Il blu del cielo sta già scivolando via, insieme alla notte e ai sogni che, a volte, si ritrovano sul cuscino, ballerini che seguono il ritmo di danze ancestrali che accompagnano il mondo nella giravolta ciclica del suo esistere.
Dalla finestra, oggi, non vedo la luna, ma nuvole chiare che soltanto sfumano il cielo d’azzurro pallido, quasi bianco, impercettibili soffi d’aria in un orizzonte quasi pulito.
Non ho mai considerato la notte una compagna nonostante durante anni mi abbia tenuto compagnia, o forse io a lei, e consolato dei miei dolori, più fisici che spirituali; è sempre stata, invece, una viaggiatrice, come me del resto, nel cammino che porta dal buio alla luce, dall’etereo sognato al domani che è già oggi.
Eppure, quando vedo la luna, riesco persino a commuovermi, forse perché piace tanto a José, l’uomo della luna che sulla luna, alcun giorno, vorrebbe andare: così tanto l’affascina l’universo e la sua grandezza, l’universo fatto di cielo e di pianeti, senza atmosfera o con un ossigeno ancora da scoprire.
Mi commuove la sua faccia, la faccia immensa e bianca della luna, il suo essere sola, nel nulla sospesa senza affondare in quel cielo che, spesso, appare come un cristallo tirato a lucido sul quale pattinare e pattinare, scivolare sui misteri che non ci siamo mai detti e che non sono, forse, per noi.
Magari della luna quello che mi sorprende e mi affascina è non conoscere e non sapere. Magari, vederla lì, gelata e altera, accoccolata nelle braccia immense del cielo quale signora e regina, mi fa pensare a quell’ingranaggio di stanca solitudine che mi accompagna.
Marta dice che sono un’incantatrice di api, come in quel film, “Pomodori verdi fritti”, dice che sono un’ammaliatrice di anime…dice di me cose così belle che poi non sempre sono, retaggio probabilmente di un’infanzia-adolescenza vissute insieme.
Io non mi sento così anche se spesso mi domando cosa di me attiri la gente: la stessa cosa che poi l’allontana. Una sincerità spaventosa e crudele, non per me, ma sì per gli altri che vogliono sentirsi dire e dare coccole di zucchero filato.
Ma io non sono la venditrice di confettini dolci e colorati delle fiere di paese che poi, quando li tieni in tasca troppo a lungo, si sciolgono e si stingono perdendo colore e sapore. Non sono nemmeno Mangiafuoco, né la Fata Turchina…non sono Pinocchio, né il Gatto e neppure la Volpe. Sono soltanto un essere quotidiano che nel vivere giornaliero spinge il carro dei suoi anni, cercando di non sconfinare nell’orizzonte sconosciuto di altri mondi perché questo mondo in cui vivo non mi piace, non lo nego, perché dovrei? Ma non sono in viaggio verso il niente, come tante volte in tanti anni passati: cerco me stessa continuamente e un intorno che sia leale, che non prometta falsi dei e che non rifugga da ciò che è vero,
Che difficile è a volte essere quello che si è, difficile e doloroso se la conquista di se stessi fatta nel corso dei secoli vissuti, come essere umano o come sasso, come fiore o come nuvola, non piace poi al mondo. È difficile e si paga, come sempre: tutto si paga, ancora prima che finisca la funzione, arriva qualcosa o qualcuno che ti dice che devi pagare il conto e tu paghi in moneta sonante che spesso coincide con il tuo stesso dolore.
Ma intanto, in questo viaggio di virtuosismi irrazionali, accompagno nel suo incedere leggero il giorno che nasce, già è nato e si stupisce nei miei occhi. Uno stupore sorprendente e chiaro, meraviglia di ciò che un giorno lontano è stato creato, da dio o dal e nel nulla, non ha importanza.
Allora sì posso sedermi ad ascoltare le storie fatte di silenzi e suoni degli alberi o delle montagne che sfiorano con la testa l’infinito antico e sconosciuto; posso lasciarmi andare e dondolarmi nel vuoto che lasciano i pensieri quando si distraggono e ti lasciano respirare in pace; posso far di me un incantesimo nel rintocco delle campane che è soltanto un’eco distorta nella lontananza e fare e comporre musica per un cielo che si fa chiaro e rimuove e scuote, a piccoli passi, la gentilezza della luce.
