mercoledì 10 novembre 2010

martedì 9 novembre 2010

C'era una volta...

La Ciclo genesi è passata,o almeno così pare.Il vento è giá soltanto una brezza leggera anche se il cielo è così luminosamente blu che fa venire i brividi.C’é una luna piccola,brillante e tagliente,come una virgola che è proprio come una congiunzione in cielo,di quelle che mettono punti o pause nelle frasi che si ripetono da sempre.
Mi sveglio di nuovo presto come se qualcuno ad una data ora mi chiamasse:spesso è il dolore al piede e alla gamba che mi chiama con ferocia e certi squilli fisici,come il dolore appunto,non puoi far finta di non sentirli.Ma non importa,cosí il giorno è lungo e lo vedo nascere lentamente,colorare di rosa ogni cosa,sfumare dal buio verso la luce con saggia maestria.Quella stessa attraverso la quale,ogni volta, posso sperimentare quanto grande sia quel che sta intorno e quanto piccola sia io.
Sono la “ragazza dell’alba”anche se ho vissuto tanti tramonti.
Mi emoziona sempre la luce che viene a piccoli passi,mi innamoro sempre del nuovo sole…sará che anche il mio nome ha origine in lui!

Ieri è stato un giorno di festa. Lo è per me ogni giorno passato con José,parlando o ridendo,guardando un film come abbiamo fatto ieri o semplicemente stando sbaraccati sul divano coccolando a Ghiaccio che di coccole non ne ha mai abbastanza.
Vivo sempre incontri ravvicinati con la solitudine,passo giorni interi parlando con me stessa nel mio mondo fatto spesso di silenzi.Non me ne compiaccio,ma nemmeno mi lamento ormai:ho molte più cose belle che brutte sulle quali riposare e delle quali essere felice.
Scrivere è la mia compagnia,scrivere e poi cancellare e tornare a scrivere.Mi accompagna nelle ore vuote dell’alba e durante il giorno con la camminata millenaria di chi,ormai,non ha più fretta né di cercare né d’incontrare perché ogni volta,quel che viene è un qualcosa incartato in lucida carta da regalo…e non si può chiedere di più alla vita.

Ieri ho cucinato le salsicce con i funghi e mi è tornata prepotentemente in mente mia madre:non che non stia sempre accanto a me,ma ci sono volte in cui la sento più presente,come un effetto fisico che mi rilassa e mi commuove.
Perché la salsiccia è tra i sapori che mi porto dietro fin dall’infanzia.Si mangiava molto a casa,forse perché costava poco,chissà…o semplicemente perché era una delle passioni di mia madre.
 Ancora ricordo certi panini con la salsiccia,le tartine dell’Adriana,appena sfornate,che quando le aprivi facevano come un fumetto caldo che aveva per me sempre quel profumo di giorno nuovo,di fragranza mattutina e di casa.
Ieri le ho cucinate con gli champignon,a José non piacciono i funghi secchi…e nemmeno la polenta gli piace,non posso proprio capirlo!

Faccio prima saltare la salsiccia in una padella quasi senz’olio,soltanto una spennellata sul fondo,perché quando si da un colpo di fuoco vivace alla carne,la catena di molecole che la forma rimane intatta,si blocca e il risultato è un punto speciale di sapore
La punzecchio qua e là,cosí l’essenza esce fuori ,si sgrassa e va a formare una base per l’intingolo che verrà.
Quando prende colore e la pelle intorno diventa un involucro croccante,versoo un bicchierino di brandy e,come in una festa,tutto comincia a saltare,allegro e divertito,ubriacando come sempre sapore e odore e,sul più bello delle danze,tolgo la salsiccia dal fuoco e la metto a riposare riposare..
Quindi faccioun soffritto con porro e carota che dà poi al sugo quella fragranza dolce e arancio che mi piace tanto. Mia madre non ha mai fatto soffritti,tutto a crudo,diceva,che cosí non fa male…ma io non posso resistere alla sensazione olfattiva che si libera,spezza le catene,vive vita propria,quando la verdura si lascia coccolare dal fuoco lento e poi sprigiona quell’aroma misterioso che sembra un rapporto d’amore,la verdura ed il fuoco e l’olio che si fonde nell’abbraccio con l‘aglio…
Aggiungo gli champignon e piano piano l’olio li  bacia,voluttuosamente,nascondendosi nel loro cuore.
Poi tuffo un trito di pomodoro,lascio che trovi il suo posto,che si faccia largo nella relazione giá cominciata e lo lascio lì,minuti di oblio,incorporandosi e cambiando il gusto di ogni cosa.
Aggiungo un po’ d’acqua di tanto in tanto,ma realmente li lascio fare,non è bello guardare da vicino un rapporto cosí privato,metto il coperchio e me ne dimentico per una mezz’ora almeno.
Soltanto negli ultimi dieci minuti,quando il sugo si fa spesso,quasi crema,aggiungo la salsiccia con le lacrime che ha versato all’essere punzecchiata e riapro le danze,prima a fuoco vivo,poi senza fretta,che la fretta uccide e rovina ogni cosa,in cucina e in ogni dove!
 
