,come in uno stato vegetativo.Come se d’improvviso si fossero spalancate le grotte del letargo,da un momento all’altro,senza avvisare.E tutto sta assopito,con le mani in mano,stagnante nel silenzio.
Anche gli alberi tacciono,non si muove una foglia,…”Si sta come d‘autunno sugli alberi le foglie“…,Ungaretti e la sua poesia che sfiora l’infinito con così poche parole.
La foglia-soldato o il soldato-foglia,oggi non dovrebbe temere la caduta,la morte:la staticità dell’aria mi fa quasi paura,niente si muove,soltanto la nebbia spasima su di loro e le ammalia,mentre il giallo dell’autunno sembra,oggi,una mela che si consuma e si aggrinzisce nella fruttiera.
Mi sto regalando rumore con il girotondo d’acqua della lavatrice,intanto l’impasto delle crocchette si raffredda nel frigo.
Domani è un altro giorno.
Saluti e baci…
Il tempo è sornione e malinconico quassù tra le montagne,la nebbia si posa come un gatto grigio,si sdraia sulle case, ronfa in perfetta armonia con se stessa,batte ritmicamente, con le fusa, i minuti che passano,lenti,sfuocati,ma senza disturbare quasi volesse rispettare l’armonia del silenzio.
Dorme ancora il mondo in questo sabato umido.Nostalgia e desideri vagano solitari,s’inzuppano di nebbia e,nella confusione dei pensieri,si mettono anche loro sul divano,aspettando.
Non mi piace questa sensazione di sconforto che mi prende guardando fuori:tutto si vede grigio,senza profili delineati,quasi riflesso nelle gocce che cadono addosso ad ogni cosa.
Sará che non mi piace la nebbia,mi sento addosso un sapore ferroso d’acqua quasi metallica, particelle d’acciaio argentato che non mi fanno respirare.
Eppure,ci sono abituata alla nebbia. Milano,la Pianura Padana dove sono nata,conoscono il suo incedere elegante e misterioso tra le vie di paesi e città,coprendo,quasi annullando i contorni,fondendo terra e cielo,scomponendo i colori e trasformandoli tutti in uno solo.
Cosí,la vivacità delle sfumature diventa monotonia tinta di piombo,imperturbabile e livida.
Sembra quasi che ti cada sulle spalle la pesantezza dell’umidità e quando già sei stanco di trasportarla,te la senti entrare dentro,nelle ossa,che scricchiolano sudando caligine.
Lo so che ti piace la nebbia,Marta,che ti senti bene passeggiando nel vapore acqueo che sembra farti scivolare,che ti nasconde al presente e al futuro,che ti accoglie come braccia morbide di una donna che non ha più età.
Invece,e lo sai,a me dà esattamente la certezza d’essere abbandonata a me stessa,straccia la mia razionalità e la lascia volare a mezz’aria,in un’aria che sa di fumo.
Il cielo sembra fatto di neve liquefatta,sporca,fusa e vischiosa, condensata in una pozzanghera grande quanto dio e,come lui,piena di fatalità.
No,non mi piace proprio la nebbia anche se la conosco e in lei chiamo i vecchi amici per nome; non mi piace proprio ricordare con malinconia,come se stessi pattinando sulle sponde di un lago di cristallo e si specchiasse in lui tutta quanta la mia vita; non mi piace quel suo sapore amaro di latte scaduto,quell’acidità soffusa che ti prende come in una ragnatela. Non mi piace.
Oggi,tra l’altro,non sembra proprio aver voglia di alzarsi:sta lì,sdraiata e pigra,accartocciata su se stessa,impalpabile come un sospiro,ermetica come una conchiglia chiusa,arcana e inutile come un gioco di Tarocchi che svela un passato che già conosci.
Da ore si sono spenti i lampioni che nella nebbia tracciavano ombre spaventate di giganti di fiato,ma la luce rimane fioca,una lampadina da 20 watt accesa su un mondo troppo grande.Un mondo che sembra continui a sognare in questo giorno particolare,giorno che temporeggia,sbadiglia e torna a letto,che non chiede passo alla notte.
Sembra di stare tra i cuscini,a me che non piace sonnecchiare,e di vedere tutto da un angolo di dormiveglia,come in uno stato vegetativo.Come se d’improvviso si fossero spalancate le grotte del letargo,da un momento all’altro,senza avvisare.E tutto sta assopito,con le mani in mano,stagnante nel silenzio.
Anche gli alberi tacciono,non si muove una foglia,…”Si sta come d‘autunno sugli alberi le foglie“…,Ungaretti e la sua poesia che sfiora l’infinito con così poche parole.
La foglia-soldato o il soldato-foglia,oggi non dovrebbe temere la caduta,la morte:la staticità dell’aria mi fa quasi paura,niente si muove,soltanto la nebbia spasima su di loro e le ammalia,mentre il giallo dell’autunno sembra,oggi,una mela che si consuma e si aggrinzisce nella fruttiera.
Mi sto regalando rumore con il girotondo d’acqua della lavatrice,intanto l’impasto delle crocchette si raffredda nel frigo.
Domani è un altro giorno.
Saluti e baci…
venerdì 12 novembre 2010
"Le stagioni ed i sorrisi..."
C’È una nebbiolina sottile che accarezza spontaneamente i fianchi delle case delineandone quasi un profilo fumoso come in un’osteria di quelle vecchie,piene di fumo e odori.
La nebbia sa di pioggia,di umidità e terra bagnata e come tutti gli odori,ha un suo proprio nucleo,come un cuore che batte nel niente e che la divora. “Gli odori si tengono a memoria,” -dice Mauro Corona in quel libro meraviglioso che è “Fantasmi di pietra”- “basta nominarli e ti vengono sotto il naso,li senti come se fossero lí…”.
Ed è una verità grande e antica come le sue montagne:anch’io penso agli odori che nel tempo mi hanno accompagnato e,adesso che sono lontana,mi basta un cenno di memoria e loro arrivano e ti servono da nostalgia.
Forse anche l’odore della nebbia non è altro che un ricordo,dell’infanzia,di un tempo che si è sciolto nel tempo,chissà.
Oggi l’erba della pineta era bianca,più di ieri,già quasi totalmente brinata.
Gli aghi dei pini si spezzavano sotto le scarpe facendo un rumore come di chiacchiere sommesse e sommerse,un discorso consunto tra foglie ed aghi,come ai vecchi tempi quando il silenzio regnava sul mondo e nessun rumore disturbava il chiacchierio fitto del bosco.
Qui,spesso,mi sento come in un altro mondo,la natura ancora sa parlare se hai voglia di fermarti,ascoltare senza rispondere.
Impari il gioco fitto dell’ascolto,apri le orecchie ad ogni cosa:un sibilo leggero del vento tra gli alberi che narra le sue storie e,quando si fa più forte,sembra ridere di tutto o di qualcosa che a te sfugge.
All’inizio ti senti come persa,un’intrusa dentro un’esistere che ti sta stretto,hai paura di non essere nel posto giusto perché la testa è piena di parole. Poi,mano a mano che va passando il tempo,quel sentirsi stretto si fa grande e galleggi nello spazio solitario,ti senti parte di quel tutto che è la natura,la terra madre.
Il bosco,allora,non ti fa più paura,ascolti per il gusto d’imparare e non invece per sentire rumori che spaventano,come sempre spaventa quel che non si conosce.E in quel momento,stormi di uccelli che si alzano in volo producendo quel suono fitto di ali che sbattono,comincia a sembrarti un’orchestra e non ti spaventa più.Come i mille differenti canti dei passeri,diversi,di mille colori,che ti accompagnano nel tuo passeggiare leggero,che tutto vuol essere meno un’intrusione:anche quelli ti sembrano canzoni e melodie,con o senza parole,musica che ascende al cielo e nel cielo scrive il suo spartito musicale.
E gli alberi secolari che stanno lì abbracciati con le radici fortemente alla terra,signori e mai padroni,sono la compagnia del tuo silenzio:quando ti siedi su di un tronco o su un sasso che sembra scolpito e dipinto nello sfondo immutato,sembra che quasi ti aiutino nel cammino verso e dentro te stessa.
Loro che di storia ne hanno tanta da raccontare,da insegnare,soltanto seguono quel che fai o non fai,quel che dici o taci,gli alberi che sì sanno ascoltare.
Qui,persa e ritrovata,vedo l’autunno arrivare e sedersi tra le foglie che lui stesso ha dipinto con la ruggine delle sue dita stanche,che ha strappato dai rami perché ora servono da coperta alla terra,perché il ciclo eterno si riproduca e si rinnovi.
Vedo le stagioni arrivare e rimanere,spazio e tempo che si tengono per mano.
La primavera come una vestale,non più vergine sacrificale ma piuttosto signorina per bene,vestita di verde e di fiori,d’erba giovane,ancora profumata di muschio nei capelli sciolti sulle sue spalle,lascia cadere qua e là semi di vita che verrà;la vedi entrare ed uscire tra le foglie dei meli o dei mandorli,dei ciliegi o dei peschi ed ogni volta dare pennellate di colore,rosa,bianco,il giallo delle ginestre che scalano i fianchi delle colline e non scivolano mai.
E poi l’estate,un adolescente che corre dentro campi maturi ,i riccioli intrecciati con i raggi dell’astro signore,goccioline di sudore che gli fanno corona e gli occhi allegri di chi ha compiuto una promessa,di chi ha soddisfatto la fame regalando chicchi di grano che saranno farina e poi pane.
Poi segue l’autunno che proprio adesso è qui:lui sì davvero si fa notare o sono io che lo vedo nelle sfumature incredibili dei prati,delle foglie che diventano come gioielli d’ambra, collegano la loro anima all’energia preziosa dell’universo.E si fanno poi marroni e rosse e gialle,come un pot-pourri di colori che sono come pietre preziose,collane che cingono come doni divini la terra.L’autunno è un signore di mezza età,già un po’ stanco di correre e dar giri di qua e di là.