Ieri sera ho preparato una minestra di ceci prevedendo il freddo annunciato per oggi e l’ho lasciata lì a riposare, anche lei a riflettere sulla sua consistenza.
Alcuni cibi fatti il giorno prima, sono più buoni: forse, come gli esseri umani, acquistano esperienza, forse prendono coscienza, intensamente, del loro essere…o magari sono io che do loro l’importanza che non hanno, in questo caso e in altri, libera pensatrice e padrona.
È una vecchia ricetta che, in questo caso, non mi riporta al nord, ma verso il centro-sud del “benedetto assurdo bel paese“ - rimuginando Guccini - che mi ha visto nascere e crescere.
Ho imparato a conoscere ed apprezzare i ceci, questi incredibili interessanti sassolini, già da grande perché nella mia casa dell’infanzia non penso d’averli mai mangiati.
Ma uno dei miei lunghi viaggi verso l‘incoscienza, mi ha portato a Fano, verso il mare che sempre mi ha chiamato, come un sussurro, nella voce d’acqua dell’ultima delle onde della bassa marea e che mi ha avuto, poi, durante anni.
Mi viene in mente la campagna marchigiana che non tutti conoscono, come invece quella umbra per esempio: invece è bella e per me, figlia della pianura, bello il suo ondeggiare quasi senza il peso della gravità, dal mare alla collina in un sospiro. Colline morbide che non feriscono lo sguardo, sembrano i fianchi e la siluette di una bella donna, una donna che sa vivere di se stessa e della sua bellezza, una donna d’altri tempi. Sinuose ed invitanti, coperte di leggerezza verde, ondulanti nel vento calmo: quelle continuano ad essere le mie colline, quasi il richiamo della Terra Madre, io mi sento parte della loro storia, di colline e mare, di mare e colline. Di piccoli paesi persi nell’anonimato di strade a senso unico: la scalinata bianca di Corinaldo dove si perde e si ritrova, all’improvviso, un pozzo vecchio di secoli ed asciutto ormai, sterile tra i sassi e i ciuffi d’erba che gli crescono intorno; o la fortezza di Mondavio dove, ancora, vecchi cavalieri e nobili dame raccontano la loro epopea attraverso feritoie di castelli ristrutturati; e tanti altri…
Io so bene che quanto dico non piacerà a mia sorella, Katia, che invece vede in tutto quello che ha vagamente odore marchigiano, il demonio e la bruttura per circostanze, per contorni, per associazione di idee…chissà, forse si è sentita sempre troppo coinvolta nei miei errori ed io mille e mille volte le ho chiesto scusa in silenzio più che a parole…ma questa è un’altra storia…
Però so che invece sarà contenta di sapere e leggere tra le righe di questo blog perché è lei la vera artefice, nonostante sia io quella che scrive: è stato un impulso nato da un film, “Julie&Julia”, con una spettacolare magnifica Meryleen Streep, che un bel giorno proprio lei, la Katis, mi ha consigliato di vedere…sei proprio te, diceva…
Ed eccomi qua ad imbrattare fogli e fogli, grafomane e incapace di esiliarmi dalle parole.
Ma tornando ai ceci…
Il soffritto, per me, è sempre un’esplosione maestosa, violenta negli odori che scaturiscono da sedano carote e cipolla quando gli stessi si tuffano nell’olio e si lasciano scaldare dal fuoco del fornello. Questo è quasi sempre l’inizio dei miei piatti, con piccole varianti a volte, ma soltanto leggerezze che sfumano in cucina. Poi, quando le verdure diventano come trasparenti, quando i colori, sebbene immutati diventano coriandoli di gioia olfattiva, il prosciutto crudo torna a far del tutto una scintilla odorosa: cambia il profumo che si spande e padroneggia, non più vassallo ma signore dell’aria e nell’aria intorno. Come spiegarlo scrivendo? Solo posso dire che per me quella è una particella della felicità che vivo e che assaporo nei cibi e con i cibi, nei giorni e con i giorni.
Quando è rosolato, si fa scuro, perde quelle vene bianche di dolcezza e si trasforma in striscioline di croccante buonumore. È proprio in quel momento che partecipa al ballo il rosmarino, l’arbusto re delle colline e della mia cucina: ne butto un rametto, intero, senza romperne gli aghi né spezzarlo perché già sarà il gioco della lentezza del fuoco che ne staccherà le parti e lo unirà al suo girotondo.