Mi è mancata la polenta,qui non riesco a trovare la farina:trovo quelle istantanee,ma non è la stessa cosa.
Mi affascina la farina,qualsiasi farina perché lavorata si trasforma,nelle mani o sul fuoco,unendosi e diventando una sola cosa.E quella di granoturco,granelli di polvere d’oro,sembrano le lentiggini del sole ed ha per me il vero significato della casa,delle origini,delle radici contadine.
Per me,figlia del nord,non potrebbe essere altrimenti:non ricordo racconto di mia nonna nel quale non ci fosse la polenta,dura,tagliata a fette quasi con un filo e divisa nei piatti :tanta gente intorno alla tavola,davanti al camino o ad una stufa a legna,e a turno passavano la polenta sui cibi appesi,penzolanti dal soffitto,insaccati o secchi,salamini o aringhe per esempio,perché la polenta ne catturasse almeno l’odore se non il sapore,e diventasse come un altro mangiare.I pochi soldi di un raccolto o lo stipendio povero e sudato in filanda,non permettevano che con la polenta ci fosse un salamino per ognuno,a volte uno diviso in tre,mi diceva sempre.

Altri tempi,altro vivere che però ho chiaro nella mente perché l’ho vissuto attraverso altre storie che poi sono le mie.Tradizioni che non ci sono più,ma che restano aggrappate fortemente al cuore e ritornano perché nel ricordo,niente muore mai
Saluti e baci…

lunedì 8 novembre 2010

Joselin

Gli alberi stanno lì,inginocchiati come in preghiera:davanti a me il salice che oggi piange ancor più forte versando nella pioggia le sue lacrime.Le sue chiome d’erba,foglie e lamenti sembrano sussurri,nel vento freddo che morde ogni cosa e la lascia ferite,sussurri cantati,una nenia fine nelle gocce d’acqua che gli fanno orchestra intorno.
Ciclogenesis Explosiva:paroloni per descrivere pioggia ballando col vento,vento che invita al ballo la pioggia…niente più.
Mi ricordo del mare,di Fano,delle passeggiate con Ghiaccio dentro la bora che strappa la pelle.
Quando tutti stavano in casa,sepolti dalla paura di cadere,noi due,il mio cane ed io,uscivamo accoppiati nel freddo lamento del vento,fino alla spiaggia.Pochi passi,cento passi forse…e poi il mare davanti a noi,così grande e spaventoso,gridando vendette antiche di marinai sepolti nelle onde. Che meraviglia quel mare che parlava e raccontava storie,con le onde bianche,bianco il mare nelle crespature delle onde!
Il mare dalle mille facce,con mille voci distinte,ma sempre lo stesso mare.Incappucciato e nervoso,canta canzoni disperate che ognuno interpreta come sa,ognuno inventa il suo concerto ricordando sconfitte o abusi,pianti e grida che qui violentano quel che è umano…e poi tace.
I colori si fondono nell’andirivieni mai monotono dei flutti,dal verde del profondo abisso alla spuma bianca che toglie la sete al cuore;gli azzurri e i turchesi non si vedono più,le onde sembrano un prato immenso in movimento che sembra venire a te rubandoti le tracce lasciate sulla sabbia.Una distesa di sogni rotti,incandescenti nel vento che brucia,che ti chiamano da lontano e tu non sai rispondere o forse,veramente,non devi.
Ghiaccio diventa nervosamente ballerino quando tira il vento,saltella come un grillo impazzito che non trova il suo posto nell’estate perché perso nei suoni gutturali di un’altra stagione.
Come se perdesse il controllo,Ghiaccio corre e frena sulla sabbia,alza terra e sassi nella corsa,si sporca e si riempie il pelo di pezzi di legno salati,di conchiglie spezzate,di tutti quei regali che incontra correndo e correndo verso un niente che lui vede.
Mi manca il mare,mi manca tanto che mi si spezza il fiato pensandoci.
Allora,quando la nostalgia è il desiderio di tornare,penso a quel poco che ho lasciato e a quel tutto che qui mi aspettava:è vero,sono lontana km dal mare,intorno a me vedo soltanto monti e alberi,colline scoscese ”…solo aghi di pino e silenzio e funghi…”.
Ma non cambierei la mia vita di oggi per la vita di ieri che di vita,poi,aveva soltanto i giorni che inesorabilmente vanno via.
Quel che ho,adesso,è quell’amore puro che non pensavo avrei mai conosciuto,quell’essere due e uno nello stesso tempo,quel gioco delle parti che soltanto avevo sentito raccontare o letto,qua e lá,nei libri.
Si chiama José ed è il mio compagno,nei giochi e nella verità:quando piango o quando rido,lui piange e ride con me ed è la cosa più bella che si può condividere.
La semplicità della vita è quello che quotidianamente ci scambiamo senza andare a cercare orpelli e complicazioni.
Soltanto giorni condivisi e accettati in due,senza friggere a fuoco vivo,ma cuocendo lentamente lo svolgersi degli eventi.
La certezza di non essere più sola,mai più sola,mi dà l’allegria e l’ironia del riderci su,di non naufragare nell’apatia noiosa del non far niente.
José è adesso il mio mare,è non aver paura di guardarmi nello specchio e vedermi diversa perché lui è sempre lì,dietro me,e dice “qué guapa eres…“e ci crede,lo vedo nei suoi occhi che curvano verso la malinconia -gli occhi tristi dei Martinez,dice la Guille…-
Perché ho un compagno d’avventura:la sincerità nel cammino,la dolcezza delle discese dopo l’ansia e la fatica del salire.É questo angolo di cielo,oggi scuro e feroce,dove sempre vedo nascere l’azzurro,all’orizzonte,dove una volta vedevo l’abbraccio materno del mare…adesso c’è lui,con braccia grandi,timide a volte come i suoi sorrisi,sorrisi che sconquassano di delicatezza il mio cuore.
È “l’uomo dalla triste figura”,il guerriero senza lancia,il condottiero nobile e fedele,è tutto e niente perché il niente è il tutto che poi scopri nella tua realtà.É Joselin...
Saluti e baci…