Sará per questo che ogni cosa sembra rallentare la corsa e il ritmo della vita diventa come una musica addolcita dalla stanchezza;il mondo si ferma,seduto intorno al fuoco,a spettegolare,i rumori sono il vocio del vento che canta tra le foglie,sono gli uccelli che tornano presto al nido quando si fa sera,velocemente,come avessero paura di sbagliarsi nel buio e di non trovare la loro casa.Anche le case,anche quelle,diventano pigre ombre nella sera,le finestre sono occhi illuminati da luci fioche,tutto è riposo,il lento letargo dei secoli.
E poi arriva l’inverno,ormai rotto dall’attesa durata un anno intero.Tutto diventa bianco,quasi trasparente,anche se non c’è la neve:bianco il prato,di brina come fossile antico,ed il fumo che sale lento dai camini come una nuvola calda che scalda anche le braccia intirizzite del cielo.Bianco è il capo delle montagne,quelle sì coperte o solo spruzzate di neve,come polvere di mandorle macinate finemente,zucchero raffinato per addolcire un freddo amaro.E con l’inverno,anche se a me continua a presentarsi come un estraneo sconosciuto,vengono tante cose,ricordi delicati di natali e regali fatti con fatica ma con amore…e tutto il resto.
Così qui,tutte queste cose le vedo e le sento,mi passano accanto ogni giorno e mi salutano come vecchi amici.
Qui,a 800 metri,lontano dal mare,da radici conosciute,ho rimesso radici,nuove ma forti,intrecciata a José,che è la terra alla quale sento di appartenere.Ho imparato ad accettare il silenzio come un messaggero,le stagioni come attimi ritmati,ho imparato ad osservare la giostra della vita girare,a salirci sopra e a non avere più paura.
Saluti e baci...
La nebbia sa di pioggia,di umidità e terra bagnata e come tutti gli odori,ha un suo proprio nucleo,come un cuore che batte nel niente e che la divora. “Gli odori si tengono a memoria,” -dice Mauro Corona in quel libro meraviglioso che è “Fantasmi di pietra”- “basta nominarli e ti vengono sotto il naso,li senti come se fossero lí…”.
Ed è una verità grande e antica come le sue montagne:anch’io penso agli odori che nel tempo mi hanno accompagnato e,adesso che sono lontana,mi basta un cenno di memoria e loro arrivano e ti servono da nostalgia.
Forse anche l’odore della nebbia non è altro che un ricordo,dell’infanzia,di un tempo che si è sciolto nel tempo,chissà.
Oggi l’erba della pineta era bianca,più di ieri,già quasi totalmente brinata.
Gli aghi dei pini si spezzavano sotto le scarpe facendo un rumore come di chiacchiere sommesse e sommerse,un discorso consunto tra foglie ed aghi,come ai vecchi tempi quando il silenzio regnava sul mondo e nessun rumore disturbava il chiacchierio fitto del bosco.
Qui,spesso,mi sento come in un altro mondo,la natura ancora sa parlare se hai voglia di fermarti,ascoltare senza rispondere.
Impari il gioco fitto dell’ascolto,apri le orecchie ad ogni cosa:un sibilo leggero del vento tra gli alberi che narra le sue storie e,quando si fa più forte,sembra ridere di tutto o di qualcosa che a te sfugge.
All’inizio ti senti come persa,un’intrusa dentro un’esistere che ti sta stretto,hai paura di non essere nel posto giusto perché la testa è piena di parole. Poi,mano a mano che va passando il tempo,quel sentirsi stretto si fa grande e galleggi nello spazio solitario,ti senti parte di quel tutto che è la natura,la terra madre.
Il bosco,allora,non ti fa più paura,ascolti per il gusto d’imparare e non invece per sentire rumori che spaventano,come sempre spaventa quel che non si conosce.E in quel momento,stormi di uccelli che si alzano in volo producendo quel suono fitto di ali che sbattono,comincia a sembrarti un’orchestra e non ti spaventa più.Come i mille differenti canti dei passeri,diversi,di mille colori,che ti accompagnano nel tuo passeggiare leggero,che tutto vuol essere meno un’intrusione:anche quelli ti sembrano canzoni e melodie,con o senza parole,musica che ascende al cielo e nel cielo scrive il suo spartito musicale.
E gli alberi secolari che stanno lì abbracciati con le radici fortemente alla terra,signori e mai padroni,sono la compagnia del tuo silenzio:quando ti siedi su di un tronco o su un sasso che sembra scolpito e dipinto nello sfondo immutato,sembra che quasi ti aiutino nel cammino verso e dentro te stessa.
Loro che di storia ne hanno tanta da raccontare,da insegnare,soltanto seguono quel che fai o non fai,quel che dici o taci,gli alberi che sì sanno ascoltare.
Qui,persa e ritrovata,vedo l’autunno arrivare e sedersi tra le foglie che lui stesso ha dipinto con la ruggine delle sue dita stanche,che ha strappato dai rami perché ora servono da coperta alla terra,perché il ciclo eterno si riproduca e si rinnovi.
Vedo le stagioni arrivare e rimanere,spazio e tempo che si tengono per mano.
La primavera come una vestale,non più vergine sacrificale ma piuttosto signorina per bene,vestita di verde e di fiori,d’erba giovane,ancora profumata di muschio nei capelli sciolti sulle sue spalle,lascia cadere qua e là semi di vita che verrà;la vedi entrare ed uscire tra le foglie dei meli o dei mandorli,dei ciliegi o dei peschi ed ogni volta dare pennellate di colore,rosa,bianco,il giallo delle ginestre che scalano i fianchi delle colline e non scivolano mai.
E poi l’estate,un adolescente che corre dentro campi maturi ,i riccioli intrecciati con i raggi dell’astro signore,goccioline di sudore che gli fanno corona e gli occhi allegri di chi ha compiuto una promessa,di chi ha soddisfatto la fame regalando chicchi di grano che saranno farina e poi pane.
Poi segue l’autunno che proprio adesso è qui:lui sì davvero si fa notare o sono io che lo vedo nelle sfumature incredibili dei prati,delle foglie che diventano come gioielli d’ambra, collegano la loro anima all’energia preziosa dell’universo.E si fanno poi marroni e rosse e gialle,come un pot-pourri di colori che sono come pietre preziose,collane che cingono come doni divini la terra.L’autunno è un signore di mezza età,già un po’ stanco di correre e dar giri di qua e di là.
Sará per questo che ogni cosa sembra rallentare la corsa e il ritmo della vita diventa come una musica addolcita dalla stanchezza;il mondo si ferma,seduto intorno al fuoco,a spettegolare,i rumori sono il vocio del vento che canta tra le foglie,sono gli uccelli che tornano presto al nido quando si fa sera,velocemente,come avessero paura di sbagliarsi nel buio e di non trovare la loro casa.Anche le case,anche quelle,diventano pigre ombre nella sera,le finestre sono occhi illuminati da luci fioche,tutto è riposo,il lento letargo dei secoli.
E poi arriva l’inverno,ormai rotto dall’attesa durata un anno intero.Tutto diventa bianco,quasi trasparente,anche se non c’è la neve:bianco il prato,di brina come fossile antico,ed il fumo che sale lento dai camini come una nuvola calda che scalda anche le braccia intirizzite del cielo.Bianco è il capo delle montagne,quelle sì coperte o solo spruzzate di neve,come polvere di mandorle macinate finemente,zucchero raffinato per addolcire un freddo amaro.E con l’inverno,anche se a me continua a presentarsi come un estraneo sconosciuto,vengono tante cose,ricordi delicati di natali e regali fatti con fatica ma con amore…e tutto il resto.
Così qui,tutte queste cose le vedo e le sento,mi passano accanto ogni giorno e mi salutano come vecchi amici.
Qui,a 800 metri,lontano dal mare,da radici conosciute,ho rimesso radici,nuove ma forti,intrecciata a José,che è la terra alla quale sento di appartenere.Ho imparato ad accettare il silenzio come un messaggero,le stagioni come attimi ritmati,ho imparato ad osservare la giostra della vita girare,a salirci sopra e a non avere più paura.
Saluti e baci...
giovedì 11 novembre 2010
Ghiaccio
Fa freddo oggi o sembra a me,tutto è relativo in questo pazzo mondo!
Sono uscita con Ghiaccio.Usciamo sempre presto,quando ancora non è del tutto giorno fatto.
La pineta sudava goccioline di brina:in alcuni tratti,sotto i pini,l’erba brillava di piccoli diamanti di ghiaccio,come una collana di perle trasparenti che la notte regala di quando in quando.
È affascinante girare per i sentieri ,da soli,Ghiaccio ed io,soli nel freddo delle prime ore e persi nei pensieri:io su me stessa,sulla vita,sulle cose,Ghiaccio annusando ogni cosa come se fosse sempre la prima volta,guardandomi di tanto in tanto per assicurarsi che sta solo tra gli aghi di pino pero mai del tutto.
Ghiaccio è un cane pauroso,a volte la sua ombra riflessa dai lampioni,di sera,gli fa fare dei salti repentini,fa persino ridere…o si mette a tremare come una foglia e tira del guinzaglio come a chiederti,per favore,di ritornare a casa.Gli piace uscire,ovviamente,però senza quella smania di star fuori.Preferisce giretti corti a lunghe passeggiate.É un cane anomalo,pauroso e coccolone,a volte sembra un gatto:si siede sulla tua pancia come se pesasse poco,quindici chili di ricciolini bianchi,mica niente!
Ma lui no,non se ne accorge nemmeno..o fa finta,perché furbo si che é:ti guarda con quegli occhi neri,grandi come prugne e li sbatte e intanto muove la coda,come un ventaglio,destra sinistra,sinistra destra senza fermarsi.