Poi, per ultimi, i ceci: pietre giocose che saltano quando tutto ricomincia a bollire annegato nell’acqua che verso senza paura…e tutto si fonde e cuoce in un balletto che persegue e promuove la sua stessa musica, musica essenziale di battiti di vita, ricordata e riaccesa ogni volta.
Intanto si è alzato il vento, vento del nord che porterà, come nel film rivisto mille volte, Mary Poppins al suo daffare e me al mio, mentre sbatte sulle finestre e contro il cielo la sua rabbia atrofizzata nel lamento.
Saluti e baci...
domenica 7 novembre 2010
sabato 6 novembre 2010
Cucinare è per me un miscuglio di energie e passioni, una magia che rinnova e trasforma gli elementi.
É quasi chimica, senza numeri, ma sí con esperimenti costanti: il risultato é l'incantesimo della trasformazione da uno stato ad un altro.
E’ bello, mi piace vedere come la farina si mescola all’acqua, per esempio, per diventare una massa morbida, appiccicata alle dita come edera ad un cancello. Poi elastica e porosa quando il lievito la fa respirare, le soffia dentro un alito sottile che sembra vento ma senza forza, un vento inventato. E bollicine che la riempiono, quale matrona avanti con gli anni. Ma non é grassa, é fatta solo d’aria. E lo vedi quando devi sgonfiare quell'impasto di soffice armonia, quasi litigando coi pugni stretti per riportarla ad una dimensione inferiore, piú pesante, giá senz'aria e malleabile sotto le dita.
E le mani, magico strumento di forza e potere, immerse come a cercare d’inventare, odorose di pane primitivo, ancora non fatto. Mentre prende forma la palla di farina ed acqua e si trasforma in filoncino o rosetta o quello che salta in mente in quell'istante, io mi sento quell'artista che avrei voluto essere e non sono, quello scultore che troneggia sugli elementi dominandoli. O forse soltanto usando della loro forza per ritrovare la sua.
Faccio quasi ogni giorno il pane per ricordare, ricordare l’infanzia ed i suoi odori. Il profumo nell’angolo della via veniva dalla bottega dell’Adriana che buttava fuori, nel freddo del mattino, come una nuvoletta di fragranze quotidiane, pane e focacce dolci e salate...
Poca cosa, pochi generi e quasi sempre quelli. Pane comune e piú raffinato, all'olio e al latte, francesine e biove, rosette e filoncini e due tipi di focacce, una dolce con granelli di zucchero quasi trasparente e sciolto nel calore del forno, annerito qua e lá, e se arrivavi un po' piú tardi non ne trovavi piú; l'altra salata, con sassolini minuscoli di sale grosso sparsi sopra un po' alla rinfusa.
Per me, bambina vorace e golosa, un invito alla fame: un panino con la mortadella o con burro e zucchero o nutella...e i ricordi si fanno sottili per penetrare meglio gli angoli della memoria. A volte sono ritagli di un libro che si è ingiallito con la polvere del tempo, zafferano sciolto in luoghi quieti dove correre non ha piú senso perché il tempo, ormai, si é giá fermato. Ma che rimane li da sfogliare, di tanto in tanto, per non dimenticare quello che uno è stato, che forse ancora è. Come un quaderno di poesie lasciato lí sul comodino, mai dimenticato, che si prende e si legge a piccoli sorsi, senza esagerare.
E rimodellando l’architettura di un cortile, vedo ancora un cilindro di pietra sul quale sedersi ad aspettare mia madre e la bicicletta rossa e scassata appare d’improvviso in fondo alla via...
Che strano effetto ha il profumo del cibo su di me, non impregna solo il naso, penetra profondamente fino a toccare anche la mente ed il cuore con le sue radici che si spingono fuori, nell’aria, in circoli immaginati.
Ricostruisce episodi e sensazioni, inganna il ricordo, bara e lo trasforma in codici reali...reali per me almeno...
Per questo e per altro ancora, quasi tutti i giorni, come ho detto, faccio il pane e uno in particolare mi piace: pane con le olive, forte e deciso, un sapore che si sposa con se stesso riempiendosi la pancia di profumo e consistenza essenziale.
Non voglio scrivere qui le ricette, non penso che serva a qualcosa: se qualcuno un giorno le vorrá, preso dalla frenesia della chimica, me le puó chiedere...