Alberto Bertoli - Le Cose Cambiano ( nuova versione)

Non sono soltanto parole...

Cade il giorno sul mondo,l'edera sul balcone muove leggera le sue foglie come fossero dita che disegnano nell'aria,un non so che artistico che non lascia traccia.

Spinta da un desiderio familiare,vorrei essere oggi più vicina,fisicamente più vicina,a mia sorella e vorrei poterle dire tante cose vis-à-vis,no attraverso un filo di voce che va da un capo all’altro del mondo.
Dirle che i conti,ognuno li paga alla propria cassa che é quella del supermercato della propria esistenza.
Che ti vende cose la vita,oggetti persone relazioni incontri valigie e souvenirs;ti vende biglietti per un teatro stanco di ridere...e poi,alla fine,quando stai per uscire,ti accorgi che l'attore eri tu,che la commedia é diventata a volte tragedia shakespeariana e le domande sono dubbi senza risposta.
Che l'importante é rendersi conto fin dall'inizio che si é l'attore protagonista,di quelli che,come Totó,recitavano a braccio:non servono copioni,ma sì un filo che ti regga il gioco,che ti assomigli quanto più é possibile,che non ti serva da catena,ma soltanto da filo -quel che in fondo é- per uscire fuori dal labirinto.
Dirle che l‘importante è cercarsi,riportare il dialogo su se stessi,non lasciarsi trascinare dalle maree...perché il mare é fratello e madre,ma a momenti diventa ostile e le onde ti catturano e ti lanciano verso un dove che non scegli. Sei tu sola,naufragando negli elementi,nel vento e nella follia di una tempesta che ti lascia senza forze,che ti ruba il fiato e l'indecenza e ti lascia nuda sulla spiaggia,se hai fortuna,se ci riesci.
Altrimenti ti porta via,lontano da te e da quel che sei...e non torni più.
Bisogna imparare a volersi bene,quel bene che spesso si vuole al mondo e che verso di sé,al contrario,diventa quasi indifferenza. A volte,io voglio più bene allo sconosciuto,a chi sfioro un istante e poi s'allontana e m'allontano,che al presente viscerale di chi ha soltanto voglia di giocare.
Mi pare che un istante per se stessi,dedicato a te sola,vale più di un'intera vita di corse e treni persi.
E poi,raggomitolarsi sul proprio dolore serve a rinascere.Ricomporre la matassa dei propri giorni ti permette poi poter lavorare il gomitolo e farne un maglione che ti tenga caldo nei giorni lunghi di freddo
Perché nei giorni che passano e vanno verso la sera,ti ritrovi da sola davanti allo specchio dei desideri, ti ritrovi umile e stanca e se non ti piace quel che vedi,chi danzerà con te la danza delle ore?
Io vengo da tre anni che sono stati più lunghi e cattivi dei quasi cinquanta che ho.Vengo da un abisso che ha fatto di tutto per inghiottirmi,vengo da una malattia nata nella banalità e conclusa in un dramma.
Sono stati tre anni d'immobilità,di silenzio dell'anima,quello stesso che però mi ha permesso ritrovarmi,dopo lunghi giorni di ascolto,e di riuscire finalmente a ricomporre un dialogo con me stessa.
Sono stati anni di buio anche se fuori c'era il sole:dentro me la pioggia e la neve dell'inverno coprivano ogni cosa.
Certo,dalla mia parte ho quella testardaggine ciclopica che spesso diventa il difetto più feroce che ho.In questo caso,testardaggine e coscienza della stessa e costanza,sono quel filo che mi ha condotto fuori dal labirinto
C'é un minotauro in qualsiasi angolo della tua anima,un essere che violentemente ti trascina dove vuole,nell'abisso dell'incoerenza che sfiora la follia.