O ti mette la testa sulle ginocchia come se dicesse quando non ti accorgi di lui ”Sono qua…“.
Non accorgersene,del resto,è abbastanza difficile perché non ti dà tregua finche non ottiene quello che più gli piace:coccole.
Ghiaccio è davvero il mio cane.Nel corso degli anni ne abbiamo avuti tanti a casa.Peró lui è diverso,lui è davvero mio.È mio fratello e mio amico,sa di me quello che pochi sanno,sta sempre li,quando piangi o quando ridi,fermo e docile nel suo sguardo perso su di te.
Dico sempre che i cani sono esseri superiori,non noi,gli esseri umani:prima di tutto perché è difficile che inciampino nella stessa pietra e commettano lo stesso errore…a parte Ghiaccio che spesso è uno zuccone!E poi,e soprattutto,perché vivono appieno il sentimento d’amicizia,senza tra l’altro riempirsi la bocca di vuote parole:semplicemente vivendo e facendoti sperimentare la fedeltà assoluta,la comprensione e la stabilità nell’affetto.
Per stare con te rinunciano ad uno stato di libertà che,sebbene a volte crudele,è pur sempre parte fondamentale dell’esistenza;rinunciano alla strada e ad annusare il mondo per farlo soltanto quando a te va bene;sopportano stati d’animo ballerini e,nonostante tutto,stanno lí,accucciati accanto a te,ai tuoi piedi come se di accarezzarti,loro a te,il loro cuore il tuo,non si stancassero mai.
Ghiaccio è quell’essere meraviglioso che mi accompagna da dieci anni,nella buona e nella cattiva sorte,quasi,o senza quasi,un nodo profondo d’amore.
Nei due anni che non lo ho avuto con me,ho sofferto immensamente,sensi di colpa e mancanza vera di qualcuno così conosciuto al mio fianco.
Del resto,a volte per giustificarmi sicuramente,mi dico che è stato meglio così:io andavo verso il niente,lasciavo il mare per la grande cittá,Madrid,”la ciudad que nunca duerme”.
Andavo incontro a sentimenti per me fin allora sconosciuti,l’amore e la condivisione dello stesso
.E senza un posto dove stare in fin dei conti perché non sapevo cosa ci fosse dall’altro lato,alla fine del cammino.Sapevo cosa lasciavo,forse niente,forse molto,ma quel che avrei potuto trovare davanti a me era un punto di domanda nelle continue discussioni che intavolavo con me stessa.
E poi nemmeno sapevo come fosse il rapporto di José con i cani.Non è cosa automatica il rapporto con loro,devi entrarci in sintonia,prima di tutto con il genere animale e poi con l’individuo,il cane in questione.
Invece adesso,penso che ho sbagliato,uno degli errori da mettere in conto e che ho pagato giá,non credo che ormai mi sia rimasto tanto da pagare,certo nuovi errori,ma i vecchi…i debiti sono stati estinti.
A volte ora,guardandoli tutti e due,José e Ghiaccio,giocare,farsi mutuamente i dispetti,coccolarsi e addormentarsi,l’uno sulla pancia dell’altro o ai suoi piedi,sul letto o sul divano,penso che ho avuto paura per niente.Anche perché Ghiaccio è così,un cane al quale è facile voler bene:coccolone,con tanta voglia di giocare e di dare amore…e José è così simile a lui,dispettoso e affettuoso,sempre presente e costante nell’amore,Don Chisciotte e giullare…sono proprio una bella coppia quei due!
Saluti e baci…
Sono uscita con Ghiaccio.Usciamo sempre presto,quando ancora non è del tutto giorno fatto.
La pineta sudava goccioline di brina:in alcuni tratti,sotto i pini,l’erba brillava di piccoli diamanti di ghiaccio,come una collana di perle trasparenti che la notte regala di quando in quando.
È affascinante girare per i sentieri ,da soli,Ghiaccio ed io,soli nel freddo delle prime ore e persi nei pensieri:io su me stessa,sulla vita,sulle cose,Ghiaccio annusando ogni cosa come se fosse sempre la prima volta,guardandomi di tanto in tanto per assicurarsi che sta solo tra gli aghi di pino pero mai del tutto.
Ghiaccio è un cane pauroso,a volte la sua ombra riflessa dai lampioni,di sera,gli fa fare dei salti repentini,fa persino ridere…o si mette a tremare come una foglia e tira del guinzaglio come a chiederti,per favore,di ritornare a casa.Gli piace uscire,ovviamente,però senza quella smania di star fuori.Preferisce giretti corti a lunghe passeggiate.É un cane anomalo,pauroso e coccolone,a volte sembra un gatto:si siede sulla tua pancia come se pesasse poco,quindici chili di ricciolini bianchi,mica niente!
Ma lui no,non se ne accorge nemmeno..o fa finta,perché furbo si che é:ti guarda con quegli occhi neri,grandi come prugne e li sbatte e intanto muove la coda,come un ventaglio,destra sinistra,sinistra destra senza fermarsi.
O ti mette la testa sulle ginocchia come se dicesse quando non ti accorgi di lui ”Sono qua…“.
Non accorgersene,del resto,è abbastanza difficile perché non ti dà tregua finche non ottiene quello che più gli piace:coccole.
Ghiaccio è davvero il mio cane.Nel corso degli anni ne abbiamo avuti tanti a casa.Peró lui è diverso,lui è davvero mio.È mio fratello e mio amico,sa di me quello che pochi sanno,sta sempre li,quando piangi o quando ridi,fermo e docile nel suo sguardo perso su di te.
Dico sempre che i cani sono esseri superiori,non noi,gli esseri umani:prima di tutto perché è difficile che inciampino nella stessa pietra e commettano lo stesso errore…a parte Ghiaccio che spesso è uno zuccone!E poi,e soprattutto,perché vivono appieno il sentimento d’amicizia,senza tra l’altro riempirsi la bocca di vuote parole:semplicemente vivendo e facendoti sperimentare la fedeltà assoluta,la comprensione e la stabilità nell’affetto.
Per stare con te rinunciano ad uno stato di libertà che,sebbene a volte crudele,è pur sempre parte fondamentale dell’esistenza;rinunciano alla strada e ad annusare il mondo per farlo soltanto quando a te va bene;sopportano stati d’animo ballerini e,nonostante tutto,stanno lí,accucciati accanto a te,ai tuoi piedi come se di accarezzarti,loro a te,il loro cuore il tuo,non si stancassero mai.
Ghiaccio è quell’essere meraviglioso che mi accompagna da dieci anni,nella buona e nella cattiva sorte,quasi,o senza quasi,un nodo profondo d’amore.
Nei due anni che non lo ho avuto con me,ho sofferto immensamente,sensi di colpa e mancanza vera di qualcuno così conosciuto al mio fianco.
Del resto,a volte per giustificarmi sicuramente,mi dico che è stato meglio così:io andavo verso il niente,lasciavo il mare per la grande cittá,Madrid,”la ciudad que nunca duerme”.
Andavo incontro a sentimenti per me fin allora sconosciuti,l’amore e la condivisione dello stesso
.E senza un posto dove stare in fin dei conti perché non sapevo cosa ci fosse dall’altro lato,alla fine del cammino.Sapevo cosa lasciavo,forse niente,forse molto,ma quel che avrei potuto trovare davanti a me era un punto di domanda nelle continue discussioni che intavolavo con me stessa.
E poi nemmeno sapevo come fosse il rapporto di José con i cani.Non è cosa automatica il rapporto con loro,devi entrarci in sintonia,prima di tutto con il genere animale e poi con l’individuo,il cane in questione.
Invece adesso,penso che ho sbagliato,uno degli errori da mettere in conto e che ho pagato giá,non credo che ormai mi sia rimasto tanto da pagare,certo nuovi errori,ma i vecchi…i debiti sono stati estinti.
A volte ora,guardandoli tutti e due,José e Ghiaccio,giocare,farsi mutuamente i dispetti,coccolarsi e addormentarsi,l’uno sulla pancia dell’altro o ai suoi piedi,sul letto o sul divano,penso che ho avuto paura per niente.Anche perché Ghiaccio è così,un cane al quale è facile voler bene:coccolone,con tanta voglia di giocare e di dare amore…e José è così simile a lui,dispettoso e affettuoso,sempre presente e costante nell’amore,Don Chisciotte e giullare…sono proprio una bella coppia quei due!
Saluti e baci…
mercoledì 10 novembre 2010
Tributo a Ivan Graziani Lugano Addio Lirycs.wmv
Per Marta...ho sempre pensato a te ascoltando questa canzone....con tutto...
martedì 9 novembre 2010
C'era una volta...
La Ciclo genesi è passata,o almeno così pare.Il vento è giá soltanto una brezza leggera anche se il cielo è così luminosamente blu che fa venire i brividi.C’é una luna piccola,brillante e tagliente,come una virgola che è proprio come una congiunzione in cielo,di quelle che mettono punti o pause nelle frasi che si ripetono da sempre.
Mi sveglio di nuovo presto come se qualcuno ad una data ora mi chiamasse:spesso è il dolore al piede e alla gamba che mi chiama con ferocia e certi squilli fisici,come il dolore appunto,non puoi far finta di non sentirli.Ma non importa,cosí il giorno è lungo e lo vedo nascere lentamente,colorare di rosa ogni cosa,sfumare dal buio verso la luce con saggia maestria.Quella stessa attraverso la quale,ogni volta, posso sperimentare quanto grande sia quel che sta intorno e quanto piccola sia io.
Sono la “ragazza dell’alba”anche se ho vissuto tanti tramonti.
Mi emoziona sempre la luce che viene a piccoli passi,mi innamoro sempre del nuovo sole…sará che anche il mio nome ha origine in lui!