Ma ce ne sono alcune, quelle di mia madre, quelle che racchiudono il segreto di almeno tre generazioni e che raccontano storie e vissuti che non mi sembra giusto raccontare, quelle stesse non le voglio compartire con nessuno. Hanno dentro il sorriso e la forza di mia madre, la sua gentilezza aspra e silenziosa; mi ricordano le sue mani piene di calli che davano carezze ruvide, ma che si fondevano letteralmente nel cuore perché proprio lí dentro nascevano e crescevano per poi essere un regalo, desiderato, cercato, immenso.
Quindi sono mie e non le posso dividere con altri: sono nate prima di me in quella famiglia matriarcale e contadina dove gli uomini parevano essere soltanto un'appendice e moriranno con me perché dopo di me non c'é nessuna bambina-donna alla quale regalare quello stesso sorriso.
Perché, in fondo, anche cucinare é riportare in vita un passato che sta al limite del tuo futuro, che lo accarezza e lo incita a crescere e volare: per me, autodidatta, nella vita e nella cucina, é molto piú di olio in una padella e friggere una fettina. É abbracciarsi ed abbracciare quelli che mi stanno davanti, quelle persone che ho con me e che ho avuto, é il rito magico e perenne dell'esistenza.
Cogli i frutti di una Terra Madre e li fai tuoi e si trasformano dentro una pentola, in una teglia o nelle tue mani. Quella Terra Madre che é stata anche madre di mia madre e di mia nonna e di tutti quelli che l'hanno preceduta.
Per me cucinare non é come passare il tempo e tanto meno sprecarlo: é come vivere insieme agli elementi che per qualche remota ragione mi sono offerti e che faccio miei con il rispetto e la gioia di sentirsi, soprattutto, parte di una tradizione...e quando cucino, finalmente, non sono del tutto sola perché qualcuno, in qualche modo, mi sta accompagnando dentro ricette di secoli, antiche di memoria e di saggia proporzione, di nuova essenza quando le reinvento cercando di non violentare il loro nucleo vitale.
Sta scendendo giá la sera, nuvole rosa in un orizzonte lontano. Davanti la piscina, a destra un salice piangente che sembra stagliarsi senza prospettiva sulla cime delle montagne. Scende la sera ed io mi raccolgo come in un guscio d'ombre larghe e lunghe, ad aspettare che mi piovano dolcemente addosso nuove idee...
Saluti e baci!
É quasi chimica, senza numeri, ma sí con esperimenti costanti: il risultato é l'incantesimo della trasformazione da uno stato ad un altro.
E’ bello, mi piace vedere come la farina si mescola all’acqua, per esempio, per diventare una massa morbida, appiccicata alle dita come edera ad un cancello. Poi elastica e porosa quando il lievito la fa respirare, le soffia dentro un alito sottile che sembra vento ma senza forza, un vento inventato. E bollicine che la riempiono, quale matrona avanti con gli anni. Ma non é grassa, é fatta solo d’aria. E lo vedi quando devi sgonfiare quell'impasto di soffice armonia, quasi litigando coi pugni stretti per riportarla ad una dimensione inferiore, piú pesante, giá senz'aria e malleabile sotto le dita.
E le mani, magico strumento di forza e potere, immerse come a cercare d’inventare, odorose di pane primitivo, ancora non fatto. Mentre prende forma la palla di farina ed acqua e si trasforma in filoncino o rosetta o quello che salta in mente in quell'istante, io mi sento quell'artista che avrei voluto essere e non sono, quello scultore che troneggia sugli elementi dominandoli. O forse soltanto usando della loro forza per ritrovare la sua.
Faccio quasi ogni giorno il pane per ricordare, ricordare l’infanzia ed i suoi odori. Il profumo nell’angolo della via veniva dalla bottega dell’Adriana che buttava fuori, nel freddo del mattino, come una nuvoletta di fragranze quotidiane, pane e focacce dolci e salate...
Poca cosa, pochi generi e quasi sempre quelli. Pane comune e piú raffinato, all'olio e al latte, francesine e biove, rosette e filoncini e due tipi di focacce, una dolce con granelli di zucchero quasi trasparente e sciolto nel calore del forno, annerito qua e lá, e se arrivavi un po' piú tardi non ne trovavi piú; l'altra salata, con sassolini minuscoli di sale grosso sparsi sopra un po' alla rinfusa.