Io non ho mai voluto morire,non ci ho mai pensato in questi lunghi anni,anni in cui un secondo o un minuto o un'ora erano il bagaglio pesante che mi caricavo addosso e io,mulo da soma -lo diceva sempre mia nonna,sei come tua madre...un mulo che porta sassi...-, caricavo e camminavo nell'immobilità con la corporazione intera dei dottori che diceva "Trovati degli hobbies,non so,un qualcosa,perché dalle stampelle non ti stacchi più...questo é quel che ti rimane,la tua casa e il tuo dolore...." ...e io andavo e caricavo,dolore e lacrime,tante lacrime e poi ancora dolore
E un bel giorno di marzo,la primavera scoppiava davvero dentro e fuori di me,il dolore piano piano era diventato debole,soltanto un ago,fastidioso sì,ma sopportabile...e l'immobilità un ricordo da non dimenticare.
Questo per dire che il lavoro su se stessi é quel bagliore che rende possibile ogni cosa.Ma devi dedicargli tempo,tempo a te stessa prima che il drago uccida la principessa con il suo sorriso di fuoco.E chi deve uccidere il drago sei tu perché il drago vive in te,é parte di quel mondo che hai lasciato lì,dimenticato,impolverato...E pensavo a mia sorella e le dicevo “Datti una possibilità per imparare quel che sei Katis,per ritrovare i tuoi riccioli incandescenti fatti di fili di rame,intrecciali e ricomponi il cespuglio vitale che ti darà nuova linfa.
Lavorati addosso,cercati nella profondità del mare e poi dallo sconcerto arriva la certezza di esistere per qualcosa,per se stessi e dopo,soltanto dopo,per il mondo”
E continuavo,come se potesse ascoltare le mie parole:“Io ti voglio tanto bene...e te lo dico e te lo ripeto ogni volta,senza stancarmi mai…“
Ed è vero,glielo dico e non soltanto qui dove sbuccio le idee e trovo le parole come piccoli frutti amari che raccolgono me,non sono io quella che vaga per il frutteto,sono loro che mi chiamano ed io,ogni volta,rispondo…
Saluti e baci...

domenica 7 novembre 2010

Cosí é...

Il blu del cielo sta già scivolando via, insieme alla notte e ai sogni che, a volte, si ritrovano sul cuscino, ballerini che seguono il ritmo di danze ancestrali che accompagnano il mondo nella giravolta ciclica del suo esistere.
Dalla finestra, oggi, non vedo la luna, ma nuvole chiare che soltanto sfumano il cielo d’azzurro pallido, quasi bianco, impercettibili soffi d’aria in un orizzonte quasi pulito.
Non ho mai considerato la notte una compagna nonostante durante anni mi abbia tenuto compagnia, o forse io a lei, e consolato dei miei dolori, più fisici che spirituali; è sempre stata, invece, una viaggiatrice, come me del resto, nel cammino che porta dal buio alla luce, dall’etereo sognato al domani che è già oggi.
Eppure, quando vedo la luna, riesco persino a commuovermi, forse perché piace tanto a José, l’uomo della luna che sulla luna, alcun giorno, vorrebbe andare: così tanto l’affascina l’universo e la sua grandezza, l’universo fatto di cielo e di pianeti, senza atmosfera o con un ossigeno ancora da scoprire.
Mi commuove la sua faccia, la faccia immensa e bianca della luna, il suo essere sola, nel nulla sospesa senza affondare in quel cielo che, spesso, appare come un cristallo tirato a lucido sul quale pattinare e pattinare, scivolare sui misteri che non ci siamo mai detti e che non sono, forse, per noi.
Magari della luna quello che mi sorprende e mi affascina è non conoscere e non sapere. Magari, vederla lì, gelata e altera, accoccolata nelle braccia immense del cielo quale signora e regina, mi fa pensare a quell’ingranaggio di stanca solitudine che mi accompagna.