Ieri è stato un giorno di festa. Lo è per me ogni giorno passato con José,parlando o ridendo,guardando un film come abbiamo fatto ieri o semplicemente stando sbaraccati sul divano coccolando a Ghiaccio che di coccole non ne ha mai abbastanza.
Vivo sempre incontri ravvicinati con la solitudine,passo giorni interi parlando con me stessa nel mio mondo fatto spesso di silenzi.Non me ne compiaccio,ma nemmeno mi lamento ormai:ho molte più cose belle che brutte sulle quali riposare e delle quali essere felice.
Scrivere è la mia compagnia,scrivere e poi cancellare e tornare a scrivere.Mi accompagna nelle ore vuote dell’alba e durante il giorno con la camminata millenaria di chi,ormai,non ha più fretta né di cercare né d’incontrare perché ogni volta,quel che viene è un qualcosa incartato in lucida carta da regalo…e non si può chiedere di più alla vita.
Ieri ho cucinato le salsicce con i funghi e mi è tornata prepotentemente in mente mia madre:non che non stia sempre accanto a me,ma ci sono volte in cui la sento più presente,come un effetto fisico che mi rilassa e mi commuove.
Perché la salsiccia è tra i sapori che mi porto dietro fin dall’infanzia.Si mangiava molto a casa,forse perché costava poco,chissà…o semplicemente perché era una delle passioni di mia madre.
Ancora ricordo certi panini con la salsiccia,le tartine dell’Adriana,appena sfornate,che quando le aprivi facevano come un fumetto caldo che aveva per me sempre quel profumo di giorno nuovo,di fragranza mattutina e di casa.
Ieri le ho cucinate con gli champignon,a José non piacciono i funghi secchi…e nemmeno la polenta gli piace,non posso proprio capirlo!
Faccio prima saltare la salsiccia in una padella quasi senz’olio,soltanto una spennellata sul fondo,perché quando si da un colpo di fuoco vivace alla carne,la catena di molecole che la forma rimane intatta,si blocca e il risultato è un punto speciale di sapore
La punzecchio qua e là,cosí l’essenza esce fuori ,si sgrassa e va a formare una base per l’intingolo che verrà.
Quando prende colore e la pelle intorno diventa un involucro croccante,versoo un bicchierino di brandy e,come in una festa,tutto comincia a saltare,allegro e divertito,ubriacando come sempre sapore e odore e,sul più bello delle danze,tolgo la salsiccia dal fuoco e la metto a riposare riposare..
Quindi faccioun soffritto con porro e carota che dà poi al sugo quella fragranza dolce e arancio che mi piace tanto. Mia madre non ha mai fatto soffritti,tutto a crudo,diceva,che cosí non fa male…ma io non posso resistere alla sensazione olfattiva che si libera,spezza le catene,vive vita propria,quando la verdura si lascia coccolare dal fuoco lento e poi sprigiona quell’aroma misterioso che sembra un rapporto d’amore,la verdura ed il fuoco e l’olio che si fonde nell’abbraccio con l‘aglio…
Aggiungo gli champignon e piano piano l’olio li bacia,voluttuosamente,nascondendosi nel loro cuore.
Poi tuffo un trito di pomodoro,lascio che trovi il suo posto,che si faccia largo nella relazione giá cominciata e lo lascio lì,minuti di oblio,incorporandosi e cambiando il gusto di ogni cosa.
Aggiungo un po’ d’acqua di tanto in tanto,ma realmente li lascio fare,non è bello guardare da vicino un rapporto cosí privato,metto il coperchio e me ne dimentico per una mezz’ora almeno.
Soltanto negli ultimi dieci minuti,quando il sugo si fa spesso,quasi crema,aggiungo la salsiccia con le lacrime che ha versato all’essere punzecchiata e riapro le danze,prima a fuoco vivo,poi senza fretta,che la fretta uccide e rovina ogni cosa,in cucina e in ogni dove!
Mi sveglio di nuovo presto come se qualcuno ad una data ora mi chiamasse:spesso è il dolore al piede e alla gamba che mi chiama con ferocia e certi squilli fisici,come il dolore appunto,non puoi far finta di non sentirli.Ma non importa,cosí il giorno è lungo e lo vedo nascere lentamente,colorare di rosa ogni cosa,sfumare dal buio verso la luce con saggia maestria.Quella stessa attraverso la quale,ogni volta, posso sperimentare quanto grande sia quel che sta intorno e quanto piccola sia io.
Sono la “ragazza dell’alba”anche se ho vissuto tanti tramonti.
Mi emoziona sempre la luce che viene a piccoli passi,mi innamoro sempre del nuovo sole…sará che anche il mio nome ha origine in lui!
Ieri è stato un giorno di festa. Lo è per me ogni giorno passato con José,parlando o ridendo,guardando un film come abbiamo fatto ieri o semplicemente stando sbaraccati sul divano coccolando a Ghiaccio che di coccole non ne ha mai abbastanza.
Vivo sempre incontri ravvicinati con la solitudine,passo giorni interi parlando con me stessa nel mio mondo fatto spesso di silenzi.Non me ne compiaccio,ma nemmeno mi lamento ormai:ho molte più cose belle che brutte sulle quali riposare e delle quali essere felice.
Scrivere è la mia compagnia,scrivere e poi cancellare e tornare a scrivere.Mi accompagna nelle ore vuote dell’alba e durante il giorno con la camminata millenaria di chi,ormai,non ha più fretta né di cercare né d’incontrare perché ogni volta,quel che viene è un qualcosa incartato in lucida carta da regalo…e non si può chiedere di più alla vita.
Ieri ho cucinato le salsicce con i funghi e mi è tornata prepotentemente in mente mia madre:non che non stia sempre accanto a me,ma ci sono volte in cui la sento più presente,come un effetto fisico che mi rilassa e mi commuove.
Perché la salsiccia è tra i sapori che mi porto dietro fin dall’infanzia.Si mangiava molto a casa,forse perché costava poco,chissà…o semplicemente perché era una delle passioni di mia madre.
Ancora ricordo certi panini con la salsiccia,le tartine dell’Adriana,appena sfornate,che quando le aprivi facevano come un fumetto caldo che aveva per me sempre quel profumo di giorno nuovo,di fragranza mattutina e di casa.
Ieri le ho cucinate con gli champignon,a José non piacciono i funghi secchi…e nemmeno la polenta gli piace,non posso proprio capirlo!
Faccio prima saltare la salsiccia in una padella quasi senz’olio,soltanto una spennellata sul fondo,perché quando si da un colpo di fuoco vivace alla carne,la catena di molecole che la forma rimane intatta,si blocca e il risultato è un punto speciale di sapore
La punzecchio qua e là,cosí l’essenza esce fuori ,si sgrassa e va a formare una base per l’intingolo che verrà.
Quando prende colore e la pelle intorno diventa un involucro croccante,versoo un bicchierino di brandy e,come in una festa,tutto comincia a saltare,allegro e divertito,ubriacando come sempre sapore e odore e,sul più bello delle danze,tolgo la salsiccia dal fuoco e la metto a riposare riposare..
Quindi faccioun soffritto con porro e carota che dà poi al sugo quella fragranza dolce e arancio che mi piace tanto. Mia madre non ha mai fatto soffritti,tutto a crudo,diceva,che cosí non fa male…ma io non posso resistere alla sensazione olfattiva che si libera,spezza le catene,vive vita propria,quando la verdura si lascia coccolare dal fuoco lento e poi sprigiona quell’aroma misterioso che sembra un rapporto d’amore,la verdura ed il fuoco e l’olio che si fonde nell’abbraccio con l‘aglio…
Aggiungo gli champignon e piano piano l’olio li bacia,voluttuosamente,nascondendosi nel loro cuore.
Poi tuffo un trito di pomodoro,lascio che trovi il suo posto,che si faccia largo nella relazione giá cominciata e lo lascio lì,minuti di oblio,incorporandosi e cambiando il gusto di ogni cosa.
Aggiungo un po’ d’acqua di tanto in tanto,ma realmente li lascio fare,non è bello guardare da vicino un rapporto cosí privato,metto il coperchio e me ne dimentico per una mezz’ora almeno.
Soltanto negli ultimi dieci minuti,quando il sugo si fa spesso,quasi crema,aggiungo la salsiccia con le lacrime che ha versato all’essere punzecchiata e riapro le danze,prima a fuoco vivo,poi senza fretta,che la fretta uccide e rovina ogni cosa,in cucina e in ogni dove!
Mi è mancata la polenta,qui non riesco a trovare la farina:trovo quelle istantanee,ma non è la stessa cosa.
Mi affascina la farina,qualsiasi farina perché lavorata si trasforma,nelle mani o sul fuoco,unendosi e diventando una sola cosa.E quella di granoturco,granelli di polvere d’oro,sembrano le lentiggini del sole ed ha per me il vero significato della casa,delle origini,delle radici contadine.
Per me,figlia del nord,non potrebbe essere altrimenti:non ricordo racconto di mia nonna nel quale non ci fosse la polenta,dura,tagliata a fette quasi con un filo e divisa nei piatti :tanta gente intorno alla tavola,davanti al camino o ad una stufa a legna,e a turno passavano la polenta sui cibi appesi,penzolanti dal soffitto,insaccati o secchi,salamini o aringhe per esempio,perché la polenta ne catturasse almeno l’odore se non il sapore,e diventasse come un altro mangiare.I pochi soldi di un raccolto o lo stipendio povero e sudato in filanda,non permettevano che con la polenta ci fosse un salamino per ognuno,a volte uno diviso in tre,mi diceva sempre.
Altri tempi,altro vivere che però ho chiaro nella mente perché l’ho vissuto attraverso altre storie che poi sono le mie.Tradizioni che non ci sono più,ma che restano aggrappate fortemente al cuore e ritornano perché nel ricordo,niente muore mai
Saluti e baci…
Mi affascina la farina,qualsiasi farina perché lavorata si trasforma,nelle mani o sul fuoco,unendosi e diventando una sola cosa.E quella di granoturco,granelli di polvere d’oro,sembrano le lentiggini del sole ed ha per me il vero significato della casa,delle origini,delle radici contadine.