Per me, bambina vorace e golosa, un invito alla fame: un panino con la mortadella o con burro e zucchero o nutella...e i ricordi si fanno sottili per penetrare meglio gli angoli della memoria. A volte sono ritagli di un libro che si è ingiallito con la polvere del tempo, zafferano sciolto in luoghi quieti dove correre non ha piú senso perché il tempo, ormai, si é giá fermato. Ma che rimane li da sfogliare, di tanto in tanto, per non dimenticare quello che uno è stato, che forse ancora è. Come un quaderno di poesie lasciato lí sul comodino, mai dimenticato, che si prende e si legge a piccoli sorsi, senza esagerare.
E rimodellando l’architettura di un cortile, vedo ancora un cilindro di pietra sul quale sedersi ad aspettare mia madre e la bicicletta rossa e scassata appare d’improvviso in fondo alla via...
Che strano effetto ha il profumo del cibo su di me, non impregna solo il naso, penetra profondamente fino a toccare anche la mente ed il cuore con le sue radici che si spingono fuori, nell’aria, in circoli immaginati.
Ricostruisce episodi e sensazioni, inganna il ricordo, bara e lo trasforma in codici reali...reali per me almeno...
Per questo e per altro ancora, quasi tutti i giorni, come ho detto, faccio il pane e uno in particolare mi piace: pane con le olive, forte e deciso, un sapore che si sposa con se stesso riempiendosi la pancia di profumo e consistenza essenziale.
Non voglio scrivere qui le ricette, non penso che serva a qualcosa: se qualcuno un giorno le vorrá, preso dalla frenesia della chimica, me le puó chiedere...
Ma ce ne sono alcune, quelle di mia madre, quelle che racchiudono il segreto di almeno tre generazioni e che raccontano storie e vissuti che non mi sembra giusto raccontare, quelle stesse non le voglio compartire con nessuno. Hanno dentro il sorriso e la forza di mia madre, la sua gentilezza aspra e silenziosa; mi ricordano le sue mani piene di calli che davano carezze ruvide, ma che si fondevano letteralmente nel cuore perché proprio lí dentro nascevano e crescevano per poi essere un regalo, desiderato, cercato, immenso.
Quindi sono mie e non le posso dividere con altri: sono nate prima di me in quella famiglia matriarcale e contadina dove gli uomini parevano essere soltanto un'appendice e moriranno con me perché dopo di me non c'é nessuna bambina-donna alla quale regalare quello stesso sorriso.
Perché, in fondo, anche cucinare é riportare in vita un passato che sta al limite del tuo futuro, che lo accarezza e lo incita a crescere e volare: per me, autodidatta, nella vita e nella cucina, é molto piú di olio in una padella e friggere una fettina. É abbracciarsi ed abbracciare quelli che mi stanno davanti, quelle persone che ho con me e che ho avuto, é il rito magico e perenne dell'esistenza.
Cogli i frutti di una Terra Madre e li fai tuoi e si trasformano dentro una pentola, in una teglia o nelle tue mani. Quella Terra Madre che é stata anche madre di mia madre e di mia nonna e di tutti quelli che l'hanno preceduta.
Per me cucinare non é come passare il tempo e tanto meno sprecarlo: é come vivere insieme agli elementi che per qualche remota ragione mi sono offerti e che faccio miei con il rispetto e la gioia di sentirsi, soprattutto, parte di una tradizione...e quando cucino, finalmente, non sono del tutto sola perché qualcuno, in qualche modo, mi sta accompagnando dentro ricette di secoli, antiche di memoria e di saggia proporzione, di nuova essenza quando le reinvento cercando di non violentare il loro nucleo vitale.
Sta scendendo giá la sera, nuvole rosa in un orizzonte lontano. Davanti la piscina, a destra un salice piangente che sembra stagliarsi senza prospettiva sulla cime delle montagne. Scende la sera ed io mi raccolgo come in un guscio d'ombre larghe e lunghe, ad aspettare che mi piovano dolcemente addosso nuove idee...
Saluti e baci!
venerdì 5 novembre 2010
Oggi,mentre la Storia continua raccontando le sue gesta, mentre il sole spolverizza di attimi fosforescenti ogni cosa ed ogni essere che vive o vegeta sotto di lui, quando il tempo e l'orologio volgono a mezzogiorno, mentre il silenzio sgrana il suo rosario di preghiere a un dio che certe volte ascolta, altrettante no...seduta accanto alla tastiera che sente le mie dita sfiorarla, le sente battere una musica senza suoni, un ritmo frenetico che sembra assecondare i pensieri come fossero il battito del suo stesso cuore, oggi sto qui, inventando di nuovo parole come attimi di assenza ritrovati.