Marta dice che sono un’incantatrice di api, come in quel film, “Pomodori verdi fritti”, dice che sono un’ammaliatrice di anime…dice di me cose così belle che poi non sempre sono, retaggio probabilmente di un’infanzia-adolescenza vissute insieme.
Io non mi sento così anche se spesso mi domando cosa di me attiri la gente: la stessa cosa che poi l’allontana. Una sincerità spaventosa e crudele, non per me, ma sì per gli altri che vogliono sentirsi dire e dare coccole di zucchero filato.
Ma io non sono la venditrice di confettini dolci e colorati delle fiere di paese che poi, quando li tieni in tasca troppo a lungo, si sciolgono e si stingono perdendo colore e sapore. Non sono nemmeno Mangiafuoco, né la Fata Turchina…non sono Pinocchio, né il Gatto e neppure la Volpe. Sono soltanto un essere quotidiano che nel vivere giornaliero spinge il carro dei suoi anni, cercando di non sconfinare nell’orizzonte sconosciuto di altri mondi perché questo mondo in cui vivo non mi piace, non lo nego, perché dovrei? Ma non sono in viaggio verso il niente, come tante volte in tanti anni passati: cerco me stessa continuamente e un intorno che sia leale, che non prometta falsi dei e che non rifugga da ciò che è vero,
Che difficile è a volte essere quello che si è, difficile e doloroso se la conquista di se stessi fatta nel corso dei secoli vissuti, come essere umano o come sasso, come fiore o come nuvola, non piace poi al mondo. È difficile e si paga, come sempre: tutto si paga, ancora prima che finisca la funzione, arriva qualcosa o qualcuno che ti dice che devi pagare il conto e tu paghi in moneta sonante che spesso coincide con il tuo stesso dolore.

Ma intanto, in questo viaggio di virtuosismi irrazionali, accompagno nel suo incedere leggero il giorno che nasce, già è nato e si stupisce nei miei occhi. Uno stupore sorprendente e chiaro, meraviglia di ciò che un giorno lontano è stato creato, da dio o dal e nel nulla, non ha importanza.
Allora sì posso sedermi ad ascoltare le storie fatte di silenzi e suoni degli alberi o delle montagne che sfiorano con la testa l’infinito antico e sconosciuto; posso lasciarmi andare e dondolarmi nel vuoto che lasciano i pensieri quando si distraggono e ti lasciano respirare in pace; posso far di me un incantesimo nel rintocco delle campane che è soltanto un’eco distorta nella lontananza e fare e comporre musica per un cielo che si fa chiaro e rimuove e scuote, a piccoli passi, la gentilezza della luce.


Ieri sera ho preparato una minestra di ceci prevedendo il freddo annunciato per oggi e l’ho lasciata lì a riposare, anche lei a riflettere sulla sua consistenza.
Alcuni cibi fatti il giorno prima, sono più buoni: forse, come gli esseri umani, acquistano esperienza, forse prendono coscienza, intensamente, del loro essere…o magari sono io che do loro l’importanza che non hanno, in questo caso e in altri, libera pensatrice e padrona.
È una vecchia ricetta che, in questo caso, non mi riporta al nord, ma verso il centro-sud del “benedetto assurdo bel paese“ - rimuginando Guccini - che mi ha visto nascere e crescere.
Ho imparato a conoscere ed apprezzare i ceci, questi incredibili interessanti sassolini, già da grande perché nella mia casa dell’infanzia non penso d’averli mai mangiati.
Ma uno dei miei lunghi viaggi verso l‘incoscienza, mi ha portato a Fano, verso il mare che sempre mi ha chiamato, come un sussurro, nella voce d’acqua dell’ultima delle onde della bassa marea e che mi ha avuto, poi, durante anni.
Mi viene in mente la campagna marchigiana che non tutti conoscono, come invece quella umbra per esempio: invece è bella e per me, figlia della pianura, bello il suo ondeggiare quasi senza il peso della gravità, dal mare alla collina in un sospiro. Colline morbide che non feriscono lo sguardo, sembrano i fianchi e la siluette di una bella donna, una donna che sa vivere di se stessa e della sua bellezza, una donna d’altri tempi. Sinuose ed invitanti, coperte di leggerezza verde, ondulanti nel vento calmo: quelle continuano ad essere le mie colline, quasi il richiamo della Terra Madre, io mi sento parte della loro storia, di colline e mare, di mare e colline. Di piccoli paesi persi nell’anonimato di strade a senso unico: la scalinata bianca di Corinaldo dove si perde e si ritrova, all’improvviso, un pozzo vecchio di secoli ed asciutto ormai, sterile tra i sassi e i ciuffi d’erba che gli crescono intorno; o la fortezza di Mondavio dove, ancora, vecchi cavalieri e nobili dame raccontano la loro epopea attraverso feritoie di castelli ristrutturati; e tanti altri…
Io so bene che quanto dico non piacerà a mia sorella, Katia, che invece vede in tutto quello che ha vagamente odore marchigiano, il demonio e la bruttura per circostanze, per contorni, per associazione di idee…chissà, forse si è sentita sempre troppo coinvolta nei miei errori ed io mille e mille volte le ho chiesto scusa in silenzio più che a parole…ma questa è un’altra storia…
Però so che invece sarà contenta di sapere e leggere tra le righe di questo blog perché è lei la vera artefice, nonostante sia io quella che scrive: è stato un impulso nato da un film, “Julie&Julia”, con una spettacolare magnifica Meryleen Streep, che un bel giorno proprio lei, la Katis, mi ha consigliato di vedere…sei proprio te, diceva…
Ed eccomi qua ad imbrattare fogli e fogli, grafomane e incapace di esiliarmi dalle parole.