Per me,figlia del nord,non potrebbe essere altrimenti:non ricordo racconto di mia nonna nel quale non ci fosse la polenta,dura,tagliata a fette quasi con un filo e divisa nei piatti :tanta gente intorno alla tavola,davanti al camino o ad una stufa a legna,e a turno passavano la polenta sui cibi appesi,penzolanti dal soffitto,insaccati o secchi,salamini o aringhe per esempio,perché la polenta ne catturasse almeno l’odore se non il sapore,e diventasse come un altro mangiare.I pochi soldi di un raccolto o lo stipendio povero e sudato in filanda,non permettevano che con la polenta ci fosse un salamino per ognuno,a volte uno diviso in tre,mi diceva sempre.
Altri tempi,altro vivere che però ho chiaro nella mente perché l’ho vissuto attraverso altre storie che poi sono le mie.Tradizioni che non ci sono più,ma che restano aggrappate fortemente al cuore e ritornano perché nel ricordo,niente muore mai
Saluti e baci…
lunedì 8 novembre 2010
Joselin
Gli alberi stanno lì,inginocchiati come in preghiera:davanti a me il salice che oggi piange ancor più forte versando nella pioggia le sue lacrime.Le sue chiome d’erba,foglie e lamenti sembrano sussurri,nel vento freddo che morde ogni cosa e la lascia ferite,sussurri cantati,una nenia fine nelle gocce d’acqua che gli fanno orchestra intorno.
Ciclogenesis Explosiva:paroloni per descrivere pioggia ballando col vento,vento che invita al ballo la pioggia…niente più.
Mi ricordo del mare,di Fano,delle passeggiate con Ghiaccio dentro la bora che strappa la pelle.
Quando tutti stavano in casa,sepolti dalla paura di cadere,noi due,il mio cane ed io,uscivamo accoppiati nel freddo lamento del vento,fino alla spiaggia.Pochi passi,cento passi forse…e poi il mare davanti a noi,così grande e spaventoso,gridando vendette antiche di marinai sepolti nelle onde. Che meraviglia quel mare che parlava e raccontava storie,con le onde bianche,bianco il mare nelle crespature delle onde!
Il mare dalle mille facce,con mille voci distinte,ma sempre lo stesso mare.Incappucciato e nervoso,canta canzoni disperate che ognuno interpreta come sa,ognuno inventa il suo concerto ricordando sconfitte o abusi,pianti e grida che qui violentano quel che è umano…e poi tace.
I colori si fondono nell’andirivieni mai monotono dei flutti,dal verde del profondo abisso alla spuma bianca che toglie la sete al cuore;gli azzurri e i turchesi non si vedono più,le onde sembrano un prato immenso in movimento che sembra venire a te rubandoti le tracce lasciate sulla sabbia.Una distesa di sogni rotti,incandescenti nel vento che brucia,che ti chiamano da lontano e tu non sai rispondere o forse,veramente,non devi.
Ghiaccio diventa nervosamente ballerino quando tira il vento,saltella come un grillo impazzito che non trova il suo posto nell’estate perché perso nei suoni gutturali di un’altra stagione.
Come se perdesse il controllo,Ghiaccio corre e frena sulla sabbia,alza terra e sassi nella corsa,si sporca e si riempie il pelo di pezzi di legno salati,di conchiglie spezzate,di tutti quei regali che incontra correndo e correndo verso un niente che lui vede.
Mi manca il mare,mi manca tanto che mi si spezza il fiato pensandoci.
Allora,quando la nostalgia è il desiderio di tornare,penso a quel poco che ho lasciato e a quel tutto che qui mi aspettava:è vero,sono lontana km dal mare,intorno a me vedo soltanto monti e alberi,colline scoscese ”…solo aghi di pino e silenzio e funghi…”.
Ma non cambierei la mia vita di oggi per la vita di ieri che di vita,poi,aveva soltanto i giorni che inesorabilmente vanno via.
Quel che ho,adesso,è quell’amore puro che non pensavo avrei mai conosciuto,quell’essere due e uno nello stesso tempo,quel gioco delle parti che soltanto avevo sentito raccontare o letto,qua e lá,nei libri.
Si chiama José ed è il mio compagno,nei giochi e nella verità:quando piango o quando rido,lui piange e ride con me ed è la cosa più bella che si può condividere.
La semplicità della vita è quello che quotidianamente ci scambiamo senza andare a cercare orpelli e complicazioni.
Soltanto giorni condivisi e accettati in due,senza friggere a fuoco vivo,ma cuocendo lentamente lo svolgersi degli eventi.
La certezza di non essere più sola,mai più sola,mi dà l’allegria e l’ironia del riderci su,di non naufragare nell’apatia noiosa del non far niente.
José è adesso il mio mare,è non aver paura di guardarmi nello specchio e vedermi diversa perché lui è sempre lì,dietro me,e dice “qué guapa eres…“e ci crede,lo vedo nei suoi occhi che curvano verso la malinconia -gli occhi tristi dei Martinez,dice la Guille…-
Perché ho un compagno d’avventura:la sincerità nel cammino,la dolcezza delle discese dopo l’ansia e la fatica del salire.É questo angolo di cielo,oggi scuro e feroce,dove sempre vedo nascere l’azzurro,all’orizzonte,dove una volta vedevo l’abbraccio materno del mare…adesso c’è lui,con braccia grandi,timide a volte come i suoi sorrisi,sorrisi che sconquassano di delicatezza il mio cuore.
È “l’uomo dalla triste figura”,il guerriero senza lancia,il condottiero nobile e fedele,è tutto e niente perché il niente è il tutto che poi scopri nella tua realtà.É Joselin...
Saluti e baci…
Ciclogenesis Explosiva:paroloni per descrivere pioggia ballando col vento,vento che invita al ballo la pioggia…niente più.
Mi ricordo del mare,di Fano,delle passeggiate con Ghiaccio dentro la bora che strappa la pelle.
Quando tutti stavano in casa,sepolti dalla paura di cadere,noi due,il mio cane ed io,uscivamo accoppiati nel freddo lamento del vento,fino alla spiaggia.Pochi passi,cento passi forse…e poi il mare davanti a noi,così grande e spaventoso,gridando vendette antiche di marinai sepolti nelle onde. Che meraviglia quel mare che parlava e raccontava storie,con le onde bianche,bianco il mare nelle crespature delle onde!
Il mare dalle mille facce,con mille voci distinte,ma sempre lo stesso mare.Incappucciato e nervoso,canta canzoni disperate che ognuno interpreta come sa,ognuno inventa il suo concerto ricordando sconfitte o abusi,pianti e grida che qui violentano quel che è umano…e poi tace.
I colori si fondono nell’andirivieni mai monotono dei flutti,dal verde del profondo abisso alla spuma bianca che toglie la sete al cuore;gli azzurri e i turchesi non si vedono più,le onde sembrano un prato immenso in movimento che sembra venire a te rubandoti le tracce lasciate sulla sabbia.Una distesa di sogni rotti,incandescenti nel vento che brucia,che ti chiamano da lontano e tu non sai rispondere o forse,veramente,non devi.
Ghiaccio diventa nervosamente ballerino quando tira il vento,saltella come un grillo impazzito che non trova il suo posto nell’estate perché perso nei suoni gutturali di un’altra stagione.
Come se perdesse il controllo,Ghiaccio corre e frena sulla sabbia,alza terra e sassi nella corsa,si sporca e si riempie il pelo di pezzi di legno salati,di conchiglie spezzate,di tutti quei regali che incontra correndo e correndo verso un niente che lui vede.
Mi manca il mare,mi manca tanto che mi si spezza il fiato pensandoci.
Allora,quando la nostalgia è il desiderio di tornare,penso a quel poco che ho lasciato e a quel tutto che qui mi aspettava:è vero,sono lontana km dal mare,intorno a me vedo soltanto monti e alberi,colline scoscese ”…solo aghi di pino e silenzio e funghi…”.
Ma non cambierei la mia vita di oggi per la vita di ieri che di vita,poi,aveva soltanto i giorni che inesorabilmente vanno via.
Quel che ho,adesso,è quell’amore puro che non pensavo avrei mai conosciuto,quell’essere due e uno nello stesso tempo,quel gioco delle parti che soltanto avevo sentito raccontare o letto,qua e lá,nei libri.
Si chiama José ed è il mio compagno,nei giochi e nella verità:quando piango o quando rido,lui piange e ride con me ed è la cosa più bella che si può condividere.
La semplicità della vita è quello che quotidianamente ci scambiamo senza andare a cercare orpelli e complicazioni.
Soltanto giorni condivisi e accettati in due,senza friggere a fuoco vivo,ma cuocendo lentamente lo svolgersi degli eventi.
La certezza di non essere più sola,mai più sola,mi dà l’allegria e l’ironia del riderci su,di non naufragare nell’apatia noiosa del non far niente.
José è adesso il mio mare,è non aver paura di guardarmi nello specchio e vedermi diversa perché lui è sempre lì,dietro me,e dice “qué guapa eres…“e ci crede,lo vedo nei suoi occhi che curvano verso la malinconia -gli occhi tristi dei Martinez,dice la Guille…-
Perché ho un compagno d’avventura:la sincerità nel cammino,la dolcezza delle discese dopo l’ansia e la fatica del salire.É questo angolo di cielo,oggi scuro e feroce,dove sempre vedo nascere l’azzurro,all’orizzonte,dove una volta vedevo l’abbraccio materno del mare…adesso c’è lui,con braccia grandi,timide a volte come i suoi sorrisi,sorrisi che sconquassano di delicatezza il mio cuore.