La voglia e il desiderio di parlare, forse, rimangono immutati. Sono gli stessi che da sempre mi sento addosso,cuciti come un abito fatto su misura.
Quello che ho e quello che vorrei sono un unico scopo, sono l'unica meta che mi prefiggo quando mi sveglio nel cuore di un mattino che verrá, come sempre, cacciando via la paura.
Anche l'amore per le parole é rimasto uguale, fermo, come statico in un tempo che invece corre verso il suo destino che é poi il mio, una meta che si deve raggiungere e non si vuole. Perché il Tempo é amico e nemico, amante e " bandolero stanco ", fata e strega. Ma é sincero, non inganna e non delude. E´ semplicemente il Tempo, un groviglio astratto di minuti e ore e anni, secoli infiniti che sfumano in un istante; o al contrario una certezza concreta, di quelle che sembra non si possano toccare e che invece sono fatte col piombo del tuo passato e del tuo divenire e, se ci pensi forte, la puoi toccare e anche vedere.
Insomma, mi sono regalata un sogno: forse quel libro che non posso o non oso pubblicare, vedrá l'altra essenza del suo essere farsi pagina e, magari, qualcuno la leggerá e si sentirá chiamare per nome. Sentirá recitare, sillaba dopo sillaba, atto dopo atto, la storia stessa della sua vita: un atto teatrale, scenico e forzato, librarsi come nuvola in un cielo che ondeggia nel vento.
Non vuole essere nient'altro che lo schizzo di un disegno fatto coi colori delle parole, sulla tavolozza della pagina bianca che, d'improvviso, si fa telaio e compone ricami e merletti, con l'abilitá antica di chi c'ha provato e riprovato tante volte.
E mi accompagnerá nel viaggio la mia cucina, le ricette, la grazia infinita di un impasto che sta lentamente lievitando al buio e che poi si trasforma in pane, torta, pizza o chissá che; sará la forza e il calore di un forno che s'accende o di mani dentro un insieme di farina e acqua, di umiltá verso il passato che per me ha mille odori e si identifica, se non sempre molto spesso, nei profumi che si spandevano dalle case al mondo esterno invadendo le mie passeggiate sul filo dei ricordi.
Cosí, come allora e tuttora, il cibo cucinato lentamente con l'amore che io sento verso me stessa, verso le persone che fanno girotondo intorno a me, verso la stessa vita insomma, torna e ritorna nello svolgersi strampalato dalla matassa dei miei giorni al filo che li tiene insieme e li lega. Gli odori del profondo nord dove sono nata, le polente o i cotechini, le lenticchie o i risotti, strani dolci fatti di riso e latte, frittelle di mele...quante cose!...si fondono e si confondono anche adesso: quando un ricordo affiora, spesso si ricicla in un odore che mi prende e mi avvolge.
In queste pagine che mi ostino a non vedere come espressioni virtuali, ma come vecchi libri che raccontano, una riga dopo l'altra, tra una virgola ed un punto, quel che ho fatto, quel che ho vissuto, quel che faccio o che faró...in queste pagine dicevo, raccolgo a piene mani il raccolto di quel che ho seminato negli anni. Una sorta di biglietto da visita, ampio e poco formale, di quel che sono o sono stata insieme, ovviamente, alle idee strampalate di qualche vecchia canzone che raccontano con altre bocche la mia storia.
E ci saranno attimi di smarrimento, ingredienti che danzano leggeri nella costruzione o nel racconto di qualcosa. O magari semplicemente emozioni e sensazioni.
Un bel giorno, oggi per essere precisi, 5 di novembre del 2010, ho deciso che andava bene, che era il momento di sperimentare la timidezza che di me pochi conoscono e di giocare con lei una partita...chissá chi vince!
Perché, se ci penso, non é facile raccontarsi, raccontarsi davvero, nella solitudine del proprio silenzio che peró si fa grido quando le parole non sono piú soltanto tue perché le lasci lí, come sospese nel velo etereo di una rete, in balía di giudizi estranei e di considerazioni che non sono le tue.
Io ci provo: chissá, magari qualcuno s'azzarda ad entrare in questo mondo di sospiri e cibo, di libri che si lasciano leggere in fretta e di ansia, nonostante tutto, di continuare il viaggio.