Ma tornando ai ceci…
Il soffritto, per me, è sempre un’esplosione maestosa, violenta negli odori che scaturiscono da sedano carote e cipolla quando gli stessi si tuffano nell’olio e si lasciano scaldare dal fuoco del fornello. Questo è quasi sempre l’inizio dei miei piatti, con piccole varianti a volte, ma soltanto leggerezze che sfumano in cucina. Poi, quando le verdure diventano come trasparenti, quando i colori, sebbene immutati diventano coriandoli di gioia olfattiva, il prosciutto crudo torna a far del tutto una scintilla odorosa: cambia il profumo che si spande e padroneggia, non più vassallo ma signore dell’aria e nell’aria intorno. Come spiegarlo scrivendo? Solo posso dire che per me quella è una particella della felicità che vivo e che assaporo nei cibi e con i cibi, nei giorni e con i giorni.
Quando è rosolato, si fa scuro, perde quelle vene bianche di dolcezza e si trasforma in striscioline di croccante buonumore. È proprio in quel momento che partecipa al ballo il rosmarino, l’arbusto re delle colline e della mia cucina: ne butto un rametto, intero, senza romperne gli aghi né spezzarlo perché già sarà il gioco della lentezza del fuoco che ne staccherà le parti e lo unirà al suo girotondo.
Poi, per ultimi, i ceci: pietre giocose che saltano quando tutto ricomincia a bollire annegato nell’acqua che verso senza paura…e tutto si fonde e cuoce in un balletto che persegue e promuove la sua stessa musica, musica essenziale di battiti di vita, ricordata e riaccesa ogni volta.

Intanto si è alzato il vento, vento del nord che porterà, come nel film rivisto mille volte, Mary Poppins al suo daffare e me al mio, mentre sbatte sulle finestre e contro il cielo la sua rabbia atrofizzata nel lamento.
Saluti e baci...
 

sabato 6 novembre 2010

Cucinare è per me un miscuglio di energie e passioni, una magia che rinnova e trasforma gli elementi.
É quasi chimica, senza numeri, ma sí con esperimenti costanti: il risultato é l'incantesimo della trasformazione da uno stato ad un altro.
E’ bello, mi piace vedere come la farina si mescola all’acqua, per esempio, per diventare una massa morbida, appiccicata alle dita come edera ad un cancello. Poi elastica e porosa quando il lievito la fa respirare, le soffia dentro un alito sottile che sembra vento ma senza forza, un vento inventato. E bollicine che la riempiono, quale matrona avanti con gli anni. Ma non é grassa, é fatta solo d’aria. E lo vedi quando devi sgonfiare quell'impasto di soffice armonia, quasi litigando coi pugni stretti per riportarla ad una dimensione inferiore, piú pesante, giá senz'aria e malleabile sotto le dita.

E le mani, magico strumento di forza e potere, immerse come a cercare d’inventare, odorose di pane primitivo, ancora non fatto. Mentre prende forma la palla di farina ed acqua e si trasforma in filoncino o rosetta o quello che salta in mente in quell'istante, io mi sento quell'artista che avrei voluto essere e non sono, quello scultore che troneggia sugli elementi dominandoli. O forse soltanto usando della loro forza per ritrovare la sua.