È “l’uomo dalla triste figura”,il guerriero senza lancia,il condottiero nobile e fedele,è tutto e niente perché il niente è il tutto che poi scopri nella tua realtà.É Joselin...
Saluti e baci…
Non sono soltanto parole...
Cade il giorno sul mondo,l'edera sul balcone muove leggera le sue foglie come fossero dita che disegnano nell'aria,un non so che artistico che non lascia traccia.
Spinta da un desiderio familiare,vorrei essere oggi più vicina,fisicamente più vicina,a mia sorella e vorrei poterle dire tante cose vis-à-vis,no attraverso un filo di voce che va da un capo all’altro del mondo.
Dirle che i conti,ognuno li paga alla propria cassa che é quella del supermercato della propria esistenza.
Che ti vende cose la vita,oggetti persone relazioni incontri valigie e souvenirs;ti vende biglietti per un teatro stanco di ridere...e poi,alla fine,quando stai per uscire,ti accorgi che l'attore eri tu,che la commedia é diventata a volte tragedia shakespeariana e le domande sono dubbi senza risposta.
Che l'importante é rendersi conto fin dall'inizio che si é l'attore protagonista,di quelli che,come Totó,recitavano a braccio:non servono copioni,ma sì un filo che ti regga il gioco,che ti assomigli quanto più é possibile,che non ti serva da catena,ma soltanto da filo -quel che in fondo é- per uscire fuori dal labirinto.
Dirle che l‘importante è cercarsi,riportare il dialogo su se stessi,non lasciarsi trascinare dalle maree...perché il mare é fratello e madre,ma a momenti diventa ostile e le onde ti catturano e ti lanciano verso un dove che non scegli. Sei tu sola,naufragando negli elementi,nel vento e nella follia di una tempesta che ti lascia senza forze,che ti ruba il fiato e l'indecenza e ti lascia nuda sulla spiaggia,se hai fortuna,se ci riesci.
Altrimenti ti porta via,lontano da te e da quel che sei...e non torni più.
Bisogna imparare a volersi bene,quel bene che spesso si vuole al mondo e che verso di sé,al contrario,diventa quasi indifferenza. A volte,io voglio più bene allo sconosciuto,a chi sfioro un istante e poi s'allontana e m'allontano,che al presente viscerale di chi ha soltanto voglia di giocare.
Mi pare che un istante per se stessi,dedicato a te sola,vale più di un'intera vita di corse e treni persi.
E poi,raggomitolarsi sul proprio dolore serve a rinascere.Ricomporre la matassa dei propri giorni ti permette poi poter lavorare il gomitolo e farne un maglione che ti tenga caldo nei giorni lunghi di freddo
Perché nei giorni che passano e vanno verso la sera,ti ritrovi da sola davanti allo specchio dei desideri, ti ritrovi umile e stanca e se non ti piace quel che vedi,chi danzerà con te la danza delle ore?
Io vengo da tre anni che sono stati più lunghi e cattivi dei quasi cinquanta che ho.Vengo da un abisso che ha fatto di tutto per inghiottirmi,vengo da una malattia nata nella banalità e conclusa in un dramma.
Sono stati tre anni d'immobilità,di silenzio dell'anima,quello stesso che però mi ha permesso ritrovarmi,dopo lunghi giorni di ascolto,e di riuscire finalmente a ricomporre un dialogo con me stessa.
Sono stati anni di buio anche se fuori c'era il sole:dentro me la pioggia e la neve dell'inverno coprivano ogni cosa.
Certo,dalla mia parte ho quella testardaggine ciclopica che spesso diventa il difetto più feroce che ho.In questo caso,testardaggine e coscienza della stessa e costanza,sono quel filo che mi ha condotto fuori dal labirinto
C'é un minotauro in qualsiasi angolo della tua anima,un essere che violentemente ti trascina dove vuole,nell'abisso dell'incoerenza che sfiora la follia.
Io non ho mai voluto morire,non ci ho mai pensato in questi lunghi anni,anni in cui un secondo o un minuto o un'ora erano il bagaglio pesante che mi caricavo addosso e io,mulo da soma -lo diceva sempre mia nonna,sei come tua madre...un mulo che porta sassi...-, caricavo e camminavo nell'immobilità con la corporazione intera dei dottori che diceva "Trovati degli hobbies,non so,un qualcosa,perché dalle stampelle non ti stacchi più...questo é quel che ti rimane,la tua casa e il tuo dolore...." ...e io andavo e caricavo,dolore e lacrime,tante lacrime e poi ancora dolore
E un bel giorno di marzo,la primavera scoppiava davvero dentro e fuori di me,il dolore piano piano era diventato debole,soltanto un ago,fastidioso sì,ma sopportabile...e l'immobilità un ricordo da non dimenticare.
Questo per dire che il lavoro su se stessi é quel bagliore che rende possibile ogni cosa.Ma devi dedicargli tempo,tempo a te stessa prima che il drago uccida la principessa con il suo sorriso di fuoco.E chi deve uccidere il drago sei tu perché il drago vive in te,é parte di quel mondo che hai lasciato lì,dimenticato,impolverato...E pensavo a mia sorella e le dicevo “Datti una possibilità per imparare quel che sei Katis,per ritrovare i tuoi riccioli incandescenti fatti di fili di rame,intrecciali e ricomponi il cespuglio vitale che ti darà nuova linfa.
Lavorati addosso,cercati nella profondità del mare e poi dallo sconcerto arriva la certezza di esistere per qualcosa,per se stessi e dopo,soltanto dopo,per il mondo”
E continuavo,come se potesse ascoltare le mie parole:“Io ti voglio tanto bene...e te lo dico e te lo ripeto ogni volta,senza stancarmi mai…“
Ed è vero,glielo dico e non soltanto qui dove sbuccio le idee e trovo le parole come piccoli frutti amari che raccolgono me,non sono io quella che vaga per il frutteto,sono loro che mi chiamano ed io,ogni volta,rispondo…
Saluti e baci...
Spinta da un desiderio familiare,vorrei essere oggi più vicina,fisicamente più vicina,a mia sorella e vorrei poterle dire tante cose vis-à-vis,no attraverso un filo di voce che va da un capo all’altro del mondo.
Dirle che i conti,ognuno li paga alla propria cassa che é quella del supermercato della propria esistenza.
Che ti vende cose la vita,oggetti persone relazioni incontri valigie e souvenirs;ti vende biglietti per un teatro stanco di ridere...e poi,alla fine,quando stai per uscire,ti accorgi che l'attore eri tu,che la commedia é diventata a volte tragedia shakespeariana e le domande sono dubbi senza risposta.
Che l'importante é rendersi conto fin dall'inizio che si é l'attore protagonista,di quelli che,come Totó,recitavano a braccio:non servono copioni,ma sì un filo che ti regga il gioco,che ti assomigli quanto più é possibile,che non ti serva da catena,ma soltanto da filo -quel che in fondo é- per uscire fuori dal labirinto.
Dirle che l‘importante è cercarsi,riportare il dialogo su se stessi,non lasciarsi trascinare dalle maree...perché il mare é fratello e madre,ma a momenti diventa ostile e le onde ti catturano e ti lanciano verso un dove che non scegli. Sei tu sola,naufragando negli elementi,nel vento e nella follia di una tempesta che ti lascia senza forze,che ti ruba il fiato e l'indecenza e ti lascia nuda sulla spiaggia,se hai fortuna,se ci riesci.
Altrimenti ti porta via,lontano da te e da quel che sei...e non torni più.
Bisogna imparare a volersi bene,quel bene che spesso si vuole al mondo e che verso di sé,al contrario,diventa quasi indifferenza. A volte,io voglio più bene allo sconosciuto,a chi sfioro un istante e poi s'allontana e m'allontano,che al presente viscerale di chi ha soltanto voglia di giocare.
Mi pare che un istante per se stessi,dedicato a te sola,vale più di un'intera vita di corse e treni persi.
E poi,raggomitolarsi sul proprio dolore serve a rinascere.Ricomporre la matassa dei propri giorni ti permette poi poter lavorare il gomitolo e farne un maglione che ti tenga caldo nei giorni lunghi di freddo
Perché nei giorni che passano e vanno verso la sera,ti ritrovi da sola davanti allo specchio dei desideri, ti ritrovi umile e stanca e se non ti piace quel che vedi,chi danzerà con te la danza delle ore?
Io vengo da tre anni che sono stati più lunghi e cattivi dei quasi cinquanta che ho.Vengo da un abisso che ha fatto di tutto per inghiottirmi,vengo da una malattia nata nella banalità e conclusa in un dramma.
Sono stati tre anni d'immobilità,di silenzio dell'anima,quello stesso che però mi ha permesso ritrovarmi,dopo lunghi giorni di ascolto,e di riuscire finalmente a ricomporre un dialogo con me stessa.
Sono stati anni di buio anche se fuori c'era il sole:dentro me la pioggia e la neve dell'inverno coprivano ogni cosa.
Certo,dalla mia parte ho quella testardaggine ciclopica che spesso diventa il difetto più feroce che ho.In questo caso,testardaggine e coscienza della stessa e costanza,sono quel filo che mi ha condotto fuori dal labirinto
C'é un minotauro in qualsiasi angolo della tua anima,un essere che violentemente ti trascina dove vuole,nell'abisso dell'incoerenza che sfiora la follia.
Io non ho mai voluto morire,non ci ho mai pensato in questi lunghi anni,anni in cui un secondo o un minuto o un'ora erano il bagaglio pesante che mi caricavo addosso e io,mulo da soma -lo diceva sempre mia nonna,sei come tua madre...un mulo che porta sassi...-, caricavo e camminavo nell'immobilità con la corporazione intera dei dottori che diceva "Trovati degli hobbies,non so,un qualcosa,perché dalle stampelle non ti stacchi più...questo é quel che ti rimane,la tua casa e il tuo dolore...." ...e io andavo e caricavo,dolore e lacrime,tante lacrime e poi ancora dolore
E un bel giorno di marzo,la primavera scoppiava davvero dentro e fuori di me,il dolore piano piano era diventato debole,soltanto un ago,fastidioso sì,ma sopportabile...e l'immobilità un ricordo da non dimenticare.