Benvenuti a bordo...
La voglia e il desiderio di parlare, forse, rimangono immutati. Sono gli stessi che da sempre mi sento addosso,cuciti come un abito fatto su misura.
Quello che ho e quello che vorrei sono un unico scopo, sono l'unica meta che mi prefiggo quando mi sveglio nel cuore di un mattino che verrá, come sempre, cacciando via la paura.
Anche l'amore per le parole é rimasto uguale, fermo, come statico in un tempo che invece corre verso il suo destino che é poi il mio, una meta che si deve raggiungere e non si vuole. Perché il Tempo é amico e nemico, amante e " bandolero stanco ", fata e strega. Ma é sincero, non inganna e non delude. E´ semplicemente il Tempo, un groviglio astratto di minuti e ore e anni, secoli infiniti che sfumano in un istante; o al contrario una certezza concreta, di quelle che sembra non si possano toccare e che invece sono fatte col piombo del tuo passato e del tuo divenire e, se ci pensi forte, la puoi toccare e anche vedere.
Insomma, mi sono regalata un sogno: forse quel libro che non posso o non oso pubblicare, vedrá l'altra essenza del suo essere farsi pagina e, magari, qualcuno la leggerá e si sentirá chiamare per nome. Sentirá recitare, sillaba dopo sillaba, atto dopo atto, la storia stessa della sua vita: un atto teatrale, scenico e forzato, librarsi come nuvola in un cielo che ondeggia nel vento.
Non vuole essere nient'altro che lo schizzo di un disegno fatto coi colori delle parole, sulla tavolozza della pagina bianca che, d'improvviso, si fa telaio e compone ricami e merletti, con l'abilitá antica di chi c'ha provato e riprovato tante volte.
E mi accompagnerá nel viaggio la mia cucina, le ricette, la grazia infinita di un impasto che sta lentamente lievitando al buio e che poi si trasforma in pane, torta, pizza o chissá che; sará la forza e il calore di un forno che s'accende o di mani dentro un insieme di farina e acqua, di umiltá verso il passato che per me ha mille odori e si identifica, se non sempre molto spesso, nei profumi che si spandevano dalle case al mondo esterno invadendo le mie passeggiate sul filo dei ricordi.
Cosí, come allora e tuttora, il cibo cucinato lentamente con l'amore che io sento verso me stessa, verso le persone che fanno girotondo intorno a me, verso la stessa vita insomma, torna e ritorna nello svolgersi strampalato dalla matassa dei miei giorni al filo che li tiene insieme e li lega. Gli odori del profondo nord dove sono nata, le polente o i cotechini, le lenticchie o i risotti, strani dolci fatti di riso e latte, frittelle di mele...quante cose!...si fondono e si confondono anche adesso: quando un ricordo affiora, spesso si ricicla in un odore che mi prende e mi avvolge.
In queste pagine che mi ostino a non vedere come espressioni virtuali, ma come vecchi libri che raccontano, una riga dopo l'altra, tra una virgola ed un punto, quel che ho fatto, quel che ho vissuto, quel che faccio o che faró...in queste pagine dicevo, raccolgo a piene mani il raccolto di quel che ho seminato negli anni. Una sorta di biglietto da visita, ampio e poco formale, di quel che sono o sono stata insieme, ovviamente, alle idee strampalate di qualche vecchia canzone che raccontano con altre bocche la mia storia.
E ci saranno attimi di smarrimento, ingredienti che danzano leggeri nella costruzione o nel racconto di qualcosa. O magari semplicemente emozioni e sensazioni.
Un bel giorno, oggi per essere precisi, 5 di novembre del 2010, ho deciso che andava bene, che era il momento di sperimentare la timidezza che di me pochi conoscono e di giocare con lei una partita...chissá chi vince!
Perché, se ci penso, non é facile raccontarsi, raccontarsi davvero, nella solitudine del proprio silenzio che peró si fa grido quando le parole non sono piú soltanto tue perché le lasci lí, come sospese nel velo etereo di una rete, in balía di giudizi estranei e di considerazioni che non sono le tue.
Io ci provo: chissá, magari qualcuno s'azzarda ad entrare in questo mondo di sospiri e cibo, di libri che si lasciano leggere in fretta e di ansia, nonostante tutto, di continuare il viaggio.
Benvenuti a bordo...
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