Faccio quasi ogni giorno il pane per ricordare, ricordare l’infanzia ed i suoi odori. Il profumo nell’angolo della via veniva dalla bottega dell’Adriana che buttava fuori, nel freddo del mattino, come una nuvoletta di fragranze quotidiane, pane e focacce dolci e salate...
Poca cosa, pochi generi e quasi sempre quelli. Pane comune e piú raffinato, all'olio e al latte, francesine e biove, rosette e filoncini e due tipi di focacce, una dolce con granelli di zucchero quasi trasparente e sciolto nel calore del forno, annerito qua e lá, e se arrivavi un po' piú tardi non ne trovavi piú; l'altra salata, con sassolini minuscoli di sale grosso sparsi sopra un po' alla rinfusa.
Per me, bambina vorace e golosa, un invito alla fame: un panino con la mortadella o con burro e zucchero o nutella...e i ricordi si fanno sottili per penetrare meglio gli angoli della memoria. A volte sono ritagli di un libro che si è ingiallito con la polvere del tempo, zafferano sciolto in luoghi quieti dove correre non ha piú senso perché il tempo, ormai, si é giá fermato. Ma che rimane li da sfogliare, di tanto in tanto, per non dimenticare quello che uno è stato, che forse ancora è. Come un quaderno di poesie lasciato lí sul comodino, mai dimenticato, che si prende e si legge a piccoli sorsi, senza esagerare.
E rimodellando l’architettura di un cortile, vedo ancora un cilindro di pietra sul quale sedersi ad aspettare mia madre e la bicicletta rossa e scassata appare d’improvviso in fondo alla via...

Che strano effetto ha il profumo del cibo su di me, non impregna solo il naso, penetra profondamente fino a toccare anche la mente ed il cuore con le sue radici che si spingono fuori, nell’aria, in circoli immaginati.
Ricostruisce episodi e sensazioni, inganna il ricordo, bara e lo trasforma in codici reali...reali per me almeno...
Per questo e per altro ancora, quasi tutti i giorni, come ho detto, faccio il pane e uno in particolare mi piace: pane con le olive, forte e deciso, un sapore che si sposa con se stesso riempiendosi la pancia di profumo e consistenza essenziale.
Non voglio scrivere qui le ricette, non penso che serva a qualcosa: se qualcuno un giorno le vorrá, preso dalla frenesia della chimica, me le puó chiedere...
Ma ce ne sono alcune, quelle di mia madre, quelle che racchiudono il segreto di almeno tre generazioni e che raccontano storie e vissuti che non mi sembra giusto raccontare, quelle stesse non le voglio compartire con nessuno. Hanno dentro il sorriso e la forza di mia madre, la sua gentilezza aspra e silenziosa; mi ricordano le sue mani piene di calli che davano carezze ruvide, ma che si fondevano letteralmente nel cuore perché proprio lí dentro nascevano e crescevano per poi essere un regalo, desiderato, cercato, immenso.
Quindi sono mie e non le posso dividere con altri: sono nate prima di me in quella famiglia matriarcale e contadina dove gli uomini parevano essere soltanto un'appendice e moriranno con me perché dopo di me non c'é nessuna bambina-donna alla quale regalare quello stesso sorriso.
Perché, in fondo, anche cucinare é riportare in vita un passato che sta al limite del tuo futuro, che lo accarezza e lo incita a crescere e volare: per me, autodidatta, nella vita e nella cucina, é molto piú di olio in una padella e friggere una fettina. É abbracciarsi ed abbracciare quelli che mi stanno davanti, quelle persone che ho con me e che ho avuto, é il rito magico e perenne dell'esistenza.
Cogli i frutti di una Terra Madre e li fai tuoi e si trasformano dentro una pentola, in una teglia o nelle tue mani. Quella Terra Madre che é stata anche madre di mia madre e di mia nonna e di tutti quelli che l'hanno preceduta.
Per me cucinare non é come passare il tempo e tanto meno sprecarlo: é come vivere insieme agli elementi che per qualche remota ragione mi sono offerti e che faccio miei con il rispetto e la gioia di sentirsi, soprattutto, parte di una tradizione...e quando cucino, finalmente, non sono del tutto sola perché qualcuno, in qualche modo, mi sta accompagnando dentro ricette di secoli, antiche di memoria e di saggia proporzione, di nuova essenza quando le reinvento cercando di non violentare il loro nucleo vitale.