Questo per dire che il lavoro su se stessi é quel bagliore che rende possibile ogni cosa.Ma devi dedicargli tempo,tempo a te stessa prima che il drago uccida la principessa con il suo sorriso di fuoco.E chi deve uccidere il drago sei tu perché il drago vive in te,é parte di quel mondo che hai lasciato lì,dimenticato,impolverato...E pensavo a mia sorella e le dicevo “Datti una possibilità per imparare quel che sei Katis,per ritrovare i tuoi riccioli incandescenti fatti di fili di rame,intrecciali e ricomponi il cespuglio vitale che ti darà nuova linfa.
Lavorati addosso,cercati nella profondità del mare e poi dallo sconcerto arriva la certezza di esistere per qualcosa,per se stessi e dopo,soltanto dopo,per il mondo”
E continuavo,come se potesse ascoltare le mie parole:“Io ti voglio tanto bene...e te lo dico e te lo ripeto ogni volta,senza stancarmi mai…“
Ed è vero,glielo dico e non soltanto qui dove sbuccio le idee e trovo le parole come piccoli frutti amari che raccolgono me,non sono io quella che vaga per il frutteto,sono loro che mi chiamano ed io,ogni volta,rispondo…
Saluti e baci...
domenica 7 novembre 2010
Cosí é...
Il blu del cielo sta già scivolando via, insieme alla notte e ai sogni che, a volte, si ritrovano sul cuscino, ballerini che seguono il ritmo di danze ancestrali che accompagnano il mondo nella giravolta ciclica del suo esistere.
Dalla finestra, oggi, non vedo la luna, ma nuvole chiare che soltanto sfumano il cielo d’azzurro pallido, quasi bianco, impercettibili soffi d’aria in un orizzonte quasi pulito.
Non ho mai considerato la notte una compagna nonostante durante anni mi abbia tenuto compagnia, o forse io a lei, e consolato dei miei dolori, più fisici che spirituali; è sempre stata, invece, una viaggiatrice, come me del resto, nel cammino che porta dal buio alla luce, dall’etereo sognato al domani che è già oggi.
Eppure, quando vedo la luna, riesco persino a commuovermi, forse perché piace tanto a José, l’uomo della luna che sulla luna, alcun giorno, vorrebbe andare: così tanto l’affascina l’universo e la sua grandezza, l’universo fatto di cielo e di pianeti, senza atmosfera o con un ossigeno ancora da scoprire.
Mi commuove la sua faccia, la faccia immensa e bianca della luna, il suo essere sola, nel nulla sospesa senza affondare in quel cielo che, spesso, appare come un cristallo tirato a lucido sul quale pattinare e pattinare, scivolare sui misteri che non ci siamo mai detti e che non sono, forse, per noi.
Magari della luna quello che mi sorprende e mi affascina è non conoscere e non sapere. Magari, vederla lì, gelata e altera, accoccolata nelle braccia immense del cielo quale signora e regina, mi fa pensare a quell’ingranaggio di stanca solitudine che mi accompagna.
Marta dice che sono un’incantatrice di api, come in quel film, “Pomodori verdi fritti”, dice che sono un’ammaliatrice di anime…dice di me cose così belle che poi non sempre sono, retaggio probabilmente di un’infanzia-adolescenza vissute insieme.
Io non mi sento così anche se spesso mi domando cosa di me attiri la gente: la stessa cosa che poi l’allontana. Una sincerità spaventosa e crudele, non per me, ma sì per gli altri che vogliono sentirsi dire e dare coccole di zucchero filato.
Ma io non sono la venditrice di confettini dolci e colorati delle fiere di paese che poi, quando li tieni in tasca troppo a lungo, si sciolgono e si stingono perdendo colore e sapore. Non sono nemmeno Mangiafuoco, né la Fata Turchina…non sono Pinocchio, né il Gatto e neppure la Volpe. Sono soltanto un essere quotidiano che nel vivere giornaliero spinge il carro dei suoi anni, cercando di non sconfinare nell’orizzonte sconosciuto di altri mondi perché questo mondo in cui vivo non mi piace, non lo nego, perché dovrei? Ma non sono in viaggio verso il niente, come tante volte in tanti anni passati: cerco me stessa continuamente e un intorno che sia leale, che non prometta falsi dei e che non rifugga da ciò che è vero,
Che difficile è a volte essere quello che si è, difficile e doloroso se la conquista di se stessi fatta nel corso dei secoli vissuti, come essere umano o come sasso, come fiore o come nuvola, non piace poi al mondo. È difficile e si paga, come sempre: tutto si paga, ancora prima che finisca la funzione, arriva qualcosa o qualcuno che ti dice che devi pagare il conto e tu paghi in moneta sonante che spesso coincide con il tuo stesso dolore.
Ma intanto, in questo viaggio di virtuosismi irrazionali, accompagno nel suo incedere leggero il giorno che nasce, già è nato e si stupisce nei miei occhi. Uno stupore sorprendente e chiaro, meraviglia di ciò che un giorno lontano è stato creato, da dio o dal e nel nulla, non ha importanza.
Allora sì posso sedermi ad ascoltare le storie fatte di silenzi e suoni degli alberi o delle montagne che sfiorano con la testa l’infinito antico e sconosciuto; posso lasciarmi andare e dondolarmi nel vuoto che lasciano i pensieri quando si distraggono e ti lasciano respirare in pace; posso far di me un incantesimo nel rintocco delle campane che è soltanto un’eco distorta nella lontananza e fare e comporre musica per un cielo che si fa chiaro e rimuove e scuote, a piccoli passi, la gentilezza della luce.
Ieri sera ho preparato una minestra di ceci prevedendo il freddo annunciato per oggi e l’ho lasciata lì a riposare, anche lei a riflettere sulla sua consistenza.
Alcuni cibi fatti il giorno prima, sono più buoni: forse, come gli esseri umani, acquistano esperienza, forse prendono coscienza, intensamente, del loro essere…o magari sono io che do loro l’importanza che non hanno, in questo caso e in altri, libera pensatrice e padrona.
È una vecchia ricetta che, in questo caso, non mi riporta al nord, ma verso il centro-sud del “benedetto assurdo bel paese“ - rimuginando Guccini - che mi ha visto nascere e crescere.
Ho imparato a conoscere ed apprezzare i ceci, questi incredibili interessanti sassolini, già da grande perché nella mia casa dell’infanzia non penso d’averli mai mangiati.
Ma uno dei miei lunghi viaggi verso l‘incoscienza, mi ha portato a Fano, verso il mare che sempre mi ha chiamato, come un sussurro, nella voce d’acqua dell’ultima delle onde della bassa marea e che mi ha avuto, poi, durante anni.
Mi viene in mente la campagna marchigiana che non tutti conoscono, come invece quella umbra per esempio: invece è bella e per me, figlia della pianura, bello il suo ondeggiare quasi senza il peso della gravità, dal mare alla collina in un sospiro. Colline morbide che non feriscono lo sguardo, sembrano i fianchi e la siluette di una bella donna, una donna che sa vivere di se stessa e della sua bellezza, una donna d’altri tempi. Sinuose ed invitanti, coperte di leggerezza verde, ondulanti nel vento calmo: quelle continuano ad essere le mie colline, quasi il richiamo della Terra Madre, io mi sento parte della loro storia, di colline e mare, di mare e colline. Di piccoli paesi persi nell’anonimato di strade a senso unico: la scalinata bianca di Corinaldo dove si perde e si ritrova, all’improvviso, un pozzo vecchio di secoli ed asciutto ormai, sterile tra i sassi e i ciuffi d’erba che gli crescono intorno; o la fortezza di Mondavio dove, ancora, vecchi cavalieri e nobili dame raccontano la loro epopea attraverso feritoie di castelli ristrutturati; e tanti altri…
Io so bene che quanto dico non piacerà a mia sorella, Katia, che invece vede in tutto quello che ha vagamente odore marchigiano, il demonio e la bruttura per circostanze, per contorni, per associazione di idee…chissà, forse si è sentita sempre troppo coinvolta nei miei errori ed io mille e mille volte le ho chiesto scusa in silenzio più che a parole…ma questa è un’altra storia…
Però so che invece sarà contenta di sapere e leggere tra le righe di questo blog perché è lei la vera artefice, nonostante sia io quella che scrive: è stato un impulso nato da un film, “Julie&Julia”, con una spettacolare magnifica Meryleen Streep, che un bel giorno proprio lei, la Katis, mi ha consigliato di vedere…sei proprio te, diceva…
Ed eccomi qua ad imbrattare fogli e fogli, grafomane e incapace di esiliarmi dalle parole.
Ma tornando ai ceci…
Il soffritto, per me, è sempre un’esplosione maestosa, violenta negli odori che scaturiscono da sedano carote e cipolla quando gli stessi si tuffano nell’olio e si lasciano scaldare dal fuoco del fornello. Questo è quasi sempre l’inizio dei miei piatti, con piccole varianti a volte, ma soltanto leggerezze che sfumano in cucina. Poi, quando le verdure diventano come trasparenti, quando i colori, sebbene immutati diventano coriandoli di gioia olfattiva, il prosciutto crudo torna a far del tutto una scintilla odorosa: cambia il profumo che si spande e padroneggia, non più vassallo ma signore dell’aria e nell’aria intorno. Come spiegarlo scrivendo? Solo posso dire che per me quella è una particella della felicità che vivo e che assaporo nei cibi e con i cibi, nei giorni e con i giorni.