Sta scendendo giá la sera, nuvole rosa in un orizzonte lontano. Davanti la piscina, a destra un salice piangente che sembra stagliarsi senza prospettiva sulla cime delle montagne. Scende la sera ed io mi raccolgo come in un guscio d'ombre larghe e lunghe, ad aspettare che mi piovano dolcemente addosso nuove idee...
Saluti e baci!      

venerdì 5 novembre 2010

Oggi,mentre la Storia continua raccontando le sue gesta, mentre il sole spolverizza di attimi fosforescenti ogni cosa ed ogni essere che vive o vegeta sotto di lui, quando il tempo e l'orologio volgono a mezzogiorno, mentre il silenzio sgrana il suo rosario di preghiere a un dio che certe volte ascolta, altrettante no...seduta accanto alla tastiera che sente le mie dita sfiorarla, le sente battere una musica senza suoni, un ritmo frenetico che sembra assecondare i pensieri come fossero il battito del suo stesso cuore, oggi sto qui, inventando di nuovo parole come attimi di assenza ritrovati.
La voglia e il desiderio di parlare, forse, rimangono immutati. Sono gli stessi che da sempre mi sento addosso,cuciti come un abito fatto su misura.
Quello che ho e quello che vorrei sono un unico scopo, sono l'unica meta che mi prefiggo quando mi sveglio nel cuore di un mattino che verrá, come sempre, cacciando via la paura.
Anche l'amore per le parole é rimasto uguale, fermo, come statico in un tempo che invece corre verso il suo destino che é poi il mio, una meta che si deve raggiungere e non si vuole. Perché il Tempo é amico e nemico, amante e " bandolero stanco ", fata e strega. Ma é sincero, non inganna e non delude. E´ semplicemente il Tempo, un groviglio astratto di minuti e ore e anni, secoli infiniti che sfumano in un istante; o al contrario una certezza concreta, di quelle che sembra non si possano toccare e che invece sono fatte col piombo del tuo passato e del tuo divenire e, se ci pensi forte, la puoi toccare e anche vedere.
Insomma, mi sono regalata un sogno: forse quel libro che non posso o non oso pubblicare, vedrá l'altra essenza del suo essere farsi pagina e, magari, qualcuno la leggerá e si sentirá chiamare per nome. Sentirá recitare, sillaba dopo sillaba, atto dopo atto, la storia stessa della sua vita: un atto teatrale, scenico e forzato, librarsi come nuvola in un cielo che ondeggia nel vento.
Non vuole essere nient'altro che lo schizzo di un disegno fatto coi colori delle parole, sulla tavolozza della pagina bianca che, d'improvviso, si fa telaio e compone ricami e merletti, con l'abilitá antica di chi c'ha provato e riprovato tante volte.
E mi accompagnerá nel viaggio la mia cucina, le ricette, la grazia infinita di un impasto che sta lentamente lievitando al buio e che poi si trasforma in pane, torta, pizza o chissá che; sará la forza e il calore di un forno che s'accende o di mani dentro un insieme di farina e acqua, di umiltá verso il passato che per me ha mille odori e si identifica, se non sempre molto spesso, nei profumi che si spandevano dalle case al mondo esterno invadendo le mie passeggiate sul filo dei ricordi.
Cosí, come allora e tuttora, il cibo cucinato lentamente con l'amore che io sento verso me stessa, verso le persone che fanno girotondo intorno a me, verso la stessa vita insomma, torna e ritorna nello svolgersi strampalato dalla matassa dei miei giorni al filo che li tiene insieme e li lega. Gli odori del profondo nord dove sono nata, le polente o i cotechini, le lenticchie o i risotti, strani dolci fatti di riso e latte, frittelle di mele...quante cose!...si fondono e si confondono anche adesso: quando un ricordo affiora, spesso si ricicla in un odore che mi prende e mi avvolge.
In queste pagine che mi ostino a non vedere come espressioni virtuali, ma come vecchi libri che raccontano, una riga dopo l'altra, tra una virgola ed un punto, quel che ho fatto, quel che ho vissuto, quel che faccio o che faró...in queste pagine dicevo, raccolgo a piene mani il raccolto di quel che ho seminato negli anni. Una sorta di biglietto da visita, ampio e poco formale, di quel che sono o sono stata insieme, ovviamente, alle idee strampalate di qualche vecchia canzone che raccontano con altre bocche la mia storia.
E ci saranno attimi di smarrimento, ingredienti che danzano leggeri nella costruzione o nel racconto di qualcosa. O magari semplicemente emozioni e sensazioni.
Un bel giorno, oggi per essere precisi, 5 di novembre del 2010, ho deciso che andava bene, che era il momento di sperimentare la timidezza che di me pochi conoscono e di giocare con lei una partita...chissá chi vince!
Perché, se ci penso, non é facile raccontarsi, raccontarsi davvero, nella solitudine del proprio silenzio che peró si fa grido quando le parole non sono piú soltanto tue perché le lasci lí, come sospese nel velo etereo di una rete, in balía di giudizi estranei e di considerazioni che non sono le tue.
Io ci provo: chissá, magari qualcuno s'azzarda ad entrare in questo mondo di sospiri e cibo, di libri che si lasciano leggere in fretta e di ansia, nonostante tutto, di continuare il viaggio.
Benvenuti a bordo...