Quando è rosolato, si fa scuro, perde quelle vene bianche di dolcezza e si trasforma in striscioline di croccante buonumore. È proprio in quel momento che partecipa al ballo il rosmarino, l’arbusto re delle colline e della mia cucina: ne butto un rametto, intero, senza romperne gli aghi né spezzarlo perché già sarà il gioco della lentezza del fuoco che ne staccherà le parti e lo unirà al suo girotondo.
Poi, per ultimi, i ceci: pietre giocose che saltano quando tutto ricomincia a bollire annegato nell’acqua che verso senza paura…e tutto si fonde e cuoce in un balletto che persegue e promuove la sua stessa musica, musica essenziale di battiti di vita, ricordata e riaccesa ogni volta.
Intanto si è alzato il vento, vento del nord che porterà, come nel film rivisto mille volte, Mary Poppins al suo daffare e me al mio, mentre sbatte sulle finestre e contro il cielo la sua rabbia atrofizzata nel lamento.
Saluti e baci...
Dalla finestra, oggi, non vedo la luna, ma nuvole chiare che soltanto sfumano il cielo d’azzurro pallido, quasi bianco, impercettibili soffi d’aria in un orizzonte quasi pulito.
Non ho mai considerato la notte una compagna nonostante durante anni mi abbia tenuto compagnia, o forse io a lei, e consolato dei miei dolori, più fisici che spirituali; è sempre stata, invece, una viaggiatrice, come me del resto, nel cammino che porta dal buio alla luce, dall’etereo sognato al domani che è già oggi.
Eppure, quando vedo la luna, riesco persino a commuovermi, forse perché piace tanto a José, l’uomo della luna che sulla luna, alcun giorno, vorrebbe andare: così tanto l’affascina l’universo e la sua grandezza, l’universo fatto di cielo e di pianeti, senza atmosfera o con un ossigeno ancora da scoprire.
Mi commuove la sua faccia, la faccia immensa e bianca della luna, il suo essere sola, nel nulla sospesa senza affondare in quel cielo che, spesso, appare come un cristallo tirato a lucido sul quale pattinare e pattinare, scivolare sui misteri che non ci siamo mai detti e che non sono, forse, per noi.
Magari della luna quello che mi sorprende e mi affascina è non conoscere e non sapere. Magari, vederla lì, gelata e altera, accoccolata nelle braccia immense del cielo quale signora e regina, mi fa pensare a quell’ingranaggio di stanca solitudine che mi accompagna.
Marta dice che sono un’incantatrice di api, come in quel film, “Pomodori verdi fritti”, dice che sono un’ammaliatrice di anime…dice di me cose così belle che poi non sempre sono, retaggio probabilmente di un’infanzia-adolescenza vissute insieme.
Io non mi sento così anche se spesso mi domando cosa di me attiri la gente: la stessa cosa che poi l’allontana. Una sincerità spaventosa e crudele, non per me, ma sì per gli altri che vogliono sentirsi dire e dare coccole di zucchero filato.
Ma io non sono la venditrice di confettini dolci e colorati delle fiere di paese che poi, quando li tieni in tasca troppo a lungo, si sciolgono e si stingono perdendo colore e sapore. Non sono nemmeno Mangiafuoco, né la Fata Turchina…non sono Pinocchio, né il Gatto e neppure la Volpe. Sono soltanto un essere quotidiano che nel vivere giornaliero spinge il carro dei suoi anni, cercando di non sconfinare nell’orizzonte sconosciuto di altri mondi perché questo mondo in cui vivo non mi piace, non lo nego, perché dovrei? Ma non sono in viaggio verso il niente, come tante volte in tanti anni passati: cerco me stessa continuamente e un intorno che sia leale, che non prometta falsi dei e che non rifugga da ciò che è vero,
Che difficile è a volte essere quello che si è, difficile e doloroso se la conquista di se stessi fatta nel corso dei secoli vissuti, come essere umano o come sasso, come fiore o come nuvola, non piace poi al mondo. È difficile e si paga, come sempre: tutto si paga, ancora prima che finisca la funzione, arriva qualcosa o qualcuno che ti dice che devi pagare il conto e tu paghi in moneta sonante che spesso coincide con il tuo stesso dolore.
Ma intanto, in questo viaggio di virtuosismi irrazionali, accompagno nel suo incedere leggero il giorno che nasce, già è nato e si stupisce nei miei occhi. Uno stupore sorprendente e chiaro, meraviglia di ciò che un giorno lontano è stato creato, da dio o dal e nel nulla, non ha importanza.
Allora sì posso sedermi ad ascoltare le storie fatte di silenzi e suoni degli alberi o delle montagne che sfiorano con la testa l’infinito antico e sconosciuto; posso lasciarmi andare e dondolarmi nel vuoto che lasciano i pensieri quando si distraggono e ti lasciano respirare in pace; posso far di me un incantesimo nel rintocco delle campane che è soltanto un’eco distorta nella lontananza e fare e comporre musica per un cielo che si fa chiaro e rimuove e scuote, a piccoli passi, la gentilezza della luce.
Ieri sera ho preparato una minestra di ceci prevedendo il freddo annunciato per oggi e l’ho lasciata lì a riposare, anche lei a riflettere sulla sua consistenza.
Alcuni cibi fatti il giorno prima, sono più buoni: forse, come gli esseri umani, acquistano esperienza, forse prendono coscienza, intensamente, del loro essere…o magari sono io che do loro l’importanza che non hanno, in questo caso e in altri, libera pensatrice e padrona.
È una vecchia ricetta che, in questo caso, non mi riporta al nord, ma verso il centro-sud del “benedetto assurdo bel paese“ - rimuginando Guccini - che mi ha visto nascere e crescere.
Ho imparato a conoscere ed apprezzare i ceci, questi incredibili interessanti sassolini, già da grande perché nella mia casa dell’infanzia non penso d’averli mai mangiati.
Ma uno dei miei lunghi viaggi verso l‘incoscienza, mi ha portato a Fano, verso il mare che sempre mi ha chiamato, come un sussurro, nella voce d’acqua dell’ultima delle onde della bassa marea e che mi ha avuto, poi, durante anni.
Mi viene in mente la campagna marchigiana che non tutti conoscono, come invece quella umbra per esempio: invece è bella e per me, figlia della pianura, bello il suo ondeggiare quasi senza il peso della gravità, dal mare alla collina in un sospiro. Colline morbide che non feriscono lo sguardo, sembrano i fianchi e la siluette di una bella donna, una donna che sa vivere di se stessa e della sua bellezza, una donna d’altri tempi. Sinuose ed invitanti, coperte di leggerezza verde, ondulanti nel vento calmo: quelle continuano ad essere le mie colline, quasi il richiamo della Terra Madre, io mi sento parte della loro storia, di colline e mare, di mare e colline. Di piccoli paesi persi nell’anonimato di strade a senso unico: la scalinata bianca di Corinaldo dove si perde e si ritrova, all’improvviso, un pozzo vecchio di secoli ed asciutto ormai, sterile tra i sassi e i ciuffi d’erba che gli crescono intorno; o la fortezza di Mondavio dove, ancora, vecchi cavalieri e nobili dame raccontano la loro epopea attraverso feritoie di castelli ristrutturati; e tanti altri…
Io so bene che quanto dico non piacerà a mia sorella, Katia, che invece vede in tutto quello che ha vagamente odore marchigiano, il demonio e la bruttura per circostanze, per contorni, per associazione di idee…chissà, forse si è sentita sempre troppo coinvolta nei miei errori ed io mille e mille volte le ho chiesto scusa in silenzio più che a parole…ma questa è un’altra storia…
Però so che invece sarà contenta di sapere e leggere tra le righe di questo blog perché è lei la vera artefice, nonostante sia io quella che scrive: è stato un impulso nato da un film, “Julie&Julia”, con una spettacolare magnifica Meryleen Streep, che un bel giorno proprio lei, la Katis, mi ha consigliato di vedere…sei proprio te, diceva…
Ed eccomi qua ad imbrattare fogli e fogli, grafomane e incapace di esiliarmi dalle parole.
Ma tornando ai ceci…
Il soffritto, per me, è sempre un’esplosione maestosa, violenta negli odori che scaturiscono da sedano carote e cipolla quando gli stessi si tuffano nell’olio e si lasciano scaldare dal fuoco del fornello. Questo è quasi sempre l’inizio dei miei piatti, con piccole varianti a volte, ma soltanto leggerezze che sfumano in cucina. Poi, quando le verdure diventano come trasparenti, quando i colori, sebbene immutati diventano coriandoli di gioia olfattiva, il prosciutto crudo torna a far del tutto una scintilla odorosa: cambia il profumo che si spande e padroneggia, non più vassallo ma signore dell’aria e nell’aria intorno. Come spiegarlo scrivendo? Solo posso dire che per me quella è una particella della felicità che vivo e che assaporo nei cibi e con i cibi, nei giorni e con i giorni.
Quando è rosolato, si fa scuro, perde quelle vene bianche di dolcezza e si trasforma in striscioline di croccante buonumore. È proprio in quel momento che partecipa al ballo il rosmarino, l’arbusto re delle colline e della mia cucina: ne butto un rametto, intero, senza romperne gli aghi né spezzarlo perché già sarà il gioco della lentezza del fuoco che ne staccherà le parti e lo unirà al suo girotondo.
Poi, per ultimi, i ceci: pietre giocose che saltano quando tutto ricomincia a bollire annegato nell’acqua che verso senza paura…e tutto si fonde e cuoce in un balletto che persegue e promuove la sua stessa musica, musica essenziale di battiti di vita, ricordata e riaccesa ogni volta.
Intanto si è alzato il vento, vento del nord che porterà, come nel film rivisto mille volte, Mary Poppins al suo daffare e me al mio, mentre sbatte sulle finestre e contro il cielo la sua rabbia atrofizzata nel lamento.
Saluti e baci...